Grotta della Dragonara

Sulla spiaggia di Miseno si trova una delle grotte più suggestive del territorio campano, scavata all’interno di una parete di tufo e rivolta verso l’isola di Procida. Questa vasta cavità è nota come “Grotta della Dragonara”, la cui etimologia deriverebbe proprio dal termine tracon, roccioso, di origine latina.

Grotta che è visitabile grazie a una passerella in ferro, poiché a causa del bradisismo è attualmente quasi sommersa ed è di origine artificiale: si tratta infatti di una cisterna romana a pianta quadrangolare divisa in cinque navate da quattro file di piloni ricavati nel tufo,foderati in opera reticolata e rivestita dal tipico intonaco idraulico che impermeabilizzava questo tipo di strutture. La cisterna, lunga circa m 60 e larga m 6, è coperta da una volta a botte con tre grandi aperture dotati di scale, oggi parzialmente visibili, e utilizzati per l’immissione dell’acqua e per le manutenzioni ordinarie. Contiene gallerie laterali che si diramano e si intrecciano tra loro formando un labirinto che per il visitatore, insieme all’effetto dell’acqua che invade il monumento, diviene assai suggestivo.

Diversi archeologici, in passato, la collegavano al rifornimento idrico della flotta miliare romana di stanza a Miseno, ma questo era già abbondantemente soddisfatta nell’approvvigionamento idrico da quello straordinario monumento noto come Piscina Mirabile, per cui, è più probabile a uso privato, servendo la grande villa, i cui resti sono situati più a sud e visibili sul costone.

La villa disposta a terrazzamenti con ambienti che digradano fino al mare, attualmente insabbiati, aveva avuto una storia degna di un romanzo. In origine era di proprietà di Cornelia, la mamma dei Gracchi, che vi ritirò dopo la tragica morte dei figli, così come racconto Plutarco

Si dice anche che Cornelia, per il resto, sopportò nobilmente e con grandezza d’animo la sventura, e riguardo ai luoghi sacri nei quali erano stati uccisi, si dice che affermò che i morti avevano sepolture degne di loro. Quanto a lei, viveva presso il capo denominato Miseno, senza aver cambiato nulla dello stile di vita consueto. Aveva molti amici e, a causa della sua indole ospitale, era splendida nei banchetti, e sempre erano intorno a lei Greci e uomini di lettere, mentre tutti i re ricevevano da lei doni e gliene inviavano. Dunque per coloro che venivano da lei e per coloro che si intrattenevano con lei era molto piacevole mentre narrava la vita e il modo di vivere del padre Africano, ed assolutamente straordinaria quando ricordava senza dolore e senza lacrime il destino e il dramma dei figli, raccontando di loro come di personaggi antichi a coloro che ne chiedevano notizie.

Mentre era ancora viva le venne eretta nel Foro una statua bronzea: fu la prima donna romana ad essere onorata in pubblico a Roma. Sia Plinio sia lo stesso Plutarco ricordano la statua a lei dedicata, rappresentata seduta, con calzari senza lacci, esposta nella Porticus Metelli e poi nella Porticus Octaviae. Nel 1878 venne scoperta nei propilei di questa Porticus, in prossimità del luogo ove sorge la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, una base di forma rettangolare, di dimensioni pari a m 1,20×1,75 ed alta m 0,80, in marmo pentelico con due iscrizioni incise, relative a periodi diversi. Quella principale, posta al centro della base, riporta il nome di Cornelia:

Cornelia Africani F. Gracchorum (“Cornelia, figlia dell’Africano, madre dei Gracchi”)

In base alla tipologia dei caratteri l’iscrizione è databile ad epoca augustea e dovrebbe quindi trattarsi del basamento della statua presente nel Portico di Ottavia. La seconda iscrizione si trova nella parte alta del basamento e riporta semplicemente Opus Tisicratis (Opera di Tisicrate): non si sa chi sia questo artista, ma probabilmente in un periodo successivo.

Cornelia fu una delle sole quattro donne romane di cui sopravvive uno scritto: una lettera scritta a Gaius Gracchus, il più giovane figlio di Cornelia, citata in da Cornelio Nepote

Tu dirai che è una bella cosa prendere la propria vendetta sui nemici. A nessuno appare cosa più grande o più bella di come appare a me, ma solo se è possibile perseguire questi fini senza agire contro il nostro paese. Ma vedendo come ciò non possa essere fatto, i nostri nemici non periranno per lungo tempo e per molte ragioni, e saranno come sono ora, e in più avremo un paese morto e distrutto. . .

Giurerei solennemente che, ad eccezione di quelli che hanno ucciso Tiberio Gracco, nessun nemico si è imposto con tanta difficoltà e disagio su di me quello quanto quello che hai tu a causa delle questioni: ci si dovrebbe avere sulle spalle le responsabilità di tutti di quei bambini che io ho avuto in passato, e per fare in modo che io possa avere la minima ansia possibile nella mia vecchiaia, e che, qualunque cosa hai fatto, si vorrebbe farmi piacere più grande, e che si considerano un sacrilegio di fare qualcosa di contrario ai miei sentimenti, tanto più che io sono una persona con davanti solo un breve tratto di vita.

Impossibile anche questo lasso di tempo, breve, come si è, essere voi opposti da me distruggendo il nostro paese? In ultima analisi, che fini ci saranno?

Quando sarà la nostra sola famiglia a comportarsi follemente? Quando smettiamo insistendo sulla difficoltà, di causare loro sofferenza?

Quando cominciamo a sentire vergogna per i danni al nostro paese? Ma se questo è del tutto in grado di prendere posto, cercano la carica di tribuno, quando sarò morta, per quanto mi riguarda, non quello che vi piace, quando non è percepire ciò che si sta facendo.

Quando mi sono morti, si sacrifica per me come un genitore e invitare il Dio di un genitore. A quel tempo non si vergogna di chiedere preghiere di questi Dei, che voi considerate abbandonata e deserta quando erano vivi ed a portata di mano?

Ma non Giove per un solo istante consente di continuare in queste azioni, né permettere che una simile follia di entrare nella tua mente. E se persistono, temo che, per colpa tua, si può incorrere in problemi del genere per tutta la vita che in nessun momento sarebbe in grado di farti felice.

Il proprietario successivo fu Caio Mario, che però, essendo alquanto sociopatico, poco se le godè, tanto che la rivendette per la ragguardevole cifra d’oltre dieci milioni di sesterzi a quello straordinario personaggio che era Lucio Licinio Lucullo. Console nel 74 e nel 63 ebbe un trionfo per i meriti acquisiti nella campagna d’Asia. Egli combatté a più riprese, dal 74 al 65 a.C., contro Mitridate, re del Ponto, ed importò a Roma il ciliegio coltivato (cerasus) già conosciuto in Grecia. Lucullo fu anche uno dei primi a dotare le ville campane di piscinae per la coltivazione di diverse specie di pesci. Per meglio alimentare d’acqua marina le peschiere della sua villa napoletana, egli tagliò una montagna e aprì un canale che si congiungeva al mare.

Di tale villa, Fedro scrisse:

“…Quae monte summo posita Luculli manu prospectat Siculum et prospicit Tuscum mare…”

ossia

“ Posta sull’alto del colle dalla mano di Lucullo, affacciata da un lato sulla Sicilia e dall’altro sul mare Tirreno”

Dopo la sua morte di Lucullo, ricordato dai posteri non per le sue capacità militari, solo per il gusto e lo sfarzo che riuscì a dare alla sua esistenza, i pesci dei suoi vivai i pesci di quel vivaio furono venduti per 4.000.000 di sesterzi. Ora Lucullo non era certo inferiore a Cesare né per il genio, né per la capacità militare, né per la capacità di sopportate gli strali di un’incerta fortuna: il raggiungere le vette del divo Giulio gli fu impedito sia mancanza di carisma, non riusciva a farsi obbedire dai suoi uomini e di cinismo, era troppo rispettoso delle leggi repubblicane, sia per, diciamolo pure, una pigrizia ancora più accentuata di quella del sottoscritto: per lui, il Potere non era nulla più che una pesante catena dorata, che non valeva tutta la fatica che sarebbe stata necessaria per ottenerlo.

Ai tempi di Augusto, la villa fu incamerata nel demanio imperiale: qui vi fu assassinato Tiberio. Lascio dunque la parola a Tacito, a cui Martin non è degno di pulire i calzari.

Il fisico, ogni altra energia, ma non la dissimulazione abbandonavano Tiberio. Identica la freddezza interiore; circospetto nelle parole e nell’espressione, mascherava, a tratti, con una cordialità manierata il deperimento pur evidente. Dopo spostamenti più frenetici, si stabilì da ultimo in una villa, vicino al promontorio di Miseno, appartenuta in passato a Lucio Lucullo. Che lì si stesse approssimando la sua fine, lo si seppe con un espediente.

Si trovava là un dottore valente, di nome Caricle, il quale, pur non occupandosi direttamente dello stato di salute del principe, era però solito offrirgli tutta una serie di consigli. Costui, fingendo di accomiatarsi per badare a questioni personali, presagli la mano, come per ossequio, gli tastò il polso. Ma non lo ingannò, perché Tiberio, forse risentito e tanto più intenzionato a nascondere l’irritazione, ordinò di riprendere il banchetto e vi si trattenne più del solito, quasi intendesse rispettare la partenza dell’amico.

Ciononostante Caricle confermò a Macrone che Tiberio si stava spegnendo e che non sarebbe durato più di due giorni. Da allora tutto fu un rapido intrecciarsi di colloqui tra i presenti e un susseguirsi di missive ai legati e agli eserciti. Il sedici di marzo Tiberio rimase privo di respiro e si credette concluso il suo corso terreno; e già Gaio Cesare, accompagnato da una folla di persone plaudenti, usciva a gustare la prima ebbrezza dell’impero, nel momento in cui arrivò la notizia che a Tiberio tornava la voce, che aveva riaperto gli occhi e che chiedeva che gli portassero del cibo, per rimettersi dallo sfinimento.

Si diffuse il panico in tutti, e si dispersero gli altri, fingendosi ognuno affranto oppure sorpreso; Gaio Cesare, in un quiete di pietra, aspettava, dopo codesta vertiginosa speranza, la definitiva rovina. Macrone, senza perdere la testa, fece soffocare il vetusto sotto un mucchio di coperte e allontanare tutti dalla soglia. Così finì la vita di Tiberio a settantotto anni

Abbandonata in epoca tardo antica, la Grotta della Dragonara era nota nel Medioevo come “Bagno del Finocchio” per le abbondanti coltivazioni che lo circondavano. Raffigurata nelle incisioni settecentesche e quindi tappa nei viaggi di cultura fra le antichità, dove ancora appare sviluppata fin sopra l’arenile.

Un pensiero su “Grotta della Dragonara

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