La Grotta di Cocceio

Il fatto che conosciamo pochissimi nomi di architetti e ingegneri romani, sospetto che dipenda più dalla iella, che un ipotetico disprezzo per gli esponenti di tale professione. A riprova di questa tesi, il fatto che i pochi di cui c’è giunto il nome, sono ricoperti di tali elogi, che farebbero morire d’invidia parecchie archistar contemporanee.

Uno di questi è Lucio Cocceio Aucto, nato a Cuma ai tempi di Silla e morto a Roma poco prima dell’era Volgare, apparteneva all’antica gens Cocceia di origine plebea, tanto che se ne hanno cenni fin dalla repubblica, da cui proverrà poi l’imperatore Nerva.

Entrato alle dipendenze di Marco Vipsanio Agrippa, stratega di Augusto, realizzò su sua commissione importanti opere di ingegneria militare e civile. La prima di cui abbiamo notizia, nel 37 a.C., fu il Portus Julius, nell’ambito della guerra sul mare contro Sesto Pompeo un imponente complesso portuale sul golfo di Pozzuoli, collegato con canali artificiali al lago di Lucrino destinato all’ormeggio e all’addestramento dei soldati della flotta navale, al lago d’Averno, con funzione di cantiere e al porto di Cuma, cittadella fortificata e punto di vedetta sul litorale domizio-flegreo.

Secondo Strabone, Cocceio scavò anche un tunnel, detto Grotta di Cocceio, di cui parlerò in dettaglio tra poco, per collegare l’infrastruttura portuale con la città di Cuma. Ma questo non fu il suo unico traforo: nel territorio tra Cuma e Napoli realizzò, sempre secondo la testimonianza di Strabone, la Crypta Neapolitana, una galleria lunga circa 711 metri scavata nel tufo della collina di Posillipo, tra Mergellina (salita della Grotta) e Fuorigrotta (via della Grotta Vecchia), a Napoli, e probabilmente la cosiddetta Grotta di Seiano, un traforo lungo 770 m, scavato anch’esso nella pietra tufacea della collina di Posillipo, che congiunge la piana di Bagnoli (via Coroglio) con il vallone della Grotta.

Fu probabilmente, date le somiglianze strutturali e stilistiche, il progettista e il capo cantiere della cosidetta Crypta Romana un tunnel scavato nel tufo sotto la collina di Cuma, che attraversa in direzione est-ovest l’acropoli di Cuma, con una curva sotto il Tempio di Apollo, collegando l’area del foro con il mare. Crypta che ci da tra l’altro indicazioni sugli strumenti utilizzati per scavare tali gallerie: nella sua volta vi sono infatti scolpite asce a doppia lama, cunei e magli. Sappiamo anche, sempre tramite Strabone, che tali lavori non furono eseguiti da schiavi, ma da maestranze locali, che l’autore greco, per dare un tocco di colore e aumentare l’interesse dei sui lettori, dice essere discendenti dei mitici Cimmeri che avrebbero abitato la zona secoli prima, vivendo in dimore sotterranee. Storia che fu fraintesa da un mio compagno di università, che aveva le idee un pochino confuse sulla differenza tra mitologia classica e fantasy, che si era autoconvinto di come Conan il barbaro fosse vissuto, nella lontana antichità, a Napoli. Il che portò diede origine all’epoca a sessioni di ruolo di Dungeons & Dragons al limite del demenziale, in cui il muscoloso eroe di Howard aveva a che fare, spesso e volentieri, con le versioni dell’era hyboriana dei protagonisti di Così parlò Bellavista…

Ritornando a parlare di Lucio Cocceio, questi non si interessò solo alla costruzione di infrastrutture perché nel 27 a.c., ancora per volere di Agrippa, edificò a Roma il primo Pantheon, distrutto poi da un incendio. Durante alcuni scavi condotti alla fine del XIX secolo sono stati rinvenuti dei resti che ci permettono di conoscerne l’originaria struttura: questo primo tempio era rivolto verso sud e aveva pianta rettangolare. Venne costruito in blocchi di travertino rivestiti da lastre di marmo e con un semplice tetto di legno a falde sporgenti. Era insomma, uno dei tanti e comuni templi utilizzati per pregare ed onorare le divinità pagane fino ad allora conosciute. Il pronao che lo precedeva, sul lato lungo, si affacciava su una piazza circolare, ora occupata dalla rotonda adrianea, che separava il tempio dalla basilica di Nettuno, recintata da un muretto. Le fonti antiche ci informano che i capitelli erano realizzati in bronzo e che il tempio era ornato da statue e cariatidi, sia sulla fronte che all’interno.

Cassio Dione Cocceiano, nelle sue Istorie Romane, afferma che il Pantheon aveva questo nome proprio perché accoglieva le statue di molte divinità e perché la cupola richiamava la volta celeste alludendo alle sette divinità planetarie. Secondo lo storico, l’edificio venne decorato dall’artista neoattico Diogenes di Atene e, per volere di Agrippa, furono poste all’interno una statua di Cesare divinizzato e, nel pronao, una di Ottaviano e una di se stesso, a celebrazione della loro amicizia e del loro comune interesse per il bene pubblico.

Inoltre nel 20 a.c., a Pozzuoli, su commissione del ricco mercante Lucio Calpurnio, si occupò del rifacimento del Capitolium, su cui poggia l’attuale duomo della città, altra costruzione di enorme responsabilità: questo tempio era un pseudoperiptero esastilo, con nove colonne scanalate sui lati lunghi, di ordine corinzio con due rampe laterali ascendenti al basamento del pronao. La cella era di forma quadrata e fu costruita con blocchi di marmo bianco, connessi tra loro senza l’impiego di malta. In questa maniera fu realizzato anche il resto dell’edificio.

Come dicevo la Grotta di Cocceio, nomen omen, fu la prima galleria che realizzò, scavandola sotto il monte Grillo, per collegare Cuma con la sponda occidentale del lago d’Averno. Questo tunnel è interamente scavato nel tufo per poco meno di un chilometro, con sezione trapezoidale e andamento rettilineo leggermente in salita verso Cuma (il dislivello è circa 40 m). L’entrata orientale, sul lago, presenta un breve tratto con volta a tutto sesto in opus reticulatum ed era preceduta da un vestibolo ornato da colonne e statue, andato distrutto. La galleria, abbastanza larga da permettere il passaggio di due carri, prendeva luce ed aria da sei pozzi scavati nella collina (il più lungo dei quali era alto oltre trenta metri).

Infatti, dall’ingresso occidentale (lato Cuma), s’incontrano prima due spiragli obliqui, l’uno opposto all’altro che proiettano, a ventaglio, un lungo fascio di luce sulle pareti e sulla volta della galleria, con un suggestivo effetto di luci e di ombre. Poi un terzo pozzo di luce, aperto di lato sul fianco del monte ed in seguito tre altri pozzi verticali, a taglio quadrato, svasati verso il basso, rivestiti in “opus reticulatum” e che perforano tutta l’altezza della collina.

Parallelamente alla galleria carrabile, sul lato settentrionale, correva un acquedotto sotterraneo, anch’esso dotato di nicchie e pozzi verticali, per l’approvvigionamento idrico del Portus Julius. L’uso militare della galleria, fu limitato nel tempo: già all’ epoca di Augusto è convertita a uso civile. In questa fase si apre un diverticolo, in prossimità dell’ingresso da Cuma, che conduceva probabilmente all’Anfiteatro della città.

L’opera, per la sua imponenza colpì senza dubbio la fantasia dei contemporanei, tanto che probabilmente ispirò la descrizione che Virgilio da della grotta che Enea attraversa, guidato dalla Sibilla, per accedere all’Ade

C’era una grotta profonda e mostruosamente slabbrata
sulla roccia, difesa da un lago nero e dal buio dei boschi:
sopra di lei nessun uccello impunemente poteva
dirigere il volo, tale il fetore che sprigionandosi
dalla tetra voragine saliva sino alla calotta del cielo

Una prova del fatto che la grotta fosse molto trafficata, è nelle incisioni lasciate dai viaggiatori sulle sue pareti, tra cui i simboli dei primi cristiani, come la corona e la palma. Sappiamo come la Grotta di Cocceio fosse usata sino al VI secolo d.C. quando, a causa della distruzioni dovuti alla guerra gotica, fu abbandonata.

Progressivamente interrata nel Medioevo, tornò alla ribalta nel Rinascimento, grazie agli scavi del cavaliere spagnolo Pietro della Pace: secondo la leggenda locale, questi dilapidò i propri beni nella ricerca di un presunto tesoro lì nascosto, seguendo le indicazioni di maghi e chiromanti. In verità, Pietro, che era una sorta di tombarolo in grande stile, che si arricchì senza ritegno grazie alle spoliazioni effettuate nelle rovine di Cuma antica, ricche ancora di reperti preziosi, rivendute ai collezionisti di tutta Europa, tra la fine del 1508 e gli inizi del 1509, si improvvisò speleologo, percorrendola da un estremo all’altro.

Immagino che nella sua testa siano risuonati i versi di Virgilio, sempre per rimanere in tema

Andavano oscuri nell’ombra della notte solitaria …
com’è il cammino per boschi sotto una luce maligna per l’incerta luna

Il complesso fu riscoperto nel 1844 dal canonico Giovanni Scherillo, studioso di antichità pompeiane, che scrisse un resoconto della sua esplorazione; la sua relazione ebbe così successo che i Borboni decisero di ripristinare la galleria, per riutilizzarla come percorso stradale. I lavori, però, andarono per le lunghe, tanto che l’inaugurazione si svolse nel 1861, alla presenza di Vittorio Emanuele II, diventato da poco re d’Italia.

Durante la seconda guerra mondiale fu utilizzata come deposito di esplosivi prodotti sul vicino isolotto di San Martino e nel 1944, l’esercito tedesco, in ritirata, fece esplodere le riserve lì conservate, che generò una gigantesca cavità alta 37 metri, nota come “camera di scoppio”; negli anni i detriti sono stati rimossi, ma il rischio di nuovi crolli ha continuato a rendere inaccessibile la grotta, tanto che è stata riaperta dopo ben 73 anni.

Un’altra peculiarità del monumento è quella di ospitare una colonia di pipistrelli di grande valore, costituita da cinque specie in pericolo di estinzione: per cui, i lavori di restauro hanno dovuto tenere conto anche delle loro esigenze.

4 pensieri su “La Grotta di Cocceio

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