Villa Castelnuovo

Qualche tempo fa, quando ho parlato della mia ricerca del Monumento Nazionale perduto di Palermo, la casa natale di Francesco Ferrara che leggendo il decreto del 1928, sembrerebbe ancora in piedi e da valorizzare, ho accennato alla figura di Carlo Cottone, principe di Castelnuovo, a cui è dedicato un monumento nell’omonima piazza davanti a Politeama.

Figura, quella di Carlo, che meriterebbe un maggiore approfondimento, sui libri di storia, dato che le sue vicende aiuterebbero a capire meglio tutte le stranezze sociali e politiche della Sicilia dell’Ottocento, che sia i Borboni, sia l’Italia postunitaria ebbero enormi difficoltà a gestire: ancora oggi, in fondo, paghiamo le conseguenze dei loro errori e contraddizioni.

Carlo era l’unico figlio del principe Gaetano Cottone e della contessa Lucrezia Cedronio: il padre, nella strana architettura istituzionale della Sicilia dell’epoca, svolgeva un ruolo paragonabile a quello di un ministro del Commercio Estero. Come regio caricatore del commercio marittimo, il Principe di Castelnuovo, era responsabile dell’imposizione dei dazi, della lotta al contrabbando, delle attività degli arsenali regi e della definizione delle quote di esportazione dei cereali, che era il principale prodotto dell’agricoltura siciliana dell’epoca.

Questo lo portò a studiare a fondo i testi degli illuministi, più che altro per trovare delle idee, per razionale la sua attività, dato che giornalmente si doveva confrontare con un manicomio di regole strampalate e contraddittorie.

Di conseguenza, Carlo si trovò a crescere in ambiente culturale molto più “progressista” di quello del nobile siciliano medio. Nel 1802, Carlo succede al padre nel diritto a far parte del braccio baronale del Parlamento, convocato dai Borboni con la scusa di votare, fra l’altro, un donativo annuale di onze 150.000 per il mantenimento a Palermo della corte di un principe reale.

Prima di lapidare i Borboni, accusandoli di malgoverno e di dissipare i soldi dei contribuenti, bisogna specificare che questo era un bieco trucco, per cercare di aggirare sia l’annosa propensione all’evasione fiscale da parte dei nobili locali, sia per cercare di equiparare i due differenti sistemi fiscali del Regno di Napoli e di quello di Sicilia. Mediamente, un siciliano, quando pagava le imposte, aveva un’imposizione fiscale del 18% più bassa del resto dei sudditi borbonici. Per motivi di prestigio, i nobili locali abboccarono: così il donativo in parte finì nelle casse statale, in parte fu utilizzato per la manutenzione delle infrastrutture siciliane.

Approfittando della pace d’Amiens, Carlo, che, aveva preso sul serio il suo compito di parlamentare, per approfondire gli studi fatti in famiglia, cominciò a girare come una trottola per l’Europa, visitando la Svizzera, la Francia Rivoluzionaria e la Gran Bretagna: durante i suoi viaggi, come testimonia il suo diario, si interessò particolarmente ai diversi sistemi educativi e agli effetti economici e sociali dell’industrializzazione.

Tornato a Palermo, Carlo comincia ad affrontare, in una serie di saggi, quelli che erano i principali problemi all’ordine del giorno nella politica palermitana dell’epoca: la riforma fiscale, la riforma istituzionale, come regolare al meglio l’estrazione e l’esportazione dello zolfo, con i relativi impatti sull’economia locale, le modifiche dell’agricoltura locale, che si stava convertendo dalla cerealicoltura alla produzione vinicola e a quella degli agrumi, e la questione delle proprietà ecclesiastiche e degli usi civici.

Per capire l’importanza di tali questioni, basta dare qualche numero: ad esempio, parlando dello zolfo, nel 1832 v’erano già 190 miniere in piena produzione. Nel 1838 se ne contano 415. Le cifre dei registri di esportazione, verso la Francia e l’Inghilterra, sono impressionanti: nel 1838 vengono imbarcati 87 milioni di chili di solfo, metà finiscono in Inghilterra. Di fatto, se vogliamo fare un paragone, un poco forzato, la Sicilia dell’epoca poteva essere paragonato a uno degli stati del Golfo Persico, con l’improvviso arrivo di fiume di denaro dovuto all’estrazione di una materia prima: chi deve gestire questi soldi ? Come utilizzarli al meglio?

Passandro all’agricoltura, circa un terzo della superficie agricola e forestale della Sicilia era nel controllo della Chiesa: una quota consistente vi era determinata dai donativi ai figli che “prendevano i voti”. La sola Compagnia di Gesù disponeva di 45.000 ettari; quasi quanto la potente Mensa arcivescovile di Monreale: 27.590 salme, di cui circa metà coltivabili.

Preti parassiti e mangiapane a tradimento ? Non proprio: le proprietà ecclesiastiche erano gestite meglio dei latifondo nobiliari. Parte dei guadagni dovuti alle esportazioni veniva ridistribuita ai contadini e parte serviva a mantenere il welfare state, che l’amministrazione statale aveva delegato alle istituzioni ecclesiastiche.

Insomma, una realtà complessa: le sfide che poneva aveva suddiviso la nobiltà palermitana in due partiti: il primo, i whigs, guidati da Carlo e i tory, che avevano come leader suo nipote,Giuseppe Emanuele Ventimiglia Cottone principe di Belmonte. Parlare di progressisti e di conservatori, in realtà è una forzatura.

I whigs palermitani sostenevano l’adozione di una costituzione modellata sull’esempio inglese, l’armonizzazione fiscale con il Regno di Napoli, l’abolizione dei dazi di importazione e di esportazione, l’abolizione degli usi civici e della manomorta ecclesiastica. I Tory, invece, convinti che i Borbone non avrebbero mai accettato una costituzione all’Inglese, proponeva di riformare il vecchio meccanismo parlamentare palermitano, il mantenimento dei privilegi fiscali siciliani, dazi a favore delle industrie locali, riforma graduale degli usi civici e della manomorta ecclesiastica, visti gli impatti positivi che avevano sulla vita dei più poveri.

La crisi scoppiò nel febbraio 1810, il Medici, ministro delle Finanze, aveva proposto l’ennesimo donativo “straordinario” alla Corte napoletana: ben 360.000 onze all’anno. Carlo si mostrò possibilista, chiedendo però che fossero resi pubblici i rendiconti sull’utilizzo di tale somma: l’idea era di mostrare come questi soldi, come effettivamente era, non servissero a far fare la bella vita alla Corte, ma servissero, ma all’amministrazione del Regno. Per cui, si impegnò su due fronti: da una parte a un’opposizione legalista e istituzionale alla richiesta, dall’altra a una trattativa sottobanco con i Borboni, per fare accettare la sua proposta.

Sia il re, sia il Medici, si mostrarono possibilisti: se questo avesse reso i sudditi siciliani più propensi ad aprire il portafoglio, l’avrebbero fatto ben volentieri. Per mostrare la loro buona fede, in più, il 14 febbraio 1811 presentarono tre decreti che accoglievano le proposte whigs: l’incameramento nel demanio dei beni ecclesiastici, la loro vendita tramite un meccanismo analogo a quello degli assegnati francesi, l’imposizione di una sorta di IVA dell’1%.

L’opposizione di Carlo, dinanzi a questi decreti, fu assai blanda: ma ne lui, né i Borboni avevano considerato l’opposizione dei Tory. Ventimiglia, come detto, non solo guardava come fumo negli occhi tali decreti, ma era fermamente contrario al donativo, tanto da proporre di sostituirlo con un’imposta fondiaria basata su un catasto da preparare e solo in seguito una eventuale imposta indiretta per coprire il gettito eventualmente insufficiente.

Una bella riforma moderna? No, in realtà, il tentativo di mollare una colossale sola ai Borboni: i tempi di organizzazione del catasto avrebbero rimandato la definizione dell’imposta fondiaria alle calende greche. In più, questa sarebbe stata per buona parte dalla Chiesa, piuttosto che dai Nobili. E i preti, altrettanto poco entusiasti come contribuenti dei nobili, istigando la popolazione contro la Corte, avrebbero fatto fallire il tutto.

I Borboni, che scemi non erano, risposero con un pernacchione al Ventimiglia, il quale, invece di dedicarsi come Carlo all’opposizione parlamentare, cominciò a organizzare un colpo di stato. I Borboni sarebbero stati arrestati e spediti nelle patrie galere di Castello a Mare; al loro posto, come re di Sicilia, sarebbe stato nominato Luigi Filippo d’Orleans, all’epoca in esilio a Palermo. Per evitare che la flotta inglese, prendesse a cannonate i ribelli, Ventimiglia cominciò una serrata trattativa con il Primo Ministro inglese Lord Horwick. Dato che sembrava che sembrava come i Borboni, che in fondo non si trovavano così male a Palermo, stessero per accordarsi con Murat e Napoleone, Londra si mostrò possibilista sul golpe. Qualcuno però, in Inghilterra, fece la spia. Così i Borboni decisero di anticipare i congiurati. Così, tra la notte tra il 19 ed il 20 luglio del 1811, i principali esponenti nobiliari del parlamento siciliano furono arrestati, compreso Carlo.

Ora i Borboni lo spedirono al confino a Favignana, assieme a Ventimiglia: ma se il nipote fu rinchiuso a fare compagnia ai topi nel castello di San Giacomo, Carlo fu costretto a una sorta di vacanza forzata, servito e riverito. L’idea era passata la buriana, di farlo ritornare a Palermo per formare un governo di coalizione e di pacificazione nazionale.

Ad aiutare tale operazione gattopardesca, forse inconsapevolmente, fu, il 20 gennaio 1812, lord Bentinck, che, ministro plenipotenziario dell’Inghilterra in Sicilia e comandante di tutte le forze britanniche nel Mediterraneo, era giunto nell’isola il 23 luglio: tanto protestò che furono liberati tutti i prigionieri, compreso Ventimiglia, principe di Belmonte.

Bentick, con la sua mediazione, ottenne che il re Ferdinando, malridotto per la sua epilessia, nominasse suo vicario il figlio Francesco, il quale, nella ricomposizione del governo, chiamò a farne parte anche come ministro delle Finanze Carlo, che avanzò la proposta di presentare al Parlamento il suo progetto di Costituzione all’inglese, con la separazione dei poteri legislativo ed esecutivo e la responsabilità dei ministri di fronte al Parlamento.

Il primo passo del nuovo governo fu l’abolizione del regime feudale e dei relativi annessi e connessi, cosa che, come previsto da Ventimiglia, si trasformò in una sorta di colossale esproprio dei ricchi ai danni dei poveri, mentre Carlo, abbastanza ingenuamente, si aspettava diventasse come in Inghilterra in un volano per la nascita di più vasto e dinamico ceto di agricoltori, che fosse anche incentivo alle industrie e al commercio.

Il risultato immediato di tale riforma, fu l’ampliarsi del solco tra whigs e tory: nelle prime elezioni politiche, primavera del 1813, i primi furono sconfitti clamorosamente e Carlo dovette ritirarsi dalla vita politica attiva. Decisione che fu rafforzata sia dalla morte dell’amico rivale Ventimiglia, sia dall’evoluzione politica siciliana, con la progressiva eliminazione della Costituzione.

Per evitare di annoiarsi, Carlo decise di cambiare approccio: se la nascita del nuovo ceto agricolo siciliano non avveniva dall’alto, con le riforma, beh, sarebbe accaduta dal basso, tramite l’educazione. Suo padre, in linea con i nobili palermitani dell’epoca, aveva fatto costruire sulla Piana dei Colli la sua dimora estiva, prossima a villa Bordonaro, a poca distanza da quello che nei decenni seguenti, per volere di Ferdinando III di Sicilia, sarebbe divenuto il Parco della Favorita.

A differenza degli altri nobili, però, il Principe di Castelnuovo decise di mantenere la vocazione agricola della tenuta: frazionò tutti in sei aree, un frassineto, un agrumeto, un oliveto, un pistacchieto, un vivaio e un giardino ornamentale, in cui era presente un teatro di verzura, dato il suo amore per la commedia dell’arte.

Ovviamente, le esigenze di rappresentanza dovettero essere mantenute: furono realizzati tre grandi viali contornati da cipressi e due nuovi padiglioni, una foresteria ed una seconda abitazione oltre la villa principale, tutti in stile neoclassico, tanto per essere alla moda. Tra le opere d’arte presenti, spiccava la Fontana della Musica scolpita da Ignazio Marabitti.

Carlo, che comunque restava l’uomo moderno e attivo che era stato nella vita pubblica, decise di realizzare, all’interno della villa, un Seminario agricolo, diventato poi Istituto agricolo, che aveva il compito di studiare e introdurre nuovi tipi di macchine irrigue e coltivazioni e di diffondere metodi più razionali e produttivi di conduzione agricola anche tramite l’educazione dei figli dei contadini e dei giovani agricoltori

Determinato a portare a compimento il suo progetto filantropico, Carlo vi destinò ingenti risorse provenienti dal suo patrimonio personale, ottenendo anche l’autorizzazione del governo con un decreto datato 5 ottobre 1819: i Borboni erano assai contenti del fatto che si dedicasse all’agricoltura, piuttosto che alla politica.

Carlo pianificò tutto, fin nei minimi particolari. Dispose che la moglie, sua erede universale versasse all’esecutore testamentario “once 100 annue per l’acquisto di uno o più poderi in contrada dei Colli da dare in premio a quei seminaristi che avranno dato prova di maggiore intelligenza e che appartengano a famiglie povere”. La coltivazione delle terre dell’Istituto servivano sia per istruire gli alunni sia come rendita per l’autofinanziamento. Per questo all’inizio fu necessario disboscare l’area e insieme ai cipressi scomparvero carrubbi, corbezzoli, ginestre, rosmarino, solo risparmiati gli ulivi. Il terreno fu dissodato per accrescere la superficie coltivabile.

Il principe di Castelnuovo pensò anche ai libri per la biblioteca agraria, da acquistare con il ricavato della vendita dei “pochi libri” di sua proprietà che sarebbero stati rinvenuti dopo la sua morte “in città e in campagna”. La stessa biblioteca che ancora conserva in grandi vetrine centinaia di volumi.

Durante i moti indipendentisti scoppiati a Palermo nel 1820, tuttavia, le risorse che Cottone aveva destinato alla fondazione dell’Istituto furono incamerate dalla Giunta Rivoluzionaria e non più restituite al legittimo proprietario. Malgrado ciò, con ulteriori sacrifici, il principe commissionò all’architetto Antonino Gentile la progettazione e la costruzione del Gymnasium, ispirato a quello dell’Orto Botanico, la cui cupola fu decorata da Giuseppe Varrica con quattro affreschi a tema mitologico-agreste.

Nel frattempo, la tenuta fu divisa in due aree, una riservata all’istituto ed alle sue attività didattiche e una destinata al giardino ornamentale, sono poi soppressi i due viali trasversali, aboliti il frassineto ed il pistaccheto e ridisegnate le aiuole. Contemporaneamente, a supporto delle esigenze didattiche sono costruiti anche nuovi edifici: a “Cantina”, a pianta rettangolare con pronao dorico e tetto a padiglione, la “Scuola” e altre strutture (stalle, cisterne, magazzini) allineate lungo la via del Fante.

Inoltre vennero riorganizzati, secondo la moda dei tempi, sia gli edifici già esistenti (casena e foresteria) che gli ingrassi alla villa. Quello principale che era ed è tutt’ora su via San Lorenzo fu ornato con le allegorie dell’Agricoltura e dell’Abbondanza, quello su viale del Fante, oggi accesso al Teatro di Verdura, fu ornato con satiri, piramidi gradinate e canopi egiziani, il terzo ingresso, che si trova anch’esso su Viale del Fante, permetteva di accedere direttamente, tramite un viale alberato, al Ginnasio.

Morto nel 1829 senza aver visto sorgere il suo istituto, Cottone aveva precedentemente nominato suo esecutore testamentario l’amico Ruggero Settimo. Sarà proprio quest’ultimo, dopo non poche difficoltà, ad inaugurare l’apertura dell’Istituto Agrario Castelnuovo il 14 novembre 1847. Appena due mesi dopo a Palermo scoppierà la Rivoluzione siciliana capeggiata dallo stesso Settimo, erede politico di Cottone. Primo direttore dell’Istituto fu l’agronomo e botanico Giuseppe Inzenga, che ne resterà alla guida per molti anni.

Nel secondo dopoguerra Villa Castelnuovo divenne proprietà della Regione Siciliana, sotto la gestione dell’IPAB Istituto Principe di Castelnuovo e Villaermosa. Cessate le attività educative verso la fine degli anni cinquanta, il parco è oggi adibito a varie destinazioni.

Dal 1963 il Teatro di Verdura è utilizzato durante l’estate per le rappresentazioni del Teatro Massimo e per numerosi concerti di celebrità italiane ed internazionali. Una parte dei terreni è stata affidata all’Università di Palermo, che vi ha installato alcune serre. Nei terreni della villa hanno inoltre sede gli impianti del Circolo del Tennis di Palermo ed il Club Ippico Siciliano. Negli ultimi anni l’attenzione nei confronti della riqualificazione e del recupero della memoria storica del parco è cresciuta, tanto che il parco sta diventando sede di tante iniziative culturali.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...