Eschilo a Siracusa

Che nome dunque i
mortali daranno loro?
Zeus ordina che siano
appellati sacri Palici.
E sarà il nome Palici come
se dato con giustezza?
certamente perché essi
vogliono tornare indietro
dalle tenebre alla presente luce

E’ uno dei pochi frammenti che abbiamo, grazie al buon Macrobio, di un’opera perduta di Eschilo, le Etnee, scritta a Siracusa su commissione del tiranno Gerone. Quando il grande drammaturgo sia giunto in Sicilia, è un tema di discussioni feroci tra gli studiosi di letteratura greca: se devo dire il mio parere di lettore, senza alcuna pretesa di autorevolezza, a naso, per un ragionamento che descriverò di seguito nel post, sarei tentato di datarlo tra il 474 a.C. e i 472 a.C.

Il racconto di Plutarco, che nella vita di Cimone racconta come nel 468 a.C. Eschilo scelga la via dell’esilio per la sconfitta subita nel festival teatrale delle Grandi Dionisio, dovuta al Triptolemus dell’esordiente Sofocle, lo trovo più un divertente aneddoto letterario, che una testimonianza attendibile.

Anche perché nel 467 a.C. Eschilo era sicuramente ad Atene, dato che vinse le Grandi Dionisie con I Sette contro Tebe: di conseguenza, diventerebbe difficile comprimere la sua attività letteraria siciliana in pochi mesi.

Attività, il cui primo passo fu la rappresentazione nel teatro greco di Siracusa del dramma I Persiani, in cui si celebrava la vittoria di Salamina e la sconfitta di Serse, di cui Eschilo, per usare un termine moderno, curò la regia e fu finanziata da Gerone

Rappresentazione che aveva un duplice significato: da una parte la celebrazione del valore greco contro i barbari, ricordiamo che Siracusa aveva sconfitto ad Imera nel 480 e gli Etruschi a Cuma nel 474. Ricordiamo che all’epoca, tra gli eruditi greci andava per la maggiore la tesi della provenienza anatolica dei Tirreni, come testimonia ad esempio Erodoto

Poiché la carestia non diminuiva, anzi infuriava ancora di più, il re, divisi in due gruppi tutti i Lidi, ne sorteggiò uno per rimanere, l’altro per emigrare dal paese e a quello dei gruppi cui toccava di restare lì mise a capo lui stesso come re, all’altro che se ne andava pose a capo suo figlio, che aveva nome Tirreno. Quelli di loro che ebbero in sorte di partire dal paese scesero a Smirne e costruirono navi e, posti su di esse tutti gli oggetti che erano loro utili, si misero in mare alla ricerca di mezzi di sostentamento e di terra, finché, oltrepassati molti popoli, giunsero al paese degli Umbri, ove costruirono città e abitano tuttora. Ma in luogo di Lidi mutarono il nome prendendolo dal figlio del re che li guidava, e si chiamarono Tirreni.

Per cui, per i siracusani, era abbastanza immediato, equiparare etruschi e persiani: il che sarebbe un indizio per la presenza di Eschilo intorno alla data della battaglia di Cuma. Dall’altra, era un modo per i Siracusani rispondere a tutte le accuse di non avere contribuito alla difesa dell’Ellade, ribadendo la loro comunanza spirituale con chi combatté a Salamina ed esaltando il loro passo.

Il secondo passo, fu proprio la scrittura delle Etnee, che fu una celebrazione della politica interna di Gerone, basata sia sulla ridistribuzione della popolazione sul territorio e la rifondazione delle antiche polis, sia nella creazione di un sinecismo culturale e religioso tra coloni e siculi, in modo da favorirne l’integrazione e ridurre così i motivi di potenziali ribellioni.

Ora, Gerone, che ricordiamolo, apparteneva a una famiglia di sacerdoti di Kore e di Demetra, si era reso forse conto delle somiglianze tra i riti misterici greci e quelli dei locali: lo stesso avvenne per Eschilo, che era stato iniziato ai misteri eleusini. Somiglianze dovute alla lunga tradizione di scambi commerciali e culturali tra la Sicilia e il mondo elladico, risalenti almeno alla prima età del Bronzo.

Per cui, decise di sfruttare tale somiglianza a suo vantaggio, inglobando le tradizioni religiose locali nel pantheon ellenico: l’Etnee di Eschilo, assieme alla costruzione di santuari in stile ellenico, doveva fungere da strumento per questa appropriazione culturale. Il mito prescelto per tale operazione fu quello dei fratelli Palici, coppia di divinità ctonie, citati nelle Metamorfosi di Ovidio e nell’Eneide di Virgilio, che venivano venerati presso Paliké, oppidum siculo nei pressi della nostra Palagonia.

Tale culto aveva come fulcro un lago naturale di natura sulfurea composto da due specchi d’acqua quasi identici fra loro; dalla sua superficie sgorgavano costantemente bolle di anidride carbonica, idrogeno e metano mentre si innalzavano due o tre getti d’acqua trascinata in alto dalla pressione dei gas, la colorazione dell’acqua era giallo-verdastra e un forte e nauseante odore di gas petroliferi esalava dall’acqua pervadendo l’ambiente circostante. Si trattava di uno spettacolo talmente spaventoso e misterioso che i siculi collocarono proprio in quel luogo la dimora delle due divinità sino a una totale identificazione dei due specchi d’acqua con le divinità stesse.

Probabilmente, i due gemelli divini, equivalente dei Dioscuri greci, erano figli del dio Adranos, la personificazione dell’Etna, signore del fuoco e protettore dei fabbri, e della versione locale della Potnia Theron.

Nel santuario si esercitavano il giuramento ordalico, l’oracolo e l’asilo. Il giuramento avveniva attorno alle cavità da cui sgorgavano getti d’acqua. Ivi si poteva stabilire un contatto con la divinità a condizione che il chiamato in giudizio rispettasse un rituale. Il giurante si avvicinava alle cavità e pronunciava la formula del giuramento, iscritta su una tavoletta, che veniva gettata in acqua, se questa non galleggiava l’uomo veniva ritenuto spergiuro e punito con la morte o la cecità. L’oracolo indicava la divinità e il tipo di sacrificio necessario ad ottenere il favore. All’interno del santuario potevano trovare rifugio gli schiavi maltrattati da padroni crudeli. Questi ultimi non potevano portar via con la forza i loro servi, se non dopo aver garantito con un giuramento ai Palici di trattarli umanamente.

Eschilo, per venire incontro alle esigenze del committente, divennero Zeus, che prese il posto di Adranos, e della ninfa Talia, che sostituì la Terra Madre; da quello che possiamo intuire dai pochi frammenti rimasti, la ninfa, per sfuggire la quale per sfuggire all’ira di Era, topos tipico del mito greco, si fece nascondere sottoterra dallo stesso Zeus ove partorì. Da qui infatti la denominazione di Palici ovvero nati due volte, dalla terra e dal ventre di Talia.

Oltre che alla fatica di riscrivere un mito, di cui aveva poca familiarità, e che, per la tradizione orale dei siculi, poteva essere anche non codificato, Eschilo, per venire incontro alla richiesta di Gerone di rafforzare l’identità comune della Sikelia, fece una cosa che avrebbe provocato parecchi mal di pancia al buon Aristotele: se ne fregò bellamente delle tre unità di spazio, tempo e azione.

La prima parte dell’opera era infatti ambientata ad Aitna, la Catania rifondata da Gerone nel 476 a.C., altro indizio a favore della datazione alta del soggiorno siciliano di Eschilo, la seconda a Xuthia, che non abbiamo la più pallida idea di dove sia, ma secondo Diodoro Siculo

Xutho regnò sul territorio intorno a Leoninoi, che da lui fino ad oggi viene chiamato Xuthia

dove Xutho è un eroe mitologico siculo, che i greci trasformarono in uno dei figli di Eolo, la terza nuovamente ad Aitna, mentre il resto dell’opera era ambientato dapprima a Leontini, poi a Siracusa, infine sul colle Temenite, proprio tra il teatro greco della polis e la grotta del Ninfeo. Alcuni studiosi, hanno anche ipotizzato come la scena finale dell’opera, nella sua prima rappresentazione, non venisse recitata dentro il teatro, ma nel luogo effettivo dove è ambientata, sulla terrazza del colle, tempo si trovava un porticato chiuso a forma di lettera “L”.

Idea suggestiva, di straordinaria modernità, ma su cui ho qualche dubbio, per la difficoltà logistica di spostare tutti gli spettatori e per i problemi di acustica. Tornato ad Atene da Siracusa, Eschilo scrisse una tetralogia, dedicata a Prometeo, il titano che rubo il fuoco agli dei e lo donò agli uomini, di cui è rimasto solo il Prometeo Incatenato, in cui appare il seguente brano

e ora corpo inutile disteso giace vicino allo stretto marino, oppresso sotto le radici dell’Etna, mentre Efesto, posto sulle alte cime, forgia il ferro rovente. Ma un tempo da lì eromperanno fiumi di fuoco divorando con ferine mascelle gli ampi campi della Sicilia dai bei frutti. Siffatta ribolle ira di Tifeo con infuocati dardi di insaziabile tempesta spirante fuoco, sebbene carbonizzato dal fulmine di Zeus

Una profezia post eventum, che descrive una famosa eruzione dell’Etna avvenuta ai tempi di Gerone. Ora grazie a Tucidide che nella sua Guerra del Peloponneso, registrando una avvenuta nel 426 a.C. scrive

intorno alla stessa primavera un torrente di fuoco dall’Etna, come anche prima, e devastò una striscia di terra dei Catanesi, che abitano sotto il monte Etna, che è il più grande monte della Sicilia. Si dice che questa eruzione sia colata cinquanta anni dopo la prima, in tutto tre eruzioni sono avvenute da quando la Sicilia è colonizzata dagli Elleni

Per cui, dovette avvenire intorno al 476 a.C., dando il terzo indizio sulla possibile data della permanenza di Eschilo a Siracusa, che dovette essere testimone oculare dell’eruzione o dei suoi effetti immediati.

Dopo il suo ultimo grande successo, l’Orestea, del 458 a.C., Eschilo decise di ritirarsi in Sicilia a Gela. A un processo per un’empietà involontaria, ch’egli avrebbe commesso divulgando senz’intenzione certi riti dei misteri eleusini e che avrebbe provocato il suo esilio, alludono già Aristotele ed Eraclide Pontico, e tuttavia è probabile, poiché il più antico testimonio, Aristofane, non ne sa nulla, che anche questa sia invenzione. E’ più probabile che il drammaturgo, resosi conto del fatto che il gusto del pubblico ateniese stesse mutando, avesse deciso di trasferirsi in un’ambiente artistico dove la sua arte poteva essere ancora apprezzata.

Però, anche in Sicilia le cose erano cambiate: i grandi tiranni erano tramontati e il loro posto era stato preso da turbolenti e litigiosi democrazie. Probabilmente, per farsi ben volere, scrisse un dramma satiresco, che da una parte costituiva una parodia delle precedenti Etnee, dall’altra, se consideriamo valida l’attribuzione attualmente in voga del cosiddetto frammento della Dike.

Opera in cui Eschilo invitava i coloni greci a non risolvere le loro dispute con la violenza, ma ad affidarsi alla Legge e alla Giustizia, che paradossalmente, ebbe più successo delle Etnee originali, tanto che fu una delle fonti di ispirazione della Pace di Aristofane.

A Gela, Eschilo morì: Valerio Massimo, che cita Ermippo di Smirne, al cui confronto Svetonio è un paludato e serioso storico, racconta la storiella, ovviamente falsa, che sarebbe morto per colpa di un gipeto, che avrebbe lasciato cadere, per spezzarla, una tartaruga sulla sua testa, scambiandola, data la calvizie, per una pietra.

Sull’epitaffio della sua tomba siciliana, non furono ricordate le vittorie in ambito teatrale, ma i meriti come combattente a Maratona, dove aveva combattuto coraggiosamente anche suo fratello Cinegiro, morto in quell’occasione

Codesta tomba Eschilo ricopre,
d’Atene figlio, padre fu Euforione:
vittima di Gela dalle ricche messi.
Il suo valor potrebber ben ridirlo
di Maratona il piano e il Medo chiomato

Cinegiro, a cui fu eretta una statua in suo onore nella stoa poikile di Atene, fu un badass della epoca: Erodoto narra che, mentre i Persiani fuggivano verso le loro navi ancorate sulla spiaggia, Cinegiro si aggrappò colla mano destra ad una di esse per trattenerla, morendo poi quando la mano gli venne tranciata, continuando però a lottare come un animale selvatico rabbioso

Un pensiero su “Eschilo a Siracusa

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