Gherardo Starnina

Veramente chi camina lontano dalla sua patria nell’altrui praticando, fa bene spesso nell’animo un temperamento di buono spirito, perché nel veder fuori diversi onorati costumi, quando anco fusse di perversa natura, impara a esser trattabile, amorevole e paziente con più agevolezza assai che fatto non arebbe nella patria dimorando; et invero, chi disidera affinare gl’uomini nel vivere del mondo, altro fuoco né miglior cimento di questo non cerchi, perché quegli che sono rozzi di natura ringentiliscono, et i gentili maggiormente graziosi divengono.

Questa perla di saggezza, un elogio del viaggiare e conoscere nuove culture, è l’incipit della biografia che Vasari dedica a un pittore recentemente tornato alla ribalta, Gherardo Starnina, grazie al restauro di un suo polittico conservato a Würzburg, realizzato dall’ Opificio delle Pietre Dure di Firenze.

Le vicende che riguardano le tavole dello Starnina hanno inizio con Martin von Wagner, artista e collezionista al servizio dei re di Baviera nel primo Ottocento. Nonostante fosse un esperto del periodo neo-classico, il collezionista riconobbe la straordinaria qualità di tre tavole, attribuite, al tempo, ad un primitivo toscano, e decise di acquistarle per sé stesso. Dopo la sua morte i dipinti, non ancora attribuiti, entrarono a far parte delle collezioni del Museo dell’Università di Würzburg. Solo di recente è stata riconosciuta la paternità di Gherardo Starnina delle opere e datate intorno al 1409.

I restauri hanno permesso di verificare un’ipotesi che girava da parecchi anni, ossia l’opera fosse in realtà una parte di un polittico molto più ampio, di cui, con un lavoro degno di Sherlock Holmes, sono stati rintracciati più di venti frammenti.

Ma chi era questo Gherardo? Difficile a dirsi, perché della sua vita, si conosce assai poco: ad esempio non si conoscono le date di nascita e di morte. Sappiamo però come fosse figlio di un altro pittore, tale Jacopo, soprannominato Starna, la cui attività è documentata dal 1387 al 1409.

Secondo quanto narra Vasari, Gherardo nacque a Firenze nel 1354 e morì all’improvviso all’età di 49 anni, quando aveva raggiunto “fama grandissima nella patria e fuori” . Poiché nel 1413 egli era sicuramente morto, come si evince da un documento del 28 ottobre di quell’anno, che concerne l’eredità delle sue figlie, la data di nascita dovrebbe posticiparsi intorno al 1360. Inoltre sappiamo con certezza che nel 1387 si iscrisse, a Firenze, alla corporazione dei pittori nella Compagnia di San Luca e sembra logico supporre che non avesse superato di molto i 25 anni.

Gherardo era un pittore gotico internazionale, stile, che ricordiamolo, a inizio Quattrocento era altrettanto di rottura, rispetto alla tradizione giottesca, delle prime sperimentazioni rinascimentali. Gotico internazionale, che per le diverse condizioni socio economiche, a Firenze assume una declinazione ben diversa da quella delle corti settentrionali, a cominciare dalla Milano viscontea.

Per citare Luciano Bellosi

La pittura gotica del settentrione evoca davvero un ambiente signorile nel quale una corte raffinata si circonda e si addobba di stoffe sontuose, di ninnoli rari, fra oggetti preziosi di oreficeria, offizioli miniati delicatamente, vesti alla moda, giardini, scuderie, canili, raccolte di fauna esotica; un mondo dove è chiaro che si dava molta importanza al profumo e al colore di un fiore, alla lucentezza del pelo di un cavallo,alla morbidezza di una stoffa, alla eleganza raffinata di un abbigliamento.

Al contrario, in una repubblica come quella fiorentina, con ordinamenti relativamente democratici, all’interno della quale i magnati si facevano chiamare‘popolo’ e svolgevano attività commerciali, bancarie o artigianali che oggi ci appaiono tipicamente ‘borghesi’, mancavano ovviamente le basi per uno sviluppo in senso ‘cortese’ dell’arte gotica. Mancavano i favolosi mecenati del settentrione intorno alle cui corti ruotavano gli artisti; mancavano le ordinazioni di preziosi oggetti di devozione privata; invece di offizioli miniati, di libri d’ore, di dittichini da viaggio, si ebbe una larghissima diffusione di ben più utilitarie anconette, da appendere indifferentemente alle pareti di una camera matrimoniale o di uno dei tanti uffici del Comune o delle Arti.

Come surrogati di Crocifissi scolpiti o fusi in metalli costosi si usavano i Crocifissi sagomati (cioè ritagliati lungo i contorni dell’immagine); le miniature servivano a decorare i mastodontici corali ordinati dalle chiese e venivano eseguite nei conventi. Invece di una figurazione allusiva a uno spirito devozionale privatissimo e di alto rango sociale, si diffuse soltanto un generico intimismo religioso a scopo edificante, alla cui origine dovette essere la fama di scritti mistici, come quelli di Santa Brigida; così, ad esempio, la Natività si trasforma in un’Adorazione del Bambino e la Crocifissione in una scena edificante in cui i due dolenti presentano il Crocifisso alla meditazione dei devoti.

Per cui, la diversa sensibilità della committenza e il confronto con Giotto, portano a un linguaggio gotico non analitico e onirico come quello lombardo, ma sintetico e concreto, in cui la linea non sfuma in decorazione, ma delimita forme. Linguaggio che ha molto in comune con quello che si stava sviluppando in Veneto, tanto che, in una generazione seguente, gli stessi artisti, Pisanello, Gentile da Fabriano ebbero un identico successo.

Interpolando le informazioni di Vasari, possiamo ipotizzare come Gherardo, dopo essere stato a bottega dal padre e da Antonio Veneziano, entrasse nella cerchia di Agnolo Gaddi, collaborando nell’esecuzione degli affreschi della cappella Castellani, in Santa Croce, con le Storie di san Antonio abate e di san Niccolò vescovo. All’epoca, Gherardo aveva un linguaggio caratterizzato personaggi imponenti, dallo sguardo severo e penetrante, panneggi che cadono a piombo conferendo solidità alle forme che, ben collocate nello spazio, acquistano grandiosità scultorea.

Dato che a Firenze tutto mancava, tranne che pittori, decise di trasferirsi in Spagna, anche perché gli artisti locali preferivano dedicarsi alla pittura su tavola, rispetto agli affreschi della tradizione toscana.

La presenza di Gherardo a Toledo nel 1393 è attestata da un documento, conservato nell’archivio della cattedrale di Toledo che riguarda una ricevuta di pagamento sottoscritta da “Girardo Jacobo Pintor de Florentia” per lavori eseguiti nella cappella del Salvatore dove si trovava in origine un retablo, di cui facevano parte il S. Bartolomeo e il S. Giovanni Evangelista, ora sull’altare dedicato a S. Giuliano nella cappella del S. Sepolcro della cattedrale di Toledo, il S. Taddeo della Vassar College Art Gallery, a Poughkeepsie, NY, e le tavole con le Storie di Cristo, ridipinte agli inizi del XVI secolo da Juan de Borgoña, che costituiscono il retablo della cappella di S. Eugenio, sempre nella cattedrale di Toledo. Poiché la proposta avanzata da Vegue y Goldoni di identificare “Girardo Jacobo” con G. è stata accolta senza riserve, l’ipotesi che il retablo della cappella del Salvatore fosse attribuibile allo stesso sembra del tutto convincente. A questo gruppo di opere riferibili al periodo toledano di sono state aggiunte quattro piccole tavole con Storie di Cristo, conservate nella cappella battesimale, e una parte degli affreschi della cappella di San Biagio, sempre nella cattedrale di Toledo,

Da Toledo Gherardo si trasferì a Valenza, alla corte di Giovanni I di Castiglia dove è ricordato a partire dal 22 giugno 1395 come “Gerardus Jacobi pictor civis valentie” nella ricevuta di pagamento per un retablo eseguito per conto di Pedro Suarez rettore della chiesa di Sueca (Valenza); ma nello stesso anno, in due diverse occasioni, la stesura di un testamento e la nomina di due mercanti fiorentini a suoi procuratori, egli si firma sempre “pictor civis florentie”. Nel 1398, sempre a Valenza, eseguì un retablo per la chiesa di S. Agostino e le pitture murali sulla tomba del mercante Guglielmo Costa, nel chiostro dei francescani, tutte opere perdute. Nel luglio del 1401 lo troviamo citato per l’ultima volta a Valenza, quando con Marçal de Sax e Pere Nicolau allestì gli apparati per l’ingresso del re d’Aragona Martino I.

L’esperienza spagnola permise a Gherardo di integrarsi nel variegato mondo del gotico mediterraneo, lo stesso che trionfava a Palermo, con la sua inquieta eleganza formale, al sua drammatica tensione espressionista e la ricchezza cromatica: al contempo, il cui lungo viaggio in terra iberica darà origine a due fiammate artistiche italianeggianti sia a Toledo che presso alcuni maestri valenzani come Miguel Alcañiz.

Tornato a Firenze, l’impatto del suo nuovo stile, sull’ambiente artistico locale, fu esplosivo, tanto da fargli ottenere due importanti commissioni. La prima fu la decorazione ad affresco della cappella a cappella di San Girolamo nella chiesa di San Maria del Carmine, tanto d’avanguardia, per gli artisti dell’epoca, che Vasari gli dedica un’ampia descrizione.

Né andò molto che gli fu dato a dipignere la capella di S. Girolamo nel Carmine, dove, facendo molte storie di quel Santo, figurò nella storia di Paula et Eustachio e di Girolamo, alcuni abiti che usavano in quel tempo gli Spagnuoli, con invenzione molto propria e con abondanza di modi e di pensieri nell’attitudini delle figure. Fra l’altre cose, facendo in una storia quando S. Girolamo impara le prime lettere, fece un maestro che, fatto levare a cavallo un fanciullo addosso a un altro, lo percuote con la sferza di maniera che il povero putto, per lo gran duolo menando le gambe, pare che gridando tenti mordere un orecchio a colui che lo tiene; il che tutto con grazia e molto leggiadramente espresse Gherardo, come colui che andava ghiribizzando intorno alle cose della natura. Similmente nel testamento di S. Girolamo vicino alla morte contrafece alcuni frati con bella e molto pronta maniera; perciò che alcuni scrivendo et altri fisamente ascoltando e rimirandolo, osservano tutti le parole del loro maestro con grande affetto. Quest’opera avendo acquistato allo Starnina appresso gl’artefici grado e fama, et i costumi, con la dolcezza della pratica, grandissima reputazione

L’altra grande commessa venne dal comune di Firenze, per celebrare la conquista su Pisa

Per memoria di ciò, nella facciata del palazzo della Parte Guelfa, un San Dionigi vescovo con due Angeli, e sotto a quello ritratta di naturale la città di Pisa, nel che fare egli usò tanta diligenza in ogni cosa e particolarmente nel colorirla a fresco, che nonostante l’aria e le pioggie e l’essere volta a tramontana, ell’è sempre stata tenuta pittura degna di molta lode, e si tiene al presente per essersi mantenuta fresca e bella come s’ella fusse fatta pur ora

Ora, il catalogo di Gherardo è assai controverso: è probabile che gli siano attribuibili parte delle opere del cosiddetto Maestro del Bambino Vispo, chiamato da Osvald Sirén, storico dell’arte finlandese di madrelingua svedese, per l’abitudine del pittore di rappresentare Gesù Bambino lieto e scherzoso, che sgambetta sulle ginocchia della Madonna.

Il tutto è complicato dall’abitudine che avevano i pittori spagnoli di lavorare in una modalità che oggi chiameremmo di raggruppamento temporaneo di impresa, alternando le opere eseguite individualmente con la creazione di altre dipinte in comune con i membri della società e i proventi venivano poi divisi in parti uguali tra i soci. Dato che contratto di committenza poteva essere firmato da uno qualsiasi dei soci a prescindere da chi avrebbe poi eseguito il lavoro, il lavoro dello storico dell’arte è improbo.

E’ probabile che Gherardo portasse con sé questa abitudine e che l’accompagnasse a Firenze almeno uno dei suoi soci spagnoli, che per qualche anno dopo la sua morte continuò a lavorare in Toscano, per poi trasferirsi a Palermo e poi tornarsene in patria.

Questa strana bottega, le cui modalità di lavoro erano differenti dalle altre presenti a Firenze, ebbe un ruolo fondamentale nella storia dell’arte italiana. Vi si formarono il buon Lorenzo Monaco e come scrive sempre Vasari

Furono discepoli di Gherardo Masolino da Panicale, che fu prima eccellente orefice e poi pittore, et alcuni altri che per non esser stati molto valenti uomini non accade ragionarne.

Masolino, che anni dopo, associandosi con Masaccio, replicò il modello imprenditoriale del suo maestro…

Il quarto miglio dell’Appia Antica

Superato il Mausoleo di Sant’Urbano, la nostra passeggiata virtuale sull’Appia Antica riprende incrociando una serie di monumenti funerari restaurati, eufemismo per dire ricostruiti con molta fantasia, da Luigi Canina a inizio Ottocento.

I primi si incrociano a circa 130 metri dal monumento dei figli di Sesto Pompeo: si tratta del Sepolcro dei Licini e il Sepolcro Dorico. Il Sepolcro dei Licini, in origine, era costituito da nucleo in opera cementizia, con un rivestimento in opera quadrata, che forse terminava con una cupola. Canina, per valorizzarlo, alzò una quinta in laterizio, su cui posò frammenti di statue ed elementi marmorei trovati nei pressi. Ovviamente, in due secoli, la maggior parte di questi sono state rubati: di tutto rimane solo una lastra marmorea del I secolo d.C. su cui sono stati incisi i nomi dei defunti appartenenti alla Gens Licinia e quello del liberto Tito Quinzio Panfilo.

Il Sepolcro Dorico si chiama ovviamente così per la presenza di un fregio di peperino in ordine in tale, con triglifi e metope decorate con elmi, bucrani e motivi vegetali. Si tratta di un sepolcro del tipo ad ara, cioè imitante la tipologia di un altare, tipico dell’età repubblicana. Canina lo ricostruì alzandone la fronte in blocchi squadrati di peperino, ponendovi al centro un rilievo con scena di caccia o combattimento.

Circa 40 metri a sud della Tomba dei Licinii e del Sepolcro Dorico si trova, il monumento a Ilario Fusco, ricordato da Émile Zola nel suo Roma del 1896, ossia una facciata in mattoni costruita da Luigi Canina nella metà dell’Ottocento in corrispondenza dei resti di un monumento funerario, su cui, come suo solito, aggiunse i frammenti architettonici trovati nei suoi pressi, una parte dei quali fu riutilizzata per realizzare il coronomento della quinta architettonica. La decorazione prevedeva un bassorilievo con ritratti di cinque defunti.

E’ doveroso segnalare che per motivi di tutela, questo e altri rilievi analoghi sono stati sostituiti con dei calchi, mentre gli originali sono conservati nel Museo Nazionale Romano. Il realismo dei volti e l’analisi dell’acconciatura riportano alla prima età imperiale. Nella parte alta della quinta era stata collocata dal Canina un’iscrizione più tarda riportante il nome di Hilarus Fuscus, che ha dato nome al monumento, rubata negli anni Ottanta. Nei suoi pressi, si ritrovano i resti di un colombario, costituito dauna stanza rettangolare preceduta da un vestibolo, eretta in mattoni giallognoli, con copertura semicilindrica, evidentemente di restauro. Lungo la parete puoi osservare le nicchie che dovevano ospitare le urne cinerarie.

Circa 100 m a sud del Sepolcro di Ilaro Fusco, si trova invece il Sepolcro di Tiberio Claudio Secondo, che ha ispirato uno dei personaggio del mio Io, Druso: il prospetto è costituito da una muratura in mattoni, nella quale sono stati inseriti frammenti marmorei ritrovati nei pressi. Dalle iscrizioni sulle due piccole basi di statua poste in alto e dal testo frammentario della grande epigrafe murata in facciata sappiamo che questa tomba apparteneva a Tiberio Claudio Secondo Filippiano, a sua moglie Flavia Irene e ai loro figli Tiberio Claudio Secondino e Claudia Secondina. Il padre, liberto di Claudio, l’equivalente del mio Demetrio, fu esattore di banca (coactor argentarius), attendente di magistrati (accensus velatus), copista (scriba librarius) e messo (viator). Del monumento funerario resta, alle spalle della quinta, il nucleo in calcestruzzo e selci, completamente spogliato del suo rivestimento decorativo.

Poco più avanti, si incrocia un sepolcro a tempietto, tipico del II secolo d.C. costituito da una gradinata racchiusa da due avancorpi conduce al podio in cui è stata ricavata una camera inferiore coperta a volta. Sul podio si elevava la cella, parzialmente conservata, e un vestibolo preceduto da colonne di marmo e sormontato da frontone, oggi scomparsi. Le grandi nicchie nelle pareti della cella dovevano contenere statue.

Circa 200 metri a sud del Sepolcro di Tiberio Claudio Secondo si incontra un monumento funerario ricostruito da Canina secondo lo schema di una grande ara. Tra i frammenti superstiti della decorazione architettonica, fu posto sulla fronte un rilievo con tre personaggi che è stato oggi sostituito da un calco (l’originale si trova esposto al Museo di Palazzo Massimo alle Terme). Vi si vedono i ritratti di due liberti, C. Rabirius Post(umi) l(ibertus) Hermodorus e Rabiria Demaris, e di una sacerdotessa di Iside, Usia Prima sac(erdos) Isidis, ai cui lati sono rappresentati gli strumenti del culto: una coppa e il sistro (strumento musicale a corde). Le prime due figure si datano attorno al 40 a.C., mentre la figura femminile a destra è stata realizzata successivamente, elaborando un busto preesistente, forse maschile.

In questa iscrizione il patronus di Ermodoro è verosimilmente un personaggio noto, identificato dagli studiosi con il cavaliere di età cesariana Caio Curzio Postumo, della gens Curzia, che, a seguito di adozione testamentaria da parte di uno zio materno, nel 54 a.c., assunse il cognomen di Rabirio. Pertanto il liberto Ermodoro, secondo gli usi, prese a sua volta questo gentilizio e fu affrancato dopo il 54 a.c.

Caio Curzio Postumo che all’epoca si trovò in mezzo in una disputa tra Cicerone e Cesare… Lucio Apuleio Saturnino era un politico romano, alleato di Caio Mario, che cercò di riprendere la politica dei Gracchi, facendo approvare ad esempio una lex frumentaria, in base alla quale la Repubblica doveva vendere il grano alla gente al prezzo di cinque sesti di asse al moggio, e una lex coloniaria che promuoveva la fondazione di colonie in Sicilia, Acaia e Macedonia.

Nel 100 a.C. Saturnino ripresentò la sua candidatura a tribuno della plebe, mentre un suo alleato politico, Gaio Servilio Glaucia si candidò per il consolato, avendo come avversari Marco Antonio Oratore, che era certo di vincere, e Gaio Memmio, col quale si doveva confrontare Glaucia: quando fu chiaro che Memmio avrebbe vinto, Glaucia e Saturnino assoldarono alcuni balordi e lo fecero uccidere pubblicamente, durante i comizi. La reazione della gente fu veemente: il Senato, sentendosi forte e appoggiato, dichiarò Saturnino e Glaucia nemici pubblici, ordinando (tramite un senatus consultum ultimum) ai consoli di catturarli.

Mario fece il possibile per evitare di danneggiare i propri alleati, ma in quanto console non poté esimersi dall’intervenire. Saturnino e Glaucia fuggirono sul Campidoglio, ma i sostenitori del Senato tagliarono le condutture che fornivano acqua ai fuggitivi, i quali si arresero a Mario, appena sopraggiunto. Il console mise in salvo i due alleati nella Curia Hostilia, ma la folla inferocita, salita sul tetto del Senato, ne rimosse le tegole e, con un fitto lancio, colpì Saturnino e i suoi fino a farli morire. Glaucia, che si era rifugiato in una casa vicina, fu scovato, trascinato fuori e ucciso sulla strada.

A capo della folla, vi era proprio Caio Curzio Postumo Rabirio. Nel 63 a.C. Tito Labieno, il luogotenente di Cesare in Gallia, nipote di Saturnino, con la scusa di vendicare il parente, ma in verità per indebolire gli optimates, non solo accusò Rabirio di perduellio, alto tradimento, reato che doveva essere giudicato da un tribunale speciale, composto dai duoviri perduellionis, che in caso di condanna, prevedeva che il colpevole fosse legato a un albero maledetto e ucciso a bastonate.

Ora di solito questi duoviri dovevano essere nominati dai comizi, ma Labieno fece modificare la legge, in modo che l’incarico fosse affidato al praetor urbanus, il quale scelse due nemici giurati di Rabirio: Caio Giulio Cesare e suo cugino Lucio Giulio Cesare. Rabirio, per un fare una brutta fine, ingaggiò i migliori avvocati sulla piazza, Cicerone e Ortalo. Nonostante questo, condannato a morte, ma fece appello alla provocatio ad populum, ossia fece appello all’assemblea popolare dei comitia

Durante lo svolgimento di tale assemblea veniva innalzato un vessillo sull’arce capitolino: secondo quanto racconta Dione Cassio, questa usanza era collegata al fatto che, dovendo i suddetti comizi riunirsi obbligatoriamente all’esterno dell’Urbe, questa rimaneva per tutta la loro durata dell’assemblea pericolosamente indifesa. Vedere sventolare il vessillo, implicava la mancanza di pericoli: in caso contrario, sarebbe stato ammainato, l’assemblea sciolta e le sue decisioni invalidate. Dato che i comitia stavano dichiarandosi a favore della condanna di Rabirio, Quinto Metello Celere, augure e pretore, quatto quatto salì sul Campidoglio e senza farsi notare, ammainò quella bandiera, annullando il processo. Così, grazie a questo bieco formalismo, Rabirio fu salvo.

Ora, dall’orazione “Pro Rabirio Reo Perduellionis” di Cicerone, sappiamo che Rabirio Postumo visse per un certo periodo ad Alessandria d’Egitto, dove divenne seguace dei culti egiziani. Dopo questa brutta esperienza, la sua devozione a Iside e Osiride aumentò esponenzialmente.

A pochi passi di distanza dal Sepolcro di Rabirio, vi è un’iscrizione in cui sono incisi i nomi dei liberti Emilio Alexa, Emilia Filusa e Mario Clodio Filistorgo e un sepolcro repubblicano in peperino sormontato lateralmente da pulvini con testa di Gorgone, purtroppo scomparsi. Canina fece apporre un fregio con putti che sostengono festoni, di ispirazione ellenistica, e la cornice con piccole mensole.

Subito dopo, vi è un sepolcro a torre. Sulla consueta parete in laterizio eretta dal Canina, si
conservano numerosi frammenti tra cui un frontone in travertino con fiore a doppio ordine di petali, probabilmente pertinente al coronamento del sepolcro, e un bassorilievo funerario con busti di quattro personaggi entro una cornice: i coniugi, in posizione centrale, sono ritratti nel gesto della dextrarum iunctio, l’unione delle mani destre, simbolo del matrimonio; ai lati si riconoscono i giovani figli. L’analisi stilistica induce a datare l’opera tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero. Tra gli altri frammenti spicca quello di un sarcofago scolpito con figure e animali tra onde marine. Il quarto miglio termina con un colombario in laterizio con nicchie per le urne cinerarie.

L’antica Equinio

Gli scavi archeologici compiuti negli ultimi anni presso la località Antiche Mura di Jesolo hanno permesso di descrivere a grandi linee la storia di questo comune della laguna veneta. Probabilmente, in origine, si trattava di un vicus venetico, dato il toponimo originale, Equilio, riconducibile più o meno al latino equus, cavallo, il cui allevamento era una delle principali attività a cui si dedicavano le popolazioni venetiche.

Vicus, che in origine, si trovava in un contesto ambientale ben diverso dall’attuale: la linea di costa dell’Adriatico si trovava infatti poche centinaia di metri a est. Tutto attorno, c’era un tipico ambiente lagunare composto da isolotti circondati e attraversati da canali, le cui acque erano drenate dall’alternarsi delle maree. Qui, dietro alle dune ai margini della laguna, c’era una piccola isola chiamata “Insula Equilus”, su cui sorgeva l’omonimo vicus.

Con la progressiva integrazione della società venetica con quella romana, l’economia dell’area cambiò progressivamente dal II secolo a.C. Da una parte l’isola diventava uno snodo importante del traffico litoraneo dell’Alto adriatico, essendo una delle ultime tappe per i traffici marittimi diretti a Torcello e lungo la direttrice collegava Ravenna, Altino e Aquileia, sia per quelli diretti all’interno, data la possibilità di imboccare all’altezza della Torre del Caligo l’alveo terminale del Piave-Sile. Altra fonte di ricchezza, meno scontata, era la raccolta nella laguna e la lavorazione del murex per produrre la porpora per la famose lane di Altino.

La ristrutturazione demografica della Venetica tardo antica, dovuta sia alle modifiche idrografiche, basti pensare alla famigerata rotta della Cucca, che modificò il corso dell’Adige, sia all’impatto delle invasioni barbariche, che provocò l’abbandonò di diversi centri e il trasferimento della popolazione in altri vicus, favorì lo sviluppo di Equilio, che mantenne la vocazione commerciale, affiancandola alle attività legate alla pesca e la produzione di sale, tanto da diventare sede episcopale, che estendeva la sua giurisdizione dalla foce del fiume Piave a quella del Livenza con una profondità che toccava i vertici degli attuali abitati di Caposile e Ca’ Turcata (Eraclea). Nel territorio della diocesi vi erano quattro parrocchie: San Martino, San Tommaso, San Salvatore e San Giovanni che comprendeva la chiesa cattedrale ed il cui battistero era di uso comune; dalla diocesi dipendevano infine numerosi monasteri, in continuo pericolo per la furia del mare.

E’ interessante riportare la testimonianza tarda che ne da Giovanni Diacono, cappellano dogale e ambasciatore veneziano presso gli imperatori tedeschi, l’autore del Chronicon Venetum, la più antica opera di storiografia veneziana

Ora però è necessario descrivere convenientemente le diverse isole. La prima tra queste è chiamata Grado, la quale possiede alte mura e molte chiese adornate e ricche di corpi di Santi, proprio com’era, nell’antica Venezia, Aquileia, cosicché essa è generalmente nota come la capitale e la metropoli della nuova Venezia. La seconda isola, invece, è detta Bibione. La terza, poi, è nota come Caprola: il vescovo di Concordia, giungendo qui assieme ai suoi, atterrito dalla violenza dei Longobardi, vi trattenne la sua sede episcopale, con l’autorità di papa Adeodato, accingendosi ad abitarvi. Vi è poi la quarta isola, nella quale fino a poco tempo fa c’era una grandiosa città costruita dall’imperatore Eraclio, ma rovinata dal tempo, che i Venetici hanno ora ricostruito più piccola. Infatti, dopo che la città di Opitegio venne presa dal re Rotari, il vescovo di quella città si diresse con l’autorità di papa Severino qui ad Eracliana, dove volle porre la propria sede.

La quinta isola è detta Equilo, nella quale invece, poiché coloro che vi abitavano erano privi di una sede vescovile, venne ordinato con l’autorità di Dio un nuovo Vescovo. Sulla sesta isola si trova invece Torcello, la quale si distingue per il fatto che sia possibile non tenervi per nulla mura cittadine, essa infatti, trovandosi circondata dalla difesa delle altre isole, governa sicurissima nel mezzo. La settima isola è nota come Mureana. Ovviamente nell’ottava isola si trova Rivoalto, nella quale infine è confluito ad abitare il popolo, la quale risulta difatti famosissima ed onorata e nella quale non solo si ostenta la ricchezza delle case e delle chiese, ma si vede trovarvisi la dignità del Ducato e della sede vescovile. La nona isola è chiamata Metamauco, nella quale pure non è necessaria nessun’altra difesa cittadina, ma che è invece cinta dovunque da un bel litorale e dove è abitudine che il popolo abbia, con autorità apostolica, una propria sede vescovile. C’è poi la decima isola, Popilia. L’undicesima è detta Chioggia Minore, nella quale è il bel monastero di San Michele. Nella dodicesima isola si trova Chioggia Maggiore. Vi è inoltre un castello al confine della Venezia, che è detto di Capo d’Argile. In realtà, comunque, vi sono in quella provincia numerosissime altre isole abitabili.

Prosperità confermata dall’archeologia, i cui scavi hanno permesso di identificare numerosi edifici tardo antichi e altomedievali. Il primo di questo, costruito tra IV-V secolo d.C., durante il declino dell’impero romano, fu una mansio, una sorta di locanda, costituita da una foresteria, caratterizzata da una serie di ambienti tutti uguali, affiancati l’uno all’altro, che dovevano accogliere giacigli e cucine, essendo ognuno di questi ambienti era provvisto di un focolare in mattoni, da una serie di magazzini e officine per la lavorazione del ferro e dell’osso e da edifici di maggior pregio, decorati con tessere marmoree, forse per l’ospitalità di personalità di alto rango e funzionari. Alla mansio si affiancava una piccola cappella per le funzioni religiose, costituita da un’aula rettangolare di 12 x 8 metri e un’abside semicircolare esterna. Nel sacello vennero rinvenuti numerosi reperti, tra i quali spiccano per quantità le anfore e le ceramiche di fine mensa, d’importazione nord-africana, vetri e lucerne.

Un secolo dopo, la cappella fu demolita, per costruirvi sopra una chiesa a tre navate di circa 25 x 14 metri, con tre absidi semicircolari inscritte, decorata con un mosaico pavimentale, in linea con il lessico paleocristiano alto adriatico caratterizzato dalla coesistenza di elementi geometrici e floreali enfatizzato da toni vivaci e contrasti di colori. Nonostante l’esecuzione piuttosto grossolana e provinciale, i finanziatori dell’opera ne furono talmente fieri da eternarvi i loro nomi: Paulus, Iohannes, Victorinus, Marturius, Georgius, Eutimius o Euphimius. La chiesa fu devastata, insieme a tutta Equilio, con l’invasione degli Ungari del 899. Poco dopo, secondo gli ultimi scavi, che ne hanno anticipato la fondazione, sulle rovine fu costruita la cattedrale di Santa Maria Assunta, a cattedrale di Santa Maria Assunta (XI sec.) la cui pianta fu ispirata al San Giovanni di Efeso e ai Santi Apostoli di Costantinopoli, che potrebbe essere quindi una dei tanti modelli della basilica di San Marco a Venezia.

L’aula era suddivisa in tre navate e la navata centrale era separata dalle laterali da due file di sei colonne di marmo divise da pilastri a base quadrangolare di mattoni all’inizio, dopo tre colonne e all’incrocio col transetto. L’area presbiterale si trovava in zona sopraelevata grazie alla presenza di una cripta, di cui resistevano frammenti di affreschi fino all’inizio del ‘900. L’intera fabbrica, costituita in laterizio, aveva dimensione di pianta di 25 x 46 metri di lunghezza e un’altezza di circa 25-30 metri. Riguardo alla facciata si è quasi certi che fosse a salienti, ma non se ne conosce alcun dettaglio. Esisteva anche un campanile a base quadrata, posto a nord-ovest, quasi di fronte alla facciata, di cui non sono noti né l’altezza né l’aspetto.

Ma Santa Maria Assunta non era l’unico complesso religioso di Equilio. Non distante dalla cattedrale si conservano i resti di una seconda chiesa, facente parte di un complesso monacale, dedicata a san Mauro, ancora sommersi dalla vegetazione, risalente al IX secolo. I suoi resti, testimoniati dalla cartografia storica Cinquecentesca, erano già stati parzialmente messi in luce nel 1954. Dopo quella prima esplorazione, però, il sito fu abbandonato e ricoperto dalla vegetazione e dai detriti. Grazie all’avvio dei recenti scavi archeologici, è stato possibile finalmente riportare alla luce quei resti. Gli scavi del 2018-2019 hanno portato alla scoperta di testimonianze eccezionalmente conservate, tra cui:

  • le tracce di una chiesa più antica e più piccola, probabilmente risalente al IX secolo.
  • una chiesa a tre navate con l’area presbiteriale sopraelevata risalente all’XI secolo.
  • le fondazioni in legno e pietra di un poderoso campanile, accanto alla chiesa di XI secolo.
  • numerose sepolture del cimitero che doveva trovarsi sia accanto alla chiesa più antica che a quella più recente, rappresentative della popolazione medievale di Equilio.
  • un pozzo alla veneziana circondato da un portico a fianco della chiesa, utilizzato probabilmente fino al XIV secolo.
  • un molo di attracco costituito da strutture in legno e pietra, a poca distanza della chiesa e a ridosso del canale di San Mauro, una delle più importanti vie di comunicazione di Equilio medievale.
  • i resti di una monossile, cioè una imbarcazione ricavata da un unico tronco di quercia, proprio accanto al molo.

Ora nonostante la persistente vitalità, ad esempio Santa Maria Assunta fu ristrutturata in stile romanico nel XI secolo, Equilio cominciava a decadere, per due fattori: il trasferimento del patriziato a Venezie e le rovinose piene del Piave, che provocarono gravi dissesti idrogeologici, con l’interramento delle lagune e l’aumento della malaria. Nel 1211 Equilio cambiò nome in “San Giovanni”, toponimo nato dalla presenza di un monastero dedicato al Battista, gestito da monache alle quali il vescovo Andrea diede l’uso del Battistero della Cattedrale come chiesa, che fu chiamato Chiesa di San Giovanni.

Sul finire del XV secolo, grazie all’interessamento dei Soranzo con la costruzione di un canale che collegava il Sile al Piave, venne a riformarsi un piccolo centro abitato a qualche centinaia di metri dal centro dell’antica città. Il nuovo abitato prese il nome di Cavazuccherina e, dal 1930 riassunse il nome di Jesolo.

Vicende che impattarono anche sulla storia di Santa Maria Assunta: nel 1466, alla morte del vescovo Andrea Bon, poiché sia l’episcopio sia la cattedrale risultavano già essere abbandonati, tanto che papa Paolo II deliberò la soppressione della cattedrale, che non fu demolita solo grazie al divieto del patriarca Tommaso Donà. Nel 1760 vengono rinvenuti nel cimitero accanto alla chiesa tre corpi stimati di santi: Sant’Antonio, San Reniero e San Gioliano.

Verso il 1865 l’impero Austro-Ungarico concorse però alla spoliazione dei marmi preziosi superstiti, asportandone una grossa quantità. Sul finire del secolo, per preservarne i resti, incominciarono le prime campagne archeologiche, tra cui quella del 1883 condotta da Cesare Augusto Levi, consistente soprattutto nell’accertamento dello stato di fatto attraverso rilevamento topografico e fotografico della cattedrale.

Risultano dalle foto d’epoca ancora presenti le pareti esterne quasi integre con l’esclusione della facciata e la presenza ben evidenziata della cripta, in cui si ergono ancora tutti i basamenti delle colonne che ne sorreggevano la volta. La chiesa venne irrimediabilmente danneggiata durante la I Guerra Mondiale, poiché, inizialmente vicina al fronte bellico, divenne parte della cosiddetta “Terra di nessuno” tra le trincee nemiche (periodo novembre 1917 – giugno 1918). Nel 1944, sotto il timore di uno sbarco alleato in Adriatico, venne edificato dall’esercito tedesco un sistema di bunker in cemento armato, tutt’ora esistente, che danneggiò l’area archeologica distruggendo parte del presbiterio, dell’abside e della sottostante cripta.

Atene contro Siracusa (Parte III)

Le elité ateniesi, qualunque fosse la loro visione geopolitica, erano accomunate dalla formazione basata sul pensiero sofistico: per cui, era intrisa di empirismo e di realismo gnoseologico. Ciò si rifletteva nel loro rapporto con la religione: come direbbe Protagora

«Intorno agli dèi non ho alcuna possibilità di sapere né che sono né che non sono. Molti sono gli ostacoli che impediscono di sapere, sia l’oscurità dell’argomento sia la brevità della vita umana.»

Se la dimensione metafisica era preclusa alla conoscenza umana, però il rito, comprensivo delle feste religiose e dei sacrifici, aveva un ruolo fondamentale nella vita civile della polis: aiutava a costituirne l’identità e a rafforzarne il demos, contrastando le spinte centrifughe legate alle infinite polemiche della democrazia partecipata attica e alla lotta tra i diversi ceti economici.

Il problema è che questa visione del mondo non era condivisa dai teti costituivano, ad Atene, la quarta ed ultima classe (comprensiva di chi aveva reddito inferiore ai 200 medimni o 200 metrete o nullatenenti) del sistema censitario tradizionalmente attribuito a Solone.

Godevano del solo diritto elettorale attivo: però, pur non potendo accedere alle magistrature, prendevano parte all’assemblea popolare e il loro voto era determinante. Inoltre, fungendo da marinai dei triremi della flotta ateniesi, se loro entravano in sciopero, non si andava da nessuna parte. La visione religiosa dei teti era assai più tradizionali rispetto a quella degli allievi dei sofisti.

Gli dei esistevano, intervenivano nella imprese umane, che avevano successo grazie alla loro benevolenza: i riti avevano l’obiettivo di ottenerla e di garantire la loro protezione su Atene. Per cui, per ottenere il loro via libera all’impresa siciliana, questa doveva essere benedetta dagli dei: al contrario, chi voleva impedirla, ritenendola contraria obiettivi geopolitici della polis, doveva invece dimostrare la disapprovazione divina.

Di conseguenza, cosa che è effettivamente molto strana per noi contemporanei, si scatenò, per biechi motivi di politica interna e di consenso elettorale, una corsa agli oracoli e una sorta di guerra tra indovini.

La fazione centripeta, che affermava come potere di Atene nascesse dal controllo dell’Ellade e che i tentativi di espansione oltre mare, portando a un overstretched delle risorse economiche e umane della polis e indisponendo potenze esterne come Siracusa e la Persia, che potevano schierarsi con Sparta, potesse metterlo in crisi, consultò Delfi, la cui Pizia dei responsi negativi riguardo alla decisione di intraprendere una spedizione.

Alcibiade, il leader indiscusso della fazione centrifuga, che riteneva invece che Atene, per trionfare su Sparta, aveva necessità di maggiore risorse, ottenute drenandole dai territori d’oltremare, però, come racconta Plutarco, cercò di

«tenere nascoste le profezie avverse per timore del malaugurio»

e del voto contrario dei temi, ma consultò l’oracolo di Ammone, che risiedeva nell’oasi libica di Siwa, secondo cui gli Ateniesi trionfanti avrebbero fatto numerosi prigionieri tra i Siracusani e quello di Zeus a Dodona, che assicurò l’occupazione attica della Sikelía.

I Selloi, i sacerdoti di Dodona, che dormivano sulla nuda terra e traevano le profezie del fruscío delle foglie della quercia a Zeus ebbero la faccia tosta, a chi li spernacchiava dopo la disfatta ateniese, di rispondere che loro non intendevano la grande isola del Mediterraneo, ma la collina omonima dell’Attica…

Risultato, l’opinione dei teti era alquanto confusa, sull’effettiva volontà degli dei sul mandare gli aiuti a Segesta: per cui le due fazioni, la centrifuga e la centripeta, decisero di incrociare le armi dialettiche nella pubblica assemblea

Gerone di Siracusa alle Olimpiadi

La costruzione dell’identità dell’antica Grecia passava, senza dubbio, per i quattro giochi panellenici, gli olimpici, nemei, pitici e istmici, ognuno dei quali aveva la propria peculiarità: i giochi di Nemea erano famosi per la loro durezza e difficoltà; i pitici, per la loro dimensione artistica e musicale, essendo legati al culto di Apollo; gli istmici erano noti per la loro scenografia che attirava a Corinto una folla immensa.

I principali, ovviamente, erano quelli di Olimpia: da quanto riusciamo a dedurre dagli scavi archeologici e dall’interpretazione critica del mito, ai tempi micenei, questi erano legati ai rituali funebri del Gran Re elladico e all’incoronazione del suo successore. Con la crisi dell’età del bronzo e la relativa decentralizzazione del potere, i giochi realizzarono il paradosso di celebrare la dimensione sacrale della Regalità, il suo essere epifania del Divino, axis mundi vivente e custode del ripetersi ciclico del Tempo, senza un re.

Dimensione sacra, legata proprio all’universo simbolico di tali: i vincitori delle gare ricevevano in premio la corona, attributo della regalità e venivano equiparati alla divinità che, nell’età del Bronzo, fungeva da compagno della Potnia Theron. Ciò era ulteriormente accentuato dal fatto che tale corona fosse realizzate con le piante sacre legate al ciclo di rinascita e morte della Natura, controllato da tale divinità.

Partecipare ai giochi olimpici e vincerli era ancora più importante per le colonie greche d’Occidente: ribadiva il loro essere parte dell’Ellade e non essere greci di seconda classe e la loro identità rispetto a popoli barbari che li circondavano.

A ciò si aggiunse, nell’età dei tiranni, sia la loro necessità di costruire consenso interno, incarnando nel concreto tutti i valori dell’etica dei ceti dominanti della polis e fungendo da aggregazione carismatica per quelli subalterni, si per costruirsi una decente immagine internazionale: per questo le loro vittorie, furono pubblicizzate ai quattro venti dai poeti che vivevano alla loro corte.

Questa esigenza, probabilmente per l’origine peloponnesiaca dei primi coloni, che condizionerà spesso e volentieri la sua politica estera, era particolarmente sentita a Siracusa. A riprova di questo legame, vi è ad esempio il mito di Alfeo e Aretusa.

il dio Alfeo, figlio di Oceano, si innamorò della ninfa Aretusa spiandola mentre faceva il bagno nuda. Questa però fuggì dalle sue attenzioni, scampando sull’isola di Ortigia, a Siracusa, chiedendo soccorso alla dea Artemide, che la tramutò in una fonte. Zeus, commosso dal dolore di Alfeo, lo mutò nel principale fiume del Peloponneso, concedendogli di percorrere tutto il Mar Ionio per unirsi all’amata fonte. Forse in ragione di questa unione simbolica tra le due sponde dello Ionio Strabone afferma:

Ogni volta che a Olimpia si celebrava un sacrificio – si diceva –, le acque della fonte Aretusa si macchiavano di rosso; e se a Olimpia si gettava una coppa nel fiume Alfeo, questa riemergeva nelle acque del mare di Siracusa.

Il che molto più concretamente indicava come un ramo cadetto degli Iamidi, il potente ghenos di sacerdoti e custodi del tempio di Zeus Olimpio, avesse contribuito alla fondazione della polis siciliana.

La prima vittoria siracusana alle Olimpiadi avvenne nella trentatreesima edizione, nel 648 a.C. in una disciplina appena introdotta, il famigerato Pancrazio, che spiegarla in termini moderni, era una sorta di wrestling dove ci menava per davvero e tanto.

Gli incontri di pancrazio venivano effettuati a mani nude, sotto il sole cocente dell’estate greca, con il corpo coperto d’olio. Non c’erano né riprese né limiti di tempo, si combatteva fino alla resa di uno dei due che poteva essere per cedimento, per il classico KO, o dichiarata dallo stesso atleta che onorava, quando poteva fisicamente, il vincitore mostrando la sconfitta alzando l’indice in su verso l’arbitro. A volte, uno dei contendenti moriva durante il combattimento. Nel pancrazio tutto era ammesso, tranne dare morsi all’avversario, tranne che a Sparta dove era lecito, come il graffiare l’avversario, infliggergli colpi ai genitali e accecargli gli occhi con le dita.

Ora, la prima edizione del Pancrazio olimpico fu vinta dal siracusano Lygdamis, che secondo quanto racconta Pausania, si diceva che avesse piedi grandi un cubito (circa mezzo metro), ossa compatte, senza midollo, per cui non era soggetto a sete o sudorazione. Fu paragonato all’Ercole Tebano e alla sua morte i siracusani, riconoscenti, gli eressero un monumento sepolcrale, sempre a detta di Pausania, nei pressi delle Latomie.

Fu poi il turno, tra i vincitori siracusani di Olimpia, Astilo, che nel 488 a. C. (73° olimpiade) trionfò nello “stadio” (corsa a piedi di circa 193 metri) e nel “diaulo” (distanza doppia) e nella corsa con le armi. Vittoria che però, portò a tante polemiche, dato che era nativo era nativo di Crotone e solo nella 74° e nella 75° olimpiade si dichiarò siracusano. I crotoniati, ovviamente, non gradirono questo cambio di campo, distrussero il monumento che gli avevano eretto e adibirono la sua casa a prigione.

Infine, fu il turno di Gerone, che, per le faide famigliari, aveva necessità una vitale necessità di ottenere un minimo di legittimazione rispetto ai suoi concittadini. Per sua fortuna, era un ottimo auriga e cavaliere. Ora, negli antichi agoni equestri il vero vincitore non era il fantino o l’auriga, bensì il proprietario dei cavalli: colui che se ne occupava allevandoli e nutrendoli. Ora, nonostante questo, Gerone non ebbe alcun problema a partecipare in prima persona, tanto vinse 6 volte ai giochi panellenici: 3 volte alle Olimpiadi e 3 volte ai giochi Pitici.

La sua prima vittoria avvenne ai giochi Pitici nel 482 a.C., come corsiero (cavallo montato), quando ancora portava sul capo la corona di tiranno per la polis di Gela, e una seconda volta, sempre come corsiero, nell’anno 478 a.C., anno della sua incoronazione come secondo tiranno della polis di Siracusa.

Il Siracusano vinse nuovamente nell’Olimpiade dell’anno 472 a.C.; la 77ª edizione, trionfando ancora a cavallo. Pindaro e Bacchilide, tramite le loro opere, hanno conservato il nome del cavallo del tiranno aretuseo: l’animale si chiamava Ferenico, e pure a lui sono stati dedicati dei versi.

Questi sono quelli di Bacchilide

Aurora dalle braccia d’oro ha visto vincere Ferenico dalla fulva criniera, puledro veloce come il turbine, presso l’Alfeo dall’ampia onda e nella divina Pito.Lo proclamo poggiando a terra la mano: in una gara non lo ha mai imbrattato la polvere di un cavallo che lo precedesse nell’impeto verso il traguardo. Simile a raffica di Borea si slancia, attento a chi lo governa, e per Ierone amico degli ospiti segna la vittoria subito salutata dall’applauso.

Mentre questi sono quelli di Pindaro

Sù, coraggio, prendi dal piolo la dorica lira se il successo di Pisa e Ferenico un pensiero t’insinuò tra le cure dolcissime, quando si slanciò lungo l’Alfeo, stazza senza sperone offrendo nella corsa, ed al trionfo unì il proprio padrone, siracusano re, cavalleggero: e gloria gli rifulge nella maschia colonia di Pelope lidio; si innamorò di lui il possente Auriga della Terra, Posidone, dacché lo trasse Cloto dal puro bacile con la spalla lucente orna d’avorio.

L’aristotelico Teofrasto, riportato da Plutarco, asserisce che quando Ierone si iscrisse alle sue prime Olimpiadi – quelle del 476 a.C. – per gareggiare con i cavalli, incontrò l’opposizione Temistocle, il vincitore di Salamina, dato che Siracusa si era rifiutata di fornire aiuti militari alla Grecia che era minacciata dall’invasione dei Persiani di Serse.

Temistocle, aggiunge Claudio Eliano, avrebbe affermato che chi non aveva voluto condividere con la Grecia il più grande pericolo non poteva adesso avere l’ardire di prendere parte ai più grandi convegni dell’Ellade e dividere con i Greci tali piaceri. Per cui l’ateniese avrebbe ordinato di distruggere la tenda del tiranno di Siracusa e di impedire ai suoi cavalli di gareggiare. I presenti alla scena, essendo d’accordo con il principio che generava la suddetta critica, lodarono le parole di Temistocle. Ciononostante, com’è noto, Ierone partecipò ugualmente e vinse la corsa con il suo cavallo. E’ probabile che non ci sia nulla di vero in questa storiella e che, per biechi motivi propagandistici, giustificare l’ingerenza ateniese nelle vicende siciliane, sia stata costruita ad arte ai tempi della guerra del Peloponneso.

Sei anni dopo i fatti della 76ª Olimpiade, e 2 anni dopo aver trionfato anche nella 77ª edizione olimpica, nel 470 a.C. Gerone torna a gareggiare e a vincere con i cavalli: lo fa a Delfi, durante i giochi Pitici, nei quali consegue la sua terza e ultima vittoria negli agoni apollinei. Stavolta però la vittoria del siracusano è conquistata nel più ambito degli agoni: la corsa con il carro da guerra trainato da quattro cavalli; la quadriga. Corsa che aveva uno straordinario valore simbolico, perché era l’arma prediletta sia del wanax miceneo, sia degli eroi ellenici.

Gerone conquistò poi una seconda vittoria con la quadriga nelle Olimpiadi del 468 a.C.; la 78ª edizione, che rappresenta la sua ultima partecipazione ai giochi panellenici. Nella stessa edizione, trionfò un altro siracusano Agesia, nella corsa del corsa con il carro trainato da mule; a differenza di Gerone, Agesia era l’allevatore e proprietario degli animali, tanto che conosciamo anche il nome del suo auriga, Finti

Pindaro dedica ad Agesia la sua sesta opera olimpica, e rende noto che egli era un generale di Gerone ed anche un suo amico e indovino, dato che apparteneva alla famiglia sacerdotale degli Iamidi di cui ho accennato prima. Da quel momento, da quel momento fu incaricato dagli Olimpi di presiedere l’altare di Zeus nel più sacro dei santuari elidi, almeno secondo il verso di Pindaro

Agesia ha vinto in Olimpia: è ministro, in Olimpia stessa, dell’ara di Giove: è figlio di Siracusa

A titolo di curiosità, data la superiorità dei loro allevamenti di muli rispetto alla madrepatria, il predominio delle colonie della Magna Grecia e della Sicilia era tale, che i greci, da buoni rosiconi, decisero di abilire tale gara.

Sempre nell’ottica di costruzione del consenso, Gerone, oltre a pagare profumatamente i poeti affinché celebrassero le sue gesta sportive, per non essere da meno del fratello, riempì di ex voto e statue i santuari ellenici, ad esempio donò un tripode d’oro e una Nike a Delfi. Nel testamento, incaricò il figlio Dinomede, di donare al tempio di Zeus di Olimpia un monumento realizzato da Calamide, lo scultore dell’Afrodite Sosandra, e da Onata, celebre per il donario degli Achei, sempre ad Olimpia, che rappresentava un episodio della guerra di Troia, i nove eroi greci che avrebbero dovuto combattere contro Ettore e, di fronte ad essi, Nestore pronto a sorteggiarne i nomi.

Monumento, quello del tiranno siracusano, simile nelle linee generali all’Auriga di Delfi: un carro di bronzo sul quale sale un uomo, fiancheggiato da due cavalli montati da bambini.

A caccia del Monumento Nazionale perduto

Che cosa è di preciso, un monumento nazionale? In verità, è abbastanza complicato a spiegarsi: con parecchie approssimazioni, si definisce così un edificio o un luogo che, per le suo specificità storiche, estetiche e culturali, uno Stato ha ritenuto incarnazione dei presunti valori su cui ha costruito la sua indentità come Nazione.

Con l’Unità d’Italia, in cui bisognava trasformare, anche a forza, un coacervo di staterelli in un’entità comune, si scatenò una vera propria corsa ad appioppare questa etichetta, per citare la legge 7 luglio 1866, n. 3096, art. 33) a tutti

“edifici e luoghi che si ricollegano alla nostra storia o alla memoria di grandi uomini”

La campagna di classificazione dei monumenti, nell’Italia postunitaria, iniziò nel 1870, con la richiesta da parte della Giunta di Belle Arti di fornire l’elenco degli edifici pubblici «meritevoli di essere annoverati fra i Monumenti Nazionali». Gli elenchi furono successivamente predisposti a cura dalle Commissioni Consultive di Belle Arti, istituite a partire dal 1864 in diverse province del Regno. La raccolta degli elenchi portò alla pubblicazione del primo Elenco dei monumenti nazionali medievali e moderni nel 1875.

La necessità di completare e correggere «l’elenco degli edifizi monumentali» fu ancora ribadita nel 1896, quando il Ministero della pubblica istruzione sollecitò gli Uffici Regionali alla redazione delle schede che mantenessero la divisione in monumenti di importanza nazionale, regionale e locale. Solo nel 1902 venne infine pubblicato a Roma l’Elenco degli edifici Monumenti nazionali in Italia.

A Palermo, può sembrare strano, di monumenti nazionali ce ne solo quattro: due famosi in tutto il mondo, la Martorana e San Giovanni degli Eremiti, uno noto solo a Palermitani, la Chiesa della Maddalena, che essendo dentro una caserma dei carabinieri è visitabile solo in occasioni particolari, uno totalmente ignoto… Si tratta della casa natale di Francesco Ferrara.

Mi immagino già le domande… Ma questo chi diavolo è ? Anche è ignoto ai non addetti ai lavori, Francesco Ferrara è stato il più autorevole economista italiano del Risorgimento, giornalista, uomo d’azione e politico, che non sfigurerebbe in un romanzo steampunk.

Francesco nacque a Palermo il 7 dicembre 1810 dal e Rosalia Alaimo. Trascorse l’infanzia e la giovinezza nel palazzo del Principe di Castelnuovo, Carlo Cottone, il fondatore del primo istituto agrario di Palermo, di cui parlerò in futuro che con la sua protezione gli assicurò una vita agiata e una formazione pari a quella dei giovani aristocratici.

Francesco studiò dai padri Gesuiti e Filippini e intraprese il corso di laurea in medicina che poi abbandonò per dedicarsi agli studi economici e sociali. Il suo primo scritto fu Dubbi sulla statistica del 1835 dedicato alle relazioni metodologiche tra la statistica e l’economia. Nel 1833 fu assunto come commesso della direzione centrale di Statistica di Palermo e nel 1836 fondò il “Giornale di Statistica” a cui collaborarono anche Emerico Amari, Raffaele Busacca e Vito D’Ondes Reggio. L’impegno comune nella redazione del giornale creò una forte intesa intellettuale e umana tra i quattro e particolarmente Ferrara si legò alla famiglia Amari con la quale finì per imparentarsi. Tra gli scritti più noti apparsi sul periodico della Direzione di Statistica si ricordano: Sulla teoria della statistica secondo Romagnosi, del 1836; Sul cabotaggio fra Napoli e Sicilia, del 1837; Cenni sulla miglior maniera di formare uffici statistici, e i Fanciulli abbandonati del 1838; Studi sulla popolazione della Sicilia del 1840; Malthus, i suoi avversari, i suoi seguaci, le conseguenze della sua dottrina, Della riforma postale, e i I periodi dell’economia politica del 1841. Dal 1840 collaborò per due anni con il periodico “La Ruota” e nel 1844, da segretario della Camera di Commercio di Palermo, creò ad una nuova serie del “Giornale di Commercio” sul quale scrisse insieme ad Amari e Busacca. Sempre nel 1844 avanzò la sua candidatura al concorso per la cattedra di Economia dell’Università di Palermo ma alla fine si ritirò per aiutare la vittoria dell’amico Raffaele Busacca. Dal 1844 la sua attività cominciò ad incontrare l’ostilità borbonica e nel 1846 i suoi periodici cessarono le pubblicazioni.

Nel novembre 1847 contribuì alle agitazioni contro i Borboni facendo circolare anonima la sua Lettera di Malta, pamphlet di protesta contro il governo napoletano. La notte del 10 gennaio 1848 fu arrestato insieme ad Emerico Amari e ad altri dieci liberali ma dopo alcuni giorni, quando la Rivoluzione era ormai vittoriosa, fu liberato dal popolo palermitano. Entrato a far parte del comitato rivoluzionario, partecipò ai lavori della commissione che doveva preparare l’Atto di Convocazione del General Parlamento di Sicilia e fu eletto deputato alla Camera dei Comuni. Da febbraio ad ottobre diede alle stampe, insieme a Vito D’Ondes Reggio, al giornale “L’Indipendenza e la Lega” con programma costituzionalista e federalista. Prese parte alla commissione diplomatica inviata a Torino per offrire al Duca di Genova la corona siciliana e in questa città, una volta soffocata la Rivoluzione in Sicilia, si trasferì in esilio. In Piemonte collaborò al “Risorgimento” di Cavour e ottenne la cattedra di Economia politica nell’Università della capitale dove fondò importanti giornali e periodici come “La Croce di Savoia”, “Il Parlamento” e “L’Economista”. Sempre a Torino promosse la pubblicazione della “Biblioteca dell’Economista” che uscì per i tipi della casa editrice Pomba.

Della “Biblioteca dell’Economista” Ferrara curò le prime due edizioni, dal 1850 al 1867, nelle quali furono presentate in traduzione italiana opere generali e trattati speciali di economia. Dopo aspri e continui dissapori con l’ambiente politico sabaudo e particolarmente con Cavour, nel 1858, per motivi disciplinari, fu costretto ad abbandonare la cattedra di Torino trasferendosi all’Università di Pisa. Rientrato in Sicilia dopo l’impresa dei mille, s’impegnò strenuamente in difesa dell’autonomia siciliana e prese parte ai lavori del Consiglio Straordinario di Stato per la Sicilia. Nel 1861 tentò senza successo di essere eletto al Parlamento italiano ma, avvicinatosi a Quintino Sella, ottenne la nomina a direttore delle Imposte e a consigliere della Corte dei Conti. Nel 1868 fondò a Firenze la Società di economia politica e nel 1874 la Società Adamo Smith che gli consentirono di polemizzare con i socialisti della cattedra in difesa del liberismo. Sempre nel 1868 fu nominato direttore della nuova Scuola Superiore di Commercio di Venezia e fondò “L’Economista”, organo editoriale della Società Adamo Smith.

In questi anni fu un assiduo collaboratore della “Nuova Antologia”, commentando criticamente le principali riforme di politica economica in materia di credito, imposte e istituzioni. Nel 1867 fu ministro delle finanze del governo Rattazzi battendosi per la vendita dei beni ecclesiastici e l’abolizione del corso forzoso. Si dimise dopo pochi mesi, partecipando intensamente, spesso seduto tra i banchi dell’opposizione, all’attività politica e parlamentare. Fu nominato senatore del Regno nel 1881. Morì a Venezia nel 1900, e dopo pochi anni le sue spoglie furono traslate nella Chiesa di S. Domenico a Palermo…

Insomma, senza dubbio una personalità di spicco, meritevole di essere ricordato, ma questa casa natale dove diavolo sta ?

Alcuni siti palermitani, riportano come indirizzo Vicolo San Giuseppe D’Arimatea, 14, indicazione ripresa anche da Google Maps: una casa abbattuta a seguito dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale… Per cui, ci dovremmo mettere l’anima in pace: il quarto monumento nazionale di Palermo non esiste più…

Però, dato che sono curioso come un gatto, sono andato a leggermi il Regio Decreto del 18 marzo 1928, n. 860, in cui questa benedetta casa, era resa monumento nazionale. Cito testualmente

VITTORIO EMANUELE III

PER GRAZIA DI DIO E PER VOLONTÀ’ DELLA NAZIONE RE D’ITALIA

Volendo che la casa esistente in Palermo prospiciente sul corso
Vittorio Emanuele con ingresso dal vicolo Castelnuovo,
ove nacque
Francesco Ferrara, sia conservata all’ossequio nazionale e tutelata
come edificio di importante interesse storico;

Sulla proposta del Nostro Ministro Segretario di Stato per la
pubblica istruzione;

Abbiamo decretato e decretiamo:

Articolo Unico

La casa in Palermo ove nacque Francesco Ferrara e’ dichiarata
monumento nazionale.

Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato,
sia inserto nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del
Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo
osservare.

Dato a Roma, addi’ 18 marzo 1928 – Anno VI
VITTORIO EMANUELE.

Per cui, la casa tutelata come monumento nazionale non solo è in tutt’altra posizione, all’incrocio tra vicolo Castelnuovo e il Cassaro, ma è ancora in piedi e un condizioni dignitose: si tratta infatti del palazzo in cui si trova I Cucci Bakery Sweet & Salty, di cui letto critiche feroci, ma i cui cannoli, le poche volte che li ho presi, li ho trovati molto buoni.

A questo punto, essendo questo monumento nazionale in piedi e in buona salute, pur capendo che il comune di Palermo ha giustamente tutt’altre priorità, non sarebbe il caso, non dico di valorizzarlo, con una casa museo, ma almeno di indicarlo con una targa ?

Le Cento Camerelle di Bacoli

Cento Camerelle, o Centum Cellae, è un sito archeologico presente a Bacoli, sul promontorio che affaccia su Marina Grande, nell’omomino quartiere della storica parte alta della cittadina flegrea, alle spalle della Chiesa di Sant’Anna. Sito poco conosciuto e ancora meno valorizzato, dato che è stato chiuso per anni, che non sfigurerebbe in un romanzo peplumpunk, per la sua lunga storia e per la sua peculiare struttura, composta da una miriade di ambienti e cunicoli sotterranei.

Il sito, note sin dal ‘500, gli eruditi dell’epoca lo chiamavano “Prigioni di Nerone” in ricordo del racconto di Tacito, che narra come l’imperatore accolse a Baia la madre prima di ordinarne l’assassinio, è in realtà una struttura complessa composta da più livelli di cisterne sotterranee sovrapposte e indipendenti tra loro poiché orientate diversamente ed appartenenti ad epoche differenti, nate per soddisfare un enorme fabbisogno idrico di quella che doveva essere la villa sovrastante, di sicuro dotata di giochi d’acqua, ninfei e peschiere.

Villa che vari archeologi hanno identificato con quella dell’oratore Quinto Ortensio Ortalo, amico e rivale di Cicerone, tanto che parrebbe vi fosse ambientato l’Academica Priora, un trattato filosofico dell’Arpinate, costituiti da due dialoghi con Lucullo e il padrone di casa, in cui si discuteva della filosofia stoica e del problema della conoscenza.

Ortensio, tra l’altro era un poeta dilettante, che non si prendeva neppure troppo sul serio, tanto da scrivere versi per una scommessa con Lucullo e Sisenna una storia della guerra marsica dal titolo Annales, che andò di traverso a Catullo, altro suo grande amico, che per scherzo, per questa impresa lo insultò in tutti i modi possibili. Ciò non toglie che Catullo abbia scritto per lui, accompagnando la traduzione della Chioma di Berenice, una delle sue cose più sentite e più belle

L’angoscia sfibrante di un dolore senza tregua
mi distoglie, Òrtalo, da ogni volontà di vivere
e nell’incertezza di questa sofferenza non penso piú
di trovare nelle parole il conforto della poesia:
l’onda che nasce dal gorgo di Lete ora, ora
bagna il piede pallido ora di mio fratello:
strappato ai miei occhi, la terra di Troia
ora lo dissolve sotto il peso della sua collina.

Ti parlerò e non ti sentirò parlare,
mai, mai piú ti rivedrò, fratello mio:
amato piú della mia vita, sempre ti amerò,
sempre mi terrò in cuore il pianto per la tua morte,
come l’usignolo tra le ombre piú folte dei rami
piange nel suo canto la sorte straziante di Iti.

Ma anche in cosí grande tristezza, Òrtalo,
eccoti questi versi tradotti da Callimaco,
perché tu non creda che, disperse nel vento,
le tue parole mi siano sfuggite dalla mente,
come scivola dal grembo di una ragazzina
il pomo che in segreto le donò l’innamorato,
quando, scordatasi d’averlo fra le pieghe della veste,
sussulta trasognata all’arrivo della madre
e le sguscia via: cade in terra il pomo rotolando
e il suo viso afflitto avvampa di vergogna.

Tornando a Cicerone, oltre a descrivere nell’opera il paesaggio superbo che può cogliersi solo da una terrazza alta sul mare, posta ad occupare un intero rilievo, vi prendeva in giro Ortalo, per la sua passione per l’allevamento dei pesci, chiamandolo “Tritone” o “incantatore di pesci”. Racconta Plinio come nelle sue peschiere, alimentate ovviamente dalle Cento Camerelle, pesci tanto amati Ortalo, che aveva con loro lo stesso legame che ho io con i pappagalli, da rispondere al richiamo del padrone, che arrivò anche a piangere per la morte di un amata murena.

La villa passò successivamente ad Antonia minore, moglie di Druso, la mamma di Claudio, per capirci, che considerava scemo il figlio, ma tanto normale non era neppure lei, data la sua smodata passione per la piscicultura, per poi passare al demanio imperiale di Nerone, che sembra la facesse trasformare in un deposito di anfore olearie e vinarie e altri materiali a servizio della flotta imperiale di Miseno. Dopo l’anno dei quattro imperatori, Vespasiano, resosi contro della posizione invidiabile nella Villa, la fece ritornare a uso abitativo, che mantenne sino alla tarda età imperiale. Negli ultimi decenni del IV secolo d. C., uno degli ultimi Quinto Aurelio Simmaco Eusebio, noto scrittore e uomo politico (nonché campione del paganesimo morente e cugino di Sant’Ambrogio, con cui era un perenne lite per le differenti opinioni religiose.

Nel Medioevo, il complesso fu progressivamente abbandonato, per diventare sino al 1678 uno dei beni del monastero dei Santi Pietro e Sebastiano in Napoli. Le Cento Camerelle furono tappa obbligata ai tempi del Grand Tour, come dimostrano non solo le tante raffigurazioni del monumento ma anche i nomi dei visitatori scritti a carboncino, fra le quali si legge la firma del 1737 di Allan Ramsay, ritrattista ufficiale della famiglia reale di Edimburgo. Il complesso già in epoca borbonica fu oggetto di scavo, effettuati allo scopo di giungere dal pavimento della cisterna superiore ai cunicoli sottostanti, visibili solo dal versante del mare. Dal 1910 e a varie riprese, l’archeologo Amedeo Maiuri vi condusse campagne di scavo sistematiche, che ci hanno permesso di conoscere a fondo la struttura.

Il sito consiste in due piani di cisterne asimmetriche, esplorate a fondo e altri degradanti verso il mare, noti parzialmente. Il livello superiore, 3 metri sotto il livello dell’omonima strada Via Cento Camerelle, risale all’età augustea (I° secolo d.C), con orientamento nord-nord-est sud-sud-ovest, è un ampio serbatoio di età imperiale, diviso in quattro navate, coperte da volta a botte e sorrette da tre file di pilastri, con uno degli estradossi a terrazza, rivestito di pavimento in signinum. L’aula è scavata nel tufo fino a m 2,00 di profondità e foderata di muratura con paramento in opus reticulatum ed ammorsature a tufelli, recante un rivestimento idraulico di cocciopesto di notevole spessore. Al centro di ogni volta vi sono pozzetti di ispezione quadrati; mentre nell’angolo Nord si apre una nicchia recante traccia di rivestimento di intonaco.

La seconda cisterna, risalente all’epoca repubblicana è situata 6 metri più in basso ed è raggiungibile attraverso una scala metallica anche se nel 1990, inseguito al crollo di un albero, lavori di scavo hanno portato alla luce la scala originaria che collegava i due livelli. Tale cisterna è costituita da una stretta maglia divani ortogonali alti pochi metri , molti ancora inesplorati, comunicanti tra loro e con orientamento est-nord-est ovest-sud-ovest. Sopra gli stretti passaggi tra un cunicolo e l’altro(altezza di 1,6 metri) vi è una copertura a tegole, mentre altri varchi presentano una copertura piana. Risultano privi di volta, invece, quegli ambienti che sulla sinistra si trovano in corrispondenza con quelli del piano superiore. La fodera muraria è in opera cementizia con alla base e negli angoli uno strato ulteriore di cocciopesto, un cordolo, per evitare pericolose infiltrazioni d’acqua verso il basso.

Sulla destra si apre l’unico corridoio percorribile, costituito da una serie di piccoli ambienti (4 x 2 metri) scavati nel tufo che presentano copertura piana o spiovente. Come accennato in precedenza, qui si conservano ancora sulle pareti i nomi dei visitatori dei secoli scorsi scritti a carboncino. Diversi studi archeologici e speleologici hanno evidenziato che il sito di Cento Camerelle avesse un ulteriore terzo livello ancora più interrato poiché pochi metri sopra il livello del mare, dal costone della costa scoscesa, si ravvisa la presenza di altri cunicoli scavati nel tufo identici a quelli della cisterna di età repubblicana- Due di questi ambienti presentano ancora tracce di pavimenti in cocciopesto e parte delle pitture parietali.

La conferma dell’esistenza di altri livelli viene data anche dalla presenza di due cavità di origine antropica lungo il costone tufaceo del promontorio le cui caratteristiche, analizzate attraverso appositi studi e indagini di natura speleologica, permettono di identificarle come ulteriori cisterne idrauliche di età romana Oltre a queste si riconoscono altre cavità prospicienti il versante settentrionale della cosiddetta Punta Cento Camerelle, affacciate su Marina Grande. In particolare, sul versante orientale della falesia tufacea, si registrano sei ipogei, due dei quali più grandi e visibili da mare, di chiara origine antropica: una è stata denominata Cisterna delle Bacolesi, l’altra Cisterna II di Punta Cento Camerelle.

Ambedue sono prive di pozzetti, né idraulici né d’areazione. Ciò vuol dire che l’acqua qui immagazzinata, proveniente dall’alto, non sembra funzionale al consumo diretto e le due cisterne in questione sembrano assumere il ruolo di piscinae limariae, dedicate alla decantazione e sedimentazione delle acque, poste a quota intermedia tra i grandi serbatoi di Cento Camerelle e altri ambienti posti a quota inferiore e pertinenti la pars maritima della grande villa di Ortensio, che ovviamente sprofondata a causa del bradisismo.

Come ricordato in altri post, ai piedi del promontorio su cui giace il sito di Cento Camerelle,
sommersi nel mare vi sono resti delle peschiere, di un’estesa banchina in opera cementizia di età romana ed una serie di pilae che si origina da un’ampia gettata sovrastata dai resti di un impianto termale databile, presumibilmente, all’età di Claudio. Un ponte ad arcate collegava il settore termale col piede del promontorio delle Cento Camerelle.

Dalla parete tufacea a picco sulla spiaggia di Bacoli, alla fine di Via Poggio, sporgono a 7-8 metri dal suolo resti di strutture romane in parte interrate, in parte inglobate in un edificio di recente costruzione ed in parte crollate. Anche questi resti si pensa possano appartenere alla villa marittima di Ortensio, così come ad essa sembrano attribuibili alcune statue, una di donna ed una di uomo togato, mutilato della testa e di una mano, ritrovate in mare. Ulteriori strutture antiche, tra le quali un molo sommerso, giacciono lungo il lato meridionale dell’insenatura. Qui si sono scoperte cinque colonne (dal diametro di circa 40 centimetri) a fusto liscio (quattro in granito ed una in marmo cipollino dall’isola greca dell’Eubea) ed un frammento di trabeazione marmorea giacenti su un piano di calpestio in tufo, quindi ancora nell’originaria posizione di caduta.

La letteratura latina, nonna del Postmoderno

Come detto altre volte, uno dei problemi che abbiamo nell’insegnamento della letteratura latina a scuola, è che viene propinata agli studenti come qualcosa di imbalsamato e serioso, quando poi, era ben altro… Con un ardito paragone, con tutti i distinguo del caso, era molto più simile al nostro Postmoderno, che al Neoclassicismo.

Pensiamo al buon Plauto, che nelle sue commedie rompe la quarta parete e che, con la contaminatio, cita, mischia e deforma trame e caratteri della Commedia Attica: soprattutto, lo fa a carte scoperte, utilizzando le smagliature e lo contraddizioni che saltano fuori, come fonte di riso, mostrando come, nel Teatro e nella Vita, tutto è illusione e convenzione.

Oppure a Seneca, che, detto fra noi, essendo stato sulle scatole a personaggi diversissimi come Caligola, Claudio e Nerone, qualche grosso problema caratteriale doveva avercelo. Ebbene non c’è nulla di più pulp delle sue tragedie, che non hanno niente da invidiare ai film di Tarantino, in cui non si muore mai con la composta dignità degli eroi greci, ma si va sempre oltre le righe.

Gettati da torri altissime o sbranati da bestie infuriate, arrostiti allo spiedo o ridotti in cenere da vesti incantate, i loro corpi si smembrano e svaniscono, quasi non lasciano traccia: pensiamo alla fine che Atreo riserva al fratello Tieste. Cito testualmente

dopo che le vittime lo hanno soddisfatto, ormai sicuro si dedica al banchetto del fratello. Lui stesso taglia il corpo fatto a pezzi, amputa fino al tronco le larghe spalle e i legami delle braccia, denuda crudele le articolazioni e amputa le ossa: conserva soltanto i volti e le mani dategli in pegno. Queste viscere sono attaccate agli spiedi e sgocciolano poste su lenti camini: quest’altre un liquido bollente agita in un bronzo bianco dal calore.

Il fascino espressionista e insieme barocco di questi versi scaturisce dal fatto che questa violenza , si inquadra in una visione del mondo rigorosa e coerente, come fuga da una realtà che risulta incomprensibile alla Ragione, un universo disgregato ed entropico, senza certezze umane e senza garanzie divine.

La consapevolezza che traspare dai suoi personaggi, di non essere nulla più che creazioni teatrali, vittime predestinate dei capricci dell’autore, è la stessa che abbiamo noi ogni giorno, dinanzi a vite che ci paiono prive di senso.

Una dimensione pulp che traspare sia nei versi del nipote Lucano o in quelli di poeti a prima vista assai più leziosi: pensiamo agli incubi notturno del povero Properzio, oppure leggiamo questo brano

Io, con questi occhi, ho visto Canidia
aggirarsi, la veste nera cinta in vita,
piedi nudi, capelli scarmigliati,
e insieme a Sàgana maggiore urlare al vento:
orribili le rendeva il pallore.
Eccole scavare con le unghie la terra,
dilaniare a morsi un’agnella nera:
il sangue fu raccolto in una fossa
per evocare dagli abissi
gli spiriti dei Mani
e ottenerne responsi.
Con sé avevano un fantoccio di lana
ed un altro di cera:
piú grande quello di lana perché potesse
infliggere la pena all’altro,
e quello di cera in atteggiamento supplice,
perché sa di dover morire
come accade a uno schiavo.

Scena da Blair Witch Project, ambientata all’Esquilino e scritta dal buon Orazio. Scena che tra l’altro ha un finale inaspettato. Le streghe saranno messe in fuga da un tronco di fico trasformato da un abile falegname in una statua del dio Priapo, che emetterà un potente peto. Perché la straniante e dirompente modernità della letteratura latina è proprio nella sua capacità di mischiare linguaggi tra loro diversi e incongruenti,l’alta e bassa cultura.

Come fa Petronio, che nel Satyricon non si fa problemi a infilare fiabe popolari e racconti sui lupi mannari, che omaggio in Io, Druso

Ai tempi di un mio padrone precedente, abitavo a Capua, in Italia; all’epoca amoreggiavo con la donna dell’oste Terenzio, tale Melissa di Taranto, uno splendido pezzo di figliola, che corteggiavo perché era per bene, amante delle pulizie e onesta nel gestire le finanze della casa.

All’improvviso, mentre era impegnato nella raccolta delle olive, Terenzio morì. Melissa, terrorizzata dal fatto che qualche loro lavorante approfittasse di lei, mi mandò a chiamare, per accompagnarla nel suo ritorno in città.

Fortuna volle che il mio padrone dell’epoca fosse partito per Stabia e Pompei, per curare i suoi affari e smerciare al meglio le cianfrusaglie che produceva nella sua manifattura. Colta al volo l’occasione, convinsi un nostro ospite a venire con me fino al quinto miglio. Era infatti un soldato forte come l’Orco. Partimmo più o meno all’ora del canto del gallo, con la luna splendeva come il sole a mezzogiorno.

A un certo punto, arrivammo a un cimitero: il mio compare fece una sosta, per pisciare tra i mausolei. Io per perdere tempo, mi sedetti a terra, cominciai a canticchiare una canzone della mia terra e a contare le tombe.

Poi, come rivolsi lo sguardo al mio accompagnatore, quello si svestì e depose tutti i suoi indumenti sul ciglio della strada. Non avevo più una goccia di sangue nelle vene e ero stecchito come se fossi morto. Lui invece si mise a pisciare attorno ai suoi vestiti e d’un tratto diventò lupo. Claudio, non credere che stia scherzando; non racconterei una balla per tutto l’oro del mondo. Ma, come avevo principiato a dire, dopo che diventò lupo, cominciò a ululare e fuggì nel bosco.

Io, sulle prime, non mi raccapezzavo su dove fossi, poi mi accostai per raccogliere i suoi vestiti: ma quelli erano diventati di pietra. Io ero morto di paura come nessun altro. Ciò nonostante impugnai la spada e zac zac tirai fendenti alle ombre, finché non arrivai al podere di Melissa. Quando entrai nella sua cascina, mi era quasi scoppiato il cuore per la paura. Ero pallido come un fantasma, con gli occhi morti e il sudore che mi correva per la forcata. Ci volle parecchio per riprendermi.

La mia Melissa sulle prime era stupita su come fossi ancora in giro a quell’ora così tarda, e mi disse

“Se arrivavi un po’ prima, almeno ci avresti dato una mano, che un lupo si è introdotto nel podere e da vero macellaio ci ha sgozzato tutte le bestie. Però non l’ha fatta pulita, anche se è riuscito a fuggire, che uno dei nostri schiavi gli ha trapassato il collo con la lancia”.

Per il terrore, trascorsi la notte in bianco, ma, appena fatto giorno, trascinai di corsa Melissa verso Capua. Feci solo una sosta, nel luogo dove gli abiti erano diventati di pietra, ma non trovai che del sangue.

Come poi giunsi a casa, il mio soldato giaceva sul letto che sembrava un bue e c’era un medico che gli curava il collo. Mi fu chiaro che era un lupo mannaro, ne ho potuto da allora dividere il pane con lui, nemmeno se mi avessero ammazzato. Comodi gli altri di pensarla in proposito come vogliono, ma io, se mento, mi possa cadere il cielo sulla testa.

Per cui, essendoci passato, so riconoscere chi ci ha aiutato: non un Windigo, o come chiamano quell’orrore gli iperborei, ma un versipellis . Qualcuno di noi, che ci cammina accanto e con cui condividiamo i nostri passi, ha il potere di cambiare aspetto e di scatenare la sua furia. Che Camulus protegga chi scatenerà la sua ira

Perché il mio romanzo è anche questo: un omaggio e un atto di amore per una letteratura della complessità

Il sepolcro di Sant’Urbano

La nostra passeggiata sull’Appia Antica è giunta al Quarto Miglio: uno dei primi monumenti che si incontrano, sulla sinistra, è un sepolcro a camera, realizzato in peperino e rivestito poi con sottili file di mattoni rossi, molto rovinati. Dell’originaria copertura rimane solo la struttura in opera cementizia. Dalla fronte che si affaccia sulla via si può scorgere l’interno, assai scarno e gli stipiti della porta che si apriva sul lato posteriore.

Più avanti, a 250 dalla cosiddetta Tomba di Seneca, si trova il cosiddetto Sepolcro dei figli di Pompeo, una sorta di mostro di Frankenstein dell’archeologia: in origine era un’anonima, piccola camera ipogea coperta a volta, a cui Canova aggiunse un prospetto architettonico in laterizio a timpano triangolare, su cui fece murare diverti frammenti architettonici, rubati con gli anni, di cui rimane solo il frammento di un sarcofago con i ritratti di due coniugi all’interno di una conchiglia, risalente al III secolo d.C.

Per completare il tutto, diversi anni dopo, Canina vi aggiunse una grande epigrafe in versi, trovata nelle vicinanze, fatta scolpire da Sextus Pompeius Iustus, dal testo commovente.

Un povero padre, Sesto Pompeo, piange l’immatura morte d’un figlio e d’una figlia. Egli sperava, per legge di natura, di precederli nella tomba; invece dovette, infelice, accenderne il rogo. Ne fa gli elogi e implora dagli dei d’esser presto ricongiunto a loro.

Poco più avanti, invece, si incontra un luogo straordinario, che romani e turisti hanno ignorato per anni, dato che era una proprietà privata. Si tratta del cosiddetto Sepolcro di Sant’Urbano. La sua storia, a dire il vero, come sempre accade per l’Urbe, è tutt’altro che semplice. In origine, parliamo del II d.C. apparteneva alle pertinenze di un edificio sacro, il cosiddetto tempio di Giove, un monumento in laterizio, eretto su podio e con cella tricora absidata preceduta da un quadriportico.

Circa un secolo dopo, l’area fu privatizzata: una parte fu trasformata in una necropoli pagana, una parte fu annessa una ricca domus, la cui prima fase costruttiva risaliva all’epoca repubblica “fuori porta”, dedicata sia alla produzione agricola, con ampi magazzini, sia a quella che oggi chiameremmo villeggiatura.

Così Lanciani ne descrive le caratteristiche, poco dopo la sua scoperta

“A circa 300 m dall’Appia antica. vennero messe luce le Strutture di una villa rustica, conservate per un di poche decine di centimetri di elevato. Il diverticolo scoperto nel 1880 conduceva direttamente dalla via Appia antica all’ingresso della villa (chiamata dai Lugari “domus”). dove un vasto atrio precedeva un grande peristilio su cui si affacciavano a NE un piccolo impianto termale, a NW una serie di cinque stanze a SW la pars rustica con magazzini ed un granaio con circa trenta grandi dolia interrati, infine a SE un ampio giardino rettangolare. Per l’approvvigionamento idrico vi erano due cisterne poste a S e a W della villa.”

Nell’età tetrarchica, però, prevalse la funzione di rappresentanza, tanto che il proprietario, ancora ignoto, decise di costruirvi il suo sepolcro: nella prima fase costruttiva, il mausoleo era costituito da un ipogeo e da una sala superiore, per le cerimonie di culto, il che ci fa ipotizzare come il proprietario fosse pagano. In questo si accedeva probabilmente alla sala mediante una scalinata situata all’interno del vestibolo. Non ne sappiamo il motivo, motivi religiosi sono da escludere, ma durante la fase finale del regno di Diocleziano, il mausoleo fu parzialmente danneggiato, tanto che la scalinata fu demolita intenzionalmente.

Le cose cambiarono nel periodo di Massenzio e di Costantino: il complesso fu cristianizzato, la scalinata e ricostruita in modo più maestoso e la facciata fu arricchita con l’aggiunta di un portico, probabilmente tetrastilo, di cui restano alcuni frammenti di basi e della trabeazione.

Due porte davano accesso all’ipogeo, che era costituito da un vestibolo e da un vasto ambiente quadrato con tre absidi: quella centrale, di forma semicircolare; le due laterali, di forma rettangolare. Quattro pilastri agli angoli e uno, più grande, al centro ne sostenevano: la struttura fa pensare a una sepoltura di famigliare, di qualche gens senatoria.

In tutto ciò, che c’entra Sant’Urbano, papa, successore, assai meno trafficone e ahimé meno simpatico, di Callisto e protetto dell’imperatore Alessandro Severo ? La colpa è una Passio, assolutamente inventata, perchè Urbano morì nel suo letto, di morte naturale e non fu martirizzato, del VI secolo, in cui si dice che fu sepolto nelle catacombe di Pretestato, in ingens antrum quadratum et firmissimae fabricae in un cubicolo di pianta quadrata con rivestimento marmoreo sulle pareti, marmoreis tabulis ex omni parte conglutinans contexit parietem, cubicolo che, con parecchi dubbi e ripensamenti, fu identificato da De Rossi.

Sempre in questa Passio, nonostante le testimonianze contrarie di papa Gregorio Magno e dell’itinerario di Einsiedeln, che continuano a parlare della sua sepoltura nelle catacombe di Pretestato, si giura e spergiura come il corpo del papa e quello dei diaconi e dei presbiteri che con lui avevano condiviso il fantomatico martirio fossero poi traslate in un ricco sepolcro nell’area della domus di una matrona Marmenia, personaggio ritenuto nello scritto agiografico la matrona moglie del crudelis vir Carpasio, carnefice dei cristiani, la quale, convertita alla fede, aveva rivendicato una degna sepoltura per Urbano.

Negli scavi ottocenteschi, fu quindi facile identificare la villa repubblicana con quella di Marmenia e il mausoleo con il sepolcro di Urbano. Che invece nel Medioevo non fosse per nulla considerato un luogo oggetto di devozione, è testimoniato dalle successive vicende: inglobata la proprietà nel Patrimonium Appiae, il latifondo di proprietà della Chiesa di Roma, il presunto sepolcro papale divenne un magazzino e nel XIII secolo fu trasformato dai Borgiani in una torre fortificata.

Nel tempo, fu trasformato anche in una casale con rimessa per carrozze e magazzino in epoca più recente. Il primo proprietario di cui si è certi scavando all’indietro nel tempo negli archivi catastali di Roma fu nel 1870 il principe Alessandro Torlonia (sposo dell’infanta Beatrice di Borbone-Spagna, zia del futuro re Juan Carlos I e nipote della regina Vittoria). Nel 1879 i fratelli Giambattista e Bernardo Lugari acquistarono dai Torlonia un vasto appezzamento di terreno su una parte del quale condussero, a scopo filantropico, indagini archeologiche per circa quindici anni a partire dal 1880.

Il cardinale Lugari morì nel 1914 e lasciò la proprietà in eredità ai suoi cinque nipoti i quali, dopo diversi passaggi, vendono il sepolcro nel 1981 all’avvocato Anzalone. Nel 1978, il venne studiato dall’archeologo di Oslo Johann Rasmus Brandt (direttore del Norwegian Institute of Rome dal 1996 al 2002) che ebbe una disavventura degna degli Anni di Piombo.

“Ero entrato nella proprietà con un gruppo di studenti norvegesi e danesi per cominciare a tagliare cespugli e boscaglia. Ma dopo poche ore fummo circondati da carabinieri armati di mitra con l’ausilio di cani giunti a bordo di Giuliette e atterrati con un elicottero. Avevano avuto la spiata che fossimo le Brigate Rosse che avevano appena rapito Aldo Moro. Ci volle poco per chiarire l’equivoco”.

Nel 2018, dopo una lunga e complessa trattativa, Marisa Antonietta Gigantino, vedova di Anzalone, ha venduto, dopo una lunga trattativa, il complesso al Mibact per 491.000 euro, che lo destinerà al ruolo di ingresso alla Villa dei Quintili.

Nuove recensioni su Io,Druso

Anche oggi, per farmi un briciolo di bieca pubblicità, altrimenti Io,Druso non si vende e l’editore mi mena, do un poco di visibilità alle recensioni che sto ricevendo su Amazon, che, incredibili a dirsi, sono positive.

Non è piaggieria, ma ne sono veramente sorpreso: perchè è una vita che non scrivevo qualcosa di più di un racconto e lo confesso, temevo di avere perso la mano. Poi, perchè il peplumpunk è un genere talmente di nicchia, che non è semplice che sia capito dai lettori.

Infine, dal punto di vita dello stile, cerca di riprendere buona parte delle paturnie della letteratura latina, con la sua mania per le divagazioni, sospetto che i latini, a cominciare da Svetonio, siano riusciti nella rara impresa di trasformare il pettegolezzo e per il suo bieco odio per il

Show, don’t tell

Cose che fanno arricciare il naso a molti critici della narrativa fantastica italiana. La prima recensione di Giuseppe, una persona che mi ha sopportato, per parecchio tempo, essendo stato il mio capo, mestiere per cui ci vuole una pazienza incredibile, visto il mio caratteraccio.

Giuseppe, da cui ho imparato tanto, senza di lui sarei stato ancora meno pacato e paziente, ha così recensito il mio romanzo

È un libro dove lo scrittore ha rappresentato diverse epoche e culture in un mix tra passato presente e futuro che si dimostra sorprendente per l’originalità e altissima creatività e immaginazione.

La seconda recensione è di una delle grandi scrittrici della fantascienza italiana, Franci Conforti, a cui do un grande abbraccio, lei sa perchè, che ha ampliato un suo primo giudizio che mi ha dato su Facebook

Non fatevi ingannare dal titolo o dalla copertina. È un divertissement rigorosamente per adulti, colti e raffinati. Adatto solo a persone che amano il contrasto di sapori. Da un lato l’impianto affonda in una conoscenza sicura della storia e della società romana tanto da potersi concedere il lusso di mettere in scena personaggi capaci di vedere il mondo con occhi estinti. Dall’altro, l’emulazione della verve antica, permette all’Autore di giocare con una trama e dei dialoghi leggeri e lontani da ogni supponenza. La storia, avventurosa, si rivela un continuo intreccio di storielle, fatterelli e di digressioni di cui non mi sono presa la briga di tenere conto, godendomi il fatto che, nel loro complesso, rendono viva una creazione fantastica che, più propriamente, andrebbe definita kriptonitica. Aspettatevi viaggi, indagini fatte sul posto e ricostruzione di un puzzle capace di dare significato al quel mondo. Aspettatevi un susseguirsi di chicche sia nella reinvenzione storica che nei personaggi. Claudio, Aullio, Valeria, nonno Marco Antonio. E poi il cattivo, un vero cattivo intelligente, occulto, tanto tenace da superare i normali cicli narrativi. Lucio Massovio, il cui nome è già un programma, ho la sensazione che mi sarà dato rivederlo e il suo tocco mi sembra di scorgerlo nella cronaca quotidiana. A coronare il tutto, il piccolo vezzo dell’Autore di aggiungere un punto, all’escalmativo (!.). Comunque scordatevi la solita frase fatta: l’ho letto tutto d’un fiato. No. L’ho centellinano la sera, qualche paginetta alla volta, con in compagnia di bicchierino di Porto che ho avuto la tentazione di addolcire con il miele. Sono sinceramente convinta che potrebbe diventare un cult, un must per i cultori del genere. E, invecchiando, un classico.

Dato che sto arrossendo in maniera invereconda, ho difficoltà ad aggiungere l’altro. L’ultimo parere è dell’ottimo Sandro Battisti, uomo di inaudita violenza, non è vero, ma mi diverto a prenderlo in giro così, essendo lui, per dirla alla romana, “‘na persona de core”, vincitore del Premio Urania e uno dei grandi vecchi del Connettivismo italiano

Manca il tocco dell’editor, ma la storia che sto leggendo è meravigliosa!

Posso rispondere solo con una cosa

Sandrì, sull’editor, c’hai ragione !