Atene contro Siracusa (Parte V)

Ora lasciando la parola a Tucidide, cerchiamo di capire con quali argomenti Nicia cercasse di ricondurre alla ragione l’assemblea cittadina

Nel quinto giorno successivo a questa seduta l’assemblea fu convocata di nuovo: all’ordine del giorno il piano per procedere il più celermente possibile all’allestimento della squadra, e per fornire agli strateghi, nei minimi particolari, l’occorrente per l’imbarco. In quell’attimo Nicia, investito contro il suo volere del comando, ben certo che con quel decreto ormai esecutivo la città commetteva uno sproposito, poiché ammantava con un pretesto poco credibile, ma bello all’apparenza, il profondo anelito a gettarsi in un’avventura grandiosa, la conquista in un solo colpo della Sicilia intera, si presentò sul palco nell’intento di dissuadere gli Ateniesi, cui infatti rivolse questi consigli:

L’assemblea si raccoglie oggi a dibattere l’entità e le forme degli armamenti da assegnarci in dotazione, per la nostra campagna laggiù in Sicilia. Ebbene a mio parere è indispensabile riepilogare i termini della questione e riesaminarne il nocciolo: impegnare la nostra flotta in quei mari è in realtà la scelta più proficua? O non ci conviene piuttosto respingere gli appelli di stati lontani per stirpe da noi, ed esimerci dal suscitare così alla leggera, con un decreto troppo precipitoso rispetto all’immensità dell’impresa, una guerra tanto remota dai nostri interessi? Faccio presente che sono io il primo a ricavarne un alto onore, e l’ultimo fra tutti a dover temere per la propria vita. Eppure sono convinto che il cittadino ideale sia proprio colui che si cautela con una previdente difesa di sé e della sua proprietà: dovrebbe esser lui quindi a battersi più risoluto per proteggere il benessere dello stato. Sono salito a gradi d’eccellenza nella società; eppure mai in passato ho scelto di pronunciarmi contro coscienza.

Così anche ora esprimerò precisamente il partito che ritengo più vantaggioso. Se prendessi a suggerirvi di far tesoro dei vostri beni attuali e di non sfidare, a prezzo di una prosperità tangibile e concreta, i sentieri imprevedibili e misteriosi del futuro, sento che i miei argomenti non farebbero breccia nella rocca delle vostre consuetudini mentali. Però è tempo di mostrarvi quanto sia fuor di proposito la vostra furia, e quanto aspra la conquista che sveglia in voi così calda fiamma

E mi spiego: voi vi lasciate alle spalle in Grecia numerosi nemici e, per l’impazienza di attirarvene qui di nuovi, avete deciso lo sbarco in Sicilia. Vi illudete forse che gli articoli di pace già sanciti rappresentino comunque una solida garanzia: ma il loro valore è puramente formale, e dureranno finché non accennerete a ridestarvi (poiché su questi intenti li plasmarono i nostri statisti e quelli del campo avverso); ma lasciate che prima o poi una disfatta annienti le vostre divisioni in discreto numero, e il nemico sarà qui di volo a scatenare l’offensiva. Poiché, in primo luogo, l’accordo gli fu imposto dalla forza delle circostanze, a condizioni più umilianti che per noi; inoltre, nel testo stesso del negoziato non sono pochi i punti opachi e contro versi. Notate che più di uno stato, e non tra i meno potenti, si rifiuta di sottoscrivere l’intesa: chi ci contrasta a viso aperto, con le armi, chi ispirandosi al ristagno attuale delle operazioni spartane, preferisce non muoversi e stila tregue valevoli di dieci in dieci giorni.

Si può temere che queste potenze, se sorprendono smembrate le nostre forze (e noi proprio in questo senso ci stiamo adoperando) sarebbero liete di aggregarsi alle genti di Sicilia per sferrare contro Atene un attacco generale. Già in passato costoro ambivano a qualunque prezzo all’alleanza con la Sicilia. Nelle relazioni internazionali questa è una fase critica: e richiede un’analisi approfondita. La nostra città non è ancor oggi in vista di un porto sicuro: sicché è una assurda pretesa aspirare a una area di dominio più ampia, finché non conferiamo a quella già a noi soggetta un volto politico pacifico e solido. Cito i Calcidesi della Tracia: da quanti anni sono in rivolta, e non ci riesce di tenerli a freno? E quanti altri sul continente tollerano il giogo, ma sott’acqua tramano per scuoterlo? E noi pronti a sfiancarci per portare aiuto ai Segestani: è naturale, sono nostri alleati, vittime di un complotto! Ma le insidie che i ribelli ordiscono da anni a rovesciarci, per quelle no, per quelle non c’è tempo a porvi riparo!

Riflettete anche a questo: se domiamo le genti di Calcide, si può sperare di tenerle in rispetto. Ma ammettiamo pure di piegare in battaglia quelle di Sicilia: quanto ci costerebbe governare certe così lontane e popolose? È una incoerenza politica, badate, aggredire paesi su cui, pur dopo una vittoria militare non si potrebbe imporre la propria sovranità, e da cui, se il tentativo fallisce, non ci si potrà staccare restituendo quel rapporto di forze che vigeva prima del colpo di mano. Per me, se i Siciliani stanno, come ora, al proprio posto, non costituiscono affatto un pensiero: e ci terrebbero ancor meno in allarme se Siracusa li unificasse sotto il proprio potere.

Eventualità che, a detta di Segesta, dovrebbe farci tremare più d’ogni altra. Poiché nell’attuale stato di frazionamento politico, per compiacere Sparta non è escluso che qualche centro isolato, di propria iniziativa, scenda in campo contro di noi: ma nell’altro caso, non rientra nei confini umani l’aggressione vibrata da una città guida a un’altra pari di grado. Poiché se Siracusa atterrasse, spalla a spalla con il Peloponneso, il nostro impero, ci si attenderebbe, secondo la logica, che con un analogo gioco di forze e per un identico motivo, toccherebbe poi alla potenza siracusana d’esser annientata dall’ostilità del Peloponneso.

Quanto a noi, la tattica preferibile per insegnare ai Greci di Sicilia la devozione nei nostri riguardi è di non farsi vivi laggiù. Ovvero potrebbe giovare, a questo scopo, se comparissimo in forze per una prova dimostrativa, ritirandoci poi senz’altro (giacché è noto: sono le grandi distanze e gli elementi che più intralciano la diretta critica dell’esperienza a favorire e creare un alone di rispettosa meraviglia). Se muoviamo un passo falso, li abbiamo addosso in un lampo, colmi di disprezzo, a fianco dei Greci qui, delle nostre frontiere.

Ed è proprio simile, Ateniesi, il sentimento che ora vi anima verso Sparta e la sua lega: per essere usciti vittoriosi dal loro confronto, a dispetto dell’opinione che ne avevate concepita e superando il terrore che vi ispiravano, ora nei vostri pensieri assegnate loro un posto di second’ordine e alzate avidamente gli occhi al nuovo obiettivo: la Sicilia!

Eppure gli infortuni del nemico non devono stimolarvi all’orgoglio: coltivate piuttosto la coscienza della vostra superiorità quando avrete ridotto ai giusti limiti i suoi disegni ambiziosi. Sappiate che Sparta si concentra in un proposito solo: l’infamia patita la fa stare all’erta, vagliare ogni minimo spiraglio che si possa, ancor oggi, aprire per sommergerci e riscattare limpido il proprio onore, tanto più che è per loro tradizione antichissima e molto cara conquistarsi sul campo la gloria di prodi. Quindi se siamo onesti con noi stessi, comprenderemo che non è urgente per noi occuparci di Segesta, una città straniera di Sicilia, ma delle più tempestive misure di difesa contro uno stato che per essere retto da un’oligarchia, ci tende ad ogni ora un laccio

E rammentiamo che sono ancora fresche le piaghe di un’epidemia gravissima e di una guerra formidabile: sicché data da poco la ripresa nell’economia statale ed è recente un nuovo rigoglio di nascite. Beni preziosi, che siamo in diritto di profondere, qui in casa nostra, per una prosperità che ci è dovuta. Perché disperderli a favore di quegli esuli sempre in caccia d’aiuti? A loro s’addicono, per l’utile che si può cavarne, le ricche illusioni: lasciano però ad altri il rischio, mentre si riservano le promesse fondate sull’aria, sulle pure fantasie, pronti nell’eventualità di una vittoria a concepire una fredda ingratitudine, indegna dello sforzo prestato, e a trascinare con sé nel baratro gli alleati, se le circostanze precipitano.

E se v’è uno che,purtroppo acerbo per tanto ufficio, esulta per la sua nomina a comandante e pungola voi ad imbarcarvi, teso con tutta l’anima al proprio esclusivo egoismo, per farsi bello dei suoi cavalli, della sua fama di allevatore, per puntellare con le rendite del comando le voragini aperte dal lusso nel suo patrimonio, ebbene non offrite a costui la facoltà di elevare la sua persona su un piedistallo fulgido, mentre lo stato corre a una dubbia avventura. Questa specie d’uomini liquida i tesori pubblici, come dilapida le proprie fortune: credetelo, e non affidate questo problema troppo grave a dei giovani, cui l’età inesperta preclude ponderate scelte e ispira azioni intempestive e focose.

Ora vedo, raccolta davanti a me, questa gioventù spavalda e l’eccitazione che brilla su quei volti, accesa da quello stesso uomo: e ne tremo. A mia volta suggerisco caldamente agli anziani di non lasciarsi vincere da un equivoco senso d’onore, dalla vergogna, se siedono fianco a fianco con qualcuno di questi giovani, d’attirarsi il discredito di vili votando contro la guerra. Non li seduca, come questi giovani, il sinistro incanto di possessi stranieri. Riconoscano che ciechi di passione si raccolgono rarissimi trionfi: numerosi, invece con la guida della prudenza. Anziani, opponetevi con il vostro voto per la salvezza della patria, poiché il suo cimento è mortale, il più serio tra quelli corsi in passato. Decretate che in rapporto a noi le genti di Sicilia, attenendosi alle frontiere attuali, su cui non sorgono contestazioni, cioè il golfo Ionio per chi costeggia da terra e il golfo di Sicilia per chi approda solcando il mare aperto, si godano il proprio paese e regolino tra loro, in privato, ogni eventuale questione.

Ai cittadini di Segesta si dia questa risposta separata: poiché anche prima non consultarono Atene per sferrare l’attacco a Selinunte, provvedano da sé a cercarsi la pace. Per il futuro, infine, tronchiamo questa abitudine nostra di legarci a gente che nelle sciagure abbiamo l’obbligo di proteggere, ma da cui, quando preme per noi l’ora della necessità, non sorge mai l’ombra di un aiuto.

E tu, Pritano, poni ai voti la mia proposta, se stimi dover tuo di provvedere alla città e mostrar tempra di cittadino valoroso, e invita gli Ateniesi a pronunciarsi una seconda volta. Se l’idea di questa seconda chiamata ti sgomenta, considera che dinanzi a una presenza così massiccia di testimoni non ti potrà coinvolgere l’accusa di attentare all’ordine dello stato, protetto dalle leggi: mentreridaresti salute alla città strappandola a questa peste di decreto. Ricorda che l’ottimo magistrato impiega la propria autorità nel recare alla patria i profitti più larghi: o, almeno, si astiene dall’infliggerle, coscientemente, anche il più lieve danno.

Gli argomenti di tre tipi, in ordine di importanza: l’attacco personale ad Alcibiade, il rischio per le finanze dei cittadini e dello Stato e considerazioni geopolitiche.

Il primo è riconducibile alle dialettiche di qualsiasi assemblea, in cui, la demonizzazione dell’avversario diventa lo strumento principe per fare passare le proprie posizioni: basti pensare alla politica italiana.

Conoscendo quanto accadeva nell’ecclesia ateniese, nel discorso vero di Nicia probabilmente saranno volati insulti a non finire: nella riscriverlo, Tucidide li trasfigura utilizzando temi tipici della commedia attica antica, che ritroviamo spesso e volentieri anche in Aristofane.

Pensiamo alla definizione di Alcibiade, appassionato allevatore di cavalli, che dopo avere dissipato il proprio, vuole fare lo stesso con i tesori pubblici: come non ricordare il Fidippide de Le Nuvole, tra l’altro anche lui, nella funzione, allievo di Socrate. A titolo di curiosità, il buon filosofo non prese male la satira di Aristofane: Lo scrittore Claudio Eliano racconta che durante la rappresentazione della I versione della Commedia, poiché al teatro non tutti gli spettatori erano ateniesi, Socrate si alzò in piedi, in modo che anche chi non lo conosceva sapesse chi si stava prendendo in giro.

Il secondo tema, quello dello scontro tra vecchi saggi e giovani impetuosi e sconsiderati, appare ad esempio, sempre in Aristofane, negli Acarnesi o nelle Vespe, dove, per strappare una risata allo spettatore, c’è un’inversione di ruoli. Ora nella realtà della discussione, questa contrapposizione anagrafica avrebbe avuto poco senso: all’epoca, Alcibiade aveva sui 35 anni, certo non un ragazzino di primo pelo, mentre Nicia era più vecchio di una decina d’anni.

Per cui, il tutto diventa una metafora di quello che Pareto avrebbe definito scontro di élite: da una parte i democratici moderati, rappresentati da Nicia, che nel caso lo status quo rimanesse invariato, manterrebbe il loro predominio. Dall’altra, i democratici radicali, che si riempiono la bocca di slogan e si atteggiano cultori della novità, dell’innovazione e della continua ricerca del cambiamento, solo come strumento per scalzare gli altri, prendendone il posto, senza alcun progetto di rinnovamento della società ateniese.

Che Tucidide volesse mostrare questo, è testimoniato dal suo continuo ricordare Alcibiade come colui che aveva atteggiamenti paranomoi, atteggiamenti contrari al nomos, cioè a quelle norme di comportamento universalmente accettate e riconosciute:

In effetti, i più presero a temerlo: troppo grandi erano da un lato – a livello personale – gli eccessi del suo tenore di vita, e dall’altro i progetti che andava formulando in ogni situazione in cui si trovasse ad agire

Il messaggio di Nicia, nell’attacco ad Alcibiade è questo: se approverete la Spedizione in Sicilia, comunque vada, cara élite dominante, sarai spazzata via. Se andrà bene, Alcibiade e i suoi seguaci avranno abbastanza credibilità da spazzarvi via con un soffio di vento. Se andrà male, accadrà lo stesso, perché la rovina economica minerà le basi del vostro potere

E questo ci riconduce al secondo argomento è quello economico, con il confronto costi benefici. Atene stava uscendo da un periodo di crisi economica, dovuta all’epidemia e al protrarsi dell guerra archidamica: una pace prolungata avrebbe permesso la ripresa, favorendo i commerci e aumentando la produttività agricola, perché il benessere del cittadino è il benessere dello Stato.

Questo non significa che Nicia fosse un liberista ante litteram: dobbiamo ripensare al sistema fiscale ateniese dell’epoca. Da una parte vi era la famigerata eisphora, l’imposta sul capitale che colpiva i cittadini (compresi i minorenni) e, almeno a partire dalla fine del V secolo a.C., i meteci. Toccava l’intero patrimonio degli individui, mobiliari (schiavi, oggetti di valore, contante, etc.) o immobiliari (botteghe, terreni, case, etc.), ad eccezione di quelle condotte in affitto (concessioni minerarie, affitti di terreni agricoli).

Imposta che poneva due grossi problemi: il primo, che doveva essere votata dall’assemblea, che a meno di drammatiche contingente, tendeva sempre a bocciare le proposte a favore della sua introduzione. Il secondo che, in assenza di un catasto e data la frammentazione della proprietà, solo il proprietario era in realtà in grado di dire quello che possedeva. Conseguentemente, i contribuenti dovevano dichiarare il valore dei loro beni, cosa che lasciava la porta aperta a tentativi di frode, cosa che nella litigiosa Atene dell’epoca, in cui con l’ostracismo si votava anche per cacciare il prossimo a pedate dalla polis, fomentava accuse e risse a non finire.

Per cui, per fare pagare le spese di guerra, era stato inventato il meccanismo della trierarchia: in pratica un ricco ateniese, era obbligato ad allestire a spese private una trireme e ad assumerne il comando in battaglia, assumendo quindi l’incarico di trierarca. Per cui, il messaggio di Nicia era abbastanza semplice: cari membri dell’èlite al potere, i costi di una spedizione in grande stile in Sicilia sono tutti a carico vostro, mentre gli i fantomatici guadagni, se mai arriveranno, a breve termine, come schiavi e bottini, non entreranno certo nelle vostre tasche, ma in quelle delle classi più povere e di chi vuole sottrarvi la poltrona.

Infine negli argomenti geopolitici, Nicia mostra un realismo degno di Kissinger, concentrandosi non sull’ideale, ma sui rapporti di forza esistenti. Il primo riguarda la pace con Sparta da lui stipulata: questa non è una condizione permanente, ma un compromesso provvisorio, neppure accettato da tutti i membri delle coalizioni dovuto all’equilibrio di forze e alle percezione che ne ha l’avversario, che ritiene meno svantaggioso per i suoi interessi convivere con Atene, piuttosto che prendere le armi contro di questa. Se però Atene si indebolisse in un’impresa sconsiderata, Sparta potrebbe rivedere tale percezione e tornare a combattere in Grecia.

Il secondo è come il nodo cruciale dell’egemonia ateniese in Grecia non sia la Sicilia, la penisola calcidica, con le sue risorse e il controllo che pone sulle rotte per il mar Nero e la Ionia: riprenderne pienamente il controllo è di vitale importanza per mantenere il possesso dell’Egeo e deve essere la principale priorità della politica estere ateniese.

Il terzo è che, per motivi geografici e logistici, le sfere di influenza ateniesi e siciliane non si sovrappongano: per cui, non essendoci motivi di contrasto, a differenza di Sparta, è possibile definire una coesistenza pacifica, rafforzando i rapporti commerciali. Sia divisa, sia unita sotto l’egemonia siracusana, la Sicilia non rappresenterebbe un pericolo per Atene.

Nel primo caso, le polis locali sarebbero troppo impegnate a litigare tra loro, per impicciarsi delle vicende greche: se qualcuna di loro, per qualsiasi motivo, avesse voluto dichiarare guerra ad Atene, avrebbe costituito, per la sua debolezza, un pericolo trascurabile.

Nel secondo caso, Nicia mostra tutta la sua lucidità: una Siracusa egemone nella Sicilia, che volesse intervenire nelle dispute greche, rompendo tutti gli equilibri, costituirebbe un pericolo tanto per Sparta, quanto per Atene. Per cui, la Lega Peloponnesiaca, l’avrebbe considerata come nemica, piuttosto che come alleata…

Tutti argomenti sensati, ma che avevano un unico problema: il trovarsi davanti Alcibiade…

2 pensieri su “Atene contro Siracusa (Parte V)

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