John Wycliffe e i Lollardi

Strano destino, quello del buon John Wycliffe: da una parte, è esaltato come il Padre della Riforma, titolo che forse lo avrebbe lasciato perplesso, sia perché la sua riflessione teologica è pienamente inquadrabile nel pensiero medievale, sia perché, nonostante la sua polemica contro le gerarchie ecclesiastiche, non si pose mai fuori della comunione con la Chiesa, tanto che quando morì, chiese e ottenne tutti i sacramenti del buon cristiano.

John nacque a Ipreswell, nello Yorkshire, in una famiglia della piccola nobiltà, che governava Wycliffe-on-Tees, 1330. Essendo un figlio cadetto, aveva due possibili strade dinanzi a sé: o il mestiere delle armi o la carriera ecclesiastica. Essendo John gracile di costituzione, la famiglia decise per la seconda opzione.

Così fu spedito al collegio di Balliol a Oxford nel 1345, dove probabilmente conobbe Guglielmo di Ockham, dove frequentando il Queen’s College dell’Università di Oxford ottenendo il baccellierato e il magistero Magister artium in filosofia e baccellierato in teologia; studi che precedettero alquanto a rilento, non perché John fosse particolarmente somaro, ma per colpa della Peste Nera, che lo fece frequentare a spizzichi e bocconi tra il 1349 al 1353. In parallelo, divenne rettore a Fillingham, per ottenere le relative rendite parrocchiali, dato che per la crisi economica, la famiglia gli stava tagliando i viveri.

A dire il vero, non fu molto assiduo a quanto pare ai suoi doveri pastorali, concentrandosi nel tentativo di ottenere una cattedra universitaria, che sembrò inizialmente andare a buon fine; John divenne insegnante al Balliol College e direttore del Canterbury College. Improvvisamente però, fu deposto da tale posizione nel 1367. Il motivo non aveva nulla a che vedere con eventuali opinioni religiose eterodosse: per occupare quel ruolo, bisognava avere un dottorato in teologia, che all’epoca John non aveva ancora ottenuto. Provò a fare ricorso presso Urbano V, ma avendo torto marcio, questo fu respinto. Per cui, a John non rimase che rimettersi a studiare, ottenendo nel 1372 questo benedetto dottorato. Essendo il posto al Canterbury College nel frattempo assegnato a un altro candidato, John, decise di cambiare mestiere, entrando al servizio della Cancelleria reale. Avrebbe avuto una normale carriera burocratica, se, nel 1374, non fosse stato coinvolto in una delle solite dispute tra Londra e Roma.

In illo tempore, Giovanni Senza Terra, per farsi togliere una scomunica aveva promesso in perpetuum un tributo al papa: ultimamente, però, la Corona inglese se ne era guardata bene dal pagarlo. I motivi era biecamente economici, mancavano i soldi. Da una parte l’economia locale era in recessione, a causa della diminuzione della produttività agricola, effetto del cambiamento climatico, e della concorrenza delle lane abruzzesi e spagnole, che stavano mettendo riducendo le esportazioni locali: ciò ovviamente diminuiva le entrate reali. Dall’altra, le spese, a causa della ripresa della Guerra in Francia e dagli interessi da strozzini dei banchieri toscani che avevano anticipato i relativi fondi, stavano crescendo esponenzialmente.

Il problema è anche il Papato era in sofferenza economica: Gregorio XI così non solo richiese il tributo, ma pretese anche il pagamento dei relativi interessi. Il Principe Nero, figlio del re Edoardo III, dovette convocare in fretta e furia un Concilio di prelati e baroni per decidere il da farsi. L’arcivescovo di Westminster, che puntava alla porpora cardinalizia, sostenne a spada tratta il buon diritto del pontefice a richiedere il tributo come «signore sommo». Ma un francescano, Mardisley, discepolo di Ockham e seguace della corrente spirituale, si alzò a sostenere, con il conforto della Scrittura, che Cristo non volle possedere dominio temporale e il Papa doveva seguirne l’esempio. A Giovanni di Gand e al Principe Nero brillarono gli occhi: forse avevano trovato una scusa per non pagare. Il problema era giustificare e mettere in bella forma tale tesi. Il compito fu appioppato proprio a John, che fu spedito in fretta e furia a Bruges.

Nonostante il suo caratteraccio, John se la cavò bene, riuscendo a mediare tra Corona e Papato: Londra avrebbe ripreso a pagare il tributo, ma con un forte sconto e senza gli interessi. Però, anche questo non fu sufficiente per le casse reali. Così, Nel 1377 John presentò un memorandum, su richiesta di Giovanni di Gaunt, a Edoardo III in cui si argomentava, con dotti argomenti teologici, a favore dell’interruzioni dei pagamenti al Papato e sull’introduzione di un’opportuna tassazione sui beni ecclesiastici: quest’ultimo punto, gli causò la convocazione in giudizio dall’arcivescovo di Londra, William Courtenay, davanti al quale si presentò con altri 4 frati difensori e lo stesso Duca di Lancaster, Giovanni di Gand. Visto che il re, sulla questione per preti e i frati, sembrava molto più prudente dei suoi parenti, John rimediò solo un rimbrotto.

A questo periodo appartengono anche i suoi testi De civili dominio (1374) e De dominio divino (1375). Nel primo, considera il governo civile, un male necessario, dovuto al Peccato originale, un male necessario. Nel secondo, riprende la definizione di Agostino della Chiesa come universitas praedestinatorum, composta dagli eletti da Dio ab aeterno e gratuitamente: per cui non possono perdersi. Possono peccare mortalmente, ma hanno la grazia della predestinazione che non si può perdere e che li salverà. La vera Chiesa è là ove ci sono gli eletti, invisibile, in quanto i predestinati non si possono conoscere, solo Dio lo sa. non conoscendo chi siano i predestinati e i dannati, ne deriva che anche papa e vescovi possono essere dannati e perciò non hanno alcun potere nella Chiesa vera e non si deve loro nè obbedienza, né tasse, poiché la povertà è la suprema virtù cristiana, fondamento della carità.

Non riconosciuta la validità della Chiesa visibile, della sua funzione mediatrice e del suo potere giurisdizionale, l’unico potere valido visibile rimasto era quello civile. Allo Stato John attribuisce poteri enormi anche in ambito ecclesiastico. E soprattutto il potere di riformare la Chiesa. Il re è il vero vicario di Cristo che deve essere da tutti ubbidito, anche se è peccatore e ingiusto: può sempre governare bene e comunque spetta a Dio deporlo.

Tesi ben gradite a Londra, ma non a Roma, tanto che si beccò ben 5 bolle papali di condanna da parte di Gregorio XI, dove venne accusato degli stessi errori di Marsilio da Padova. Bolle che non ebbero nessun effetto pratico, sia per la protezione di Giovanni di Gand, che di tutto quel discorso, l’unica cosa che aveva capito è che preti dovevano pagare la tasse e che la Corona poteva espropriare i beni ai monasteri e dell’Università di Oxford, che in nome della libertà accademica, considerava intoccabili i suoi professori.

Per fare digerire queste tesi all’inglese medio, per convincerlo che era meglio pagare la decima al Re che al Papa e cercare di evitare che le tesi millenariste che si stavano diffondendo nelle campagne degenerassero in rivolta, nel 1377 e John fondò i Poveri Predicatori, come società di missionarî ambulanti, senza regola né voti né abito. Provenienti tutti in origine dall’università di Oxford, interpretarono a modo loro gli insegnamenti del maestro, tanto da generare l’equivoco, che ancora permane, del suo comunismo.

Tra loro c’erano alcuni giovani boemi, venuti in Inghilterra al seguito della principessa Anna di Boemia, novella sposa di Riccardo II. Furono essi a introdurre in Boemia gli scritti di John che ormai godevano pessima fama in terra inglese. Hus, di cui parlerò in un prossimo post, ci informa nel 1411 che egli «e molti membri dell’Università hanno posseduto e letto già da venti anni e continuano a leggere i libri del maestro Wyclif»; e, d’altra parte, ne abbiamo una prova nei suoi entusiastici commenti, scritti in lingua ceca, in margine a un’opera filosofica di John, un mattone epocale sul tema degli universali, tipico della Scolastica.

Nel marzo 1378, John fu nuovamente convocato dai vescovi inglesi per essere processato per eresia, ma questa volta fu l’autorevole intervento della regina madre Giovanna di Kent ad evitare guai peggiori. Nuovamente l’impunità dovuta all’appoggio degli alti vertici e la contemporanea crisi del papato, sfociato nel Grande scisma d’Occidente (1378-1417), gli permise di pubblicare indisturbato le sue 33 conclusioni sulla povertà di Cristo.

La pace per John terminò per una serie di epocali sfighe. Il primo fu nel 1380 la pubblicazione del De Eucarestia, in cui non diceva nulla di nuovo, riprendendo tesi di numerosi scolastici precedenti: ammetteva la presenza reale di Cristo nel pane e nel vino consacrati, ma questa presenza era solo spirituale.

La sostanza del pane e del vino, coesisteva con quella di Cristo che è indistruttibile in quanto realizzazione contingente dell’archetipo esistente eternamente in Dio; inoltre gli accidenti non possono sussistere senza la sostanza. Ora, sulla transustanziazione, però, la corte di Londra era molto conservatrice: per cui, John perse parte della protezione.

Secondo, le tensioni millenariste causate dalla crisi economica e agricola, nel 1381 provocarono una grande rivolta. Verso la fine di maggio dello stesso anno, un gruppo di contadini si raccolse nella valle del Tamigi e cominciò a marciare su Londra, bruciando e devastando varie abitazioni, dopo aver catturato e assassinato Simon Sudbury, l’Arcivescovo di Canterbury. A Londra una delegazione di rivoltosi, capeggiati da Wat Tyler e John Ball, incontrarono il re Riccardo II affinché apportasse miglioramenti per quanto riguardava la loro condizione. Dapprima il re acconsentì alle loro richieste ma quando Tyler, il giorno dopo, gli chiese di confiscare i beni ecclesiastici sul territorio inglese il sindaco di Londra William Walworth devoto al re approfittò del fatto che Tyler fosse solo e disarmato per ucciderlo con la sua spada. Contemporaneamente venne pugnalato da uno degli scudieri del re. A seguito di questo episodio i rivoltosi desistettero e la ribellione fu facilmente sedata.

Benché John avesse condannato la rivolta, per le sue teorie sui beni ecclesiastici, ne fu considerato a torto il padre spirituale. La famiglia reale e la nobiltà trovarono quindi che la Lollardia era una minaccia non solo per la Chiesa, ma per tutto l’ordine sociale inglese.

Terzo, la poco brillante idea di Giovanni di Gaunt, che lasciò l’Inghilterra nel tentativo di ottenere il trono di Castiglia, che egli reclamava per via della sua seconda moglie, che privò John del suo principale protettore. Quarto e ultimo, il suo principale avversario, William Courtenay, alla morte di Simon Sudbury nel 1381, fu elevato alla carica di arcivescovo di Canterbury e divenne lord cancelliere del re. Di conseguenza, approfittò della situazione per tentare di bruciacchiare a fuoco lento John.

Il nostro eroe, nel frattempo, era impegnato a riflettere sulla Bibbia, che riteneva solo il fondamento della fede, ma anche l’unica vera e assoluta verità. Era parola di Dio, vera in se stessa, che è tutta la verità che si può conoscere: essa perciò va presa così com’è. È il parametro di ogni conoscenza e di ogni condotta: da qui la conseguenza che solo ciò che è conforme alla Bibbia è vero. Principio che non equivale al Sola Scriptura di Lutero, perché John, da buon uomo medievale, ammetteva l’interpretazione dei Padri (soprattutto Agostino) e dei Dottori recenti (Anselmo, Ugo di San Vittore). Però per lui la Scrittura e la Tradizione vanno assunti individualmente, non attraverso la Chiesa e il suo magistero; per favorire questo, si era impegnato nel 1382 a tradurre in inglese il Vecchio e il Nuovo Testamento, con Giovanni Purvey.

Per cui la condanna di Courtenay, nel concilio di Oxford, detto “del terremoto” (per l’evento sismico che lo fece chiudere), che dichiarò 10 proposizioni di John come ereticali e 14 come erronee, giunse come un fulmine a ciel sereno, assieme alla minaccia di ricorrere al potere della Corona, che costrinse Oxford a cacciare John e i suoi seguaci.

Il nostro eroe si salvò dal carcere e dal rogo, grazie a un cavillo formale, dato il rifiuto della Camera di Comune di approvare la sua consegna al braccio secolare. Per evitare guai, John si ritirò nella sua parrocchia di Lutterworth, nella contea del Leicestershire, dove nello stesso 1382 ebbe un primo attacco cardiaco: un secondo gli fu fatale il 31 Dicembre 1384. Ma in questo ritiro, non rimane con le mani in mano: scrisse un trattato contro «le quattro sette» (domenicani, francescani, benedettini e agostiniani) che dividono con regole diverse e tutte corrotte la cristianità, pubblicò il Trialogus, denuncia la crociata nelle Fiandre, ma soprattutto ripropose in inglese tutte le sue tesi e le sue polemiche con denunce che arrivarono a un pubblico ben più vasto di quello degli studenti di Oxford, allargandosi a strati sociali fino allora esclusi.

Questo portò alla nascita del movimento lollardo, che prosperò proprio grazie alla protezione parlamentare, tanto che nel 1395 sir Richard Stury, sir Lewis Clifford, sir Thomas Latimer e lord John Montagu presentarono una petizione al parlamento, chiedendo che fossero accettate le 12 “conclusioni” dei lollardi, che condannavano la transustanziazione, il voto del celibato per il clero e per i laici, la confessione auricolare, le preghiere per i morti, la benedizione degli oggetti non animati, la venerazione dei santi e delle reliquie, quella delle immagini, i pellegrinaggi, la vendita delle indulgenze, la ricchezza e le cariche secolari del clero, il lusso e la guerra. Tesi che erano troppo anche per Riccardo II, il quale sospettando che i parlamentari volessero accettarle solo per fargli uno sgarbo politico, con le buone e con le cattive, le costrinse a ritirarle.

Enrico IV, che aveva bisogno di essere sostenuto dai vescovi, aiutò sistematicamente l’arcivescovo di Canterbury Thomas Arundel nel perseguitare senza pietà i lollardì di umile condizione, lasciando invece tranquilli i lollardi nobili. Per questo promulgò la legge de heretico comburendo, che condannava

“persone false e perverse di una certa nuova setta… fanno e scrivono libri, istruiscono e informano malvagiamente le persone… e commettono sovversione di detta fede cattolica”

Inoltre comandava che

“queste sette, prediche, dottrine e opinioni malvagie dovrebbero da ora in poi cessare ed essere completamente distrutte”, e ha dichiarato “che tutti quelli che hanno tali libri o qualsiasi scritto di tali dottrine e opinioni malvagie, devono effettuare la consegna o far consegnare tutti questi libri e scritti alla diocesana dello stesso luogo entro quaranta giorni dal momento della proclamazione di questa ordinanza e statuto”.

E se una persona non consegna tali libri nella suddetta forma, allora il diocesano dello stesso luogo può far arrestare tale persona, in quanto ritenuta sospetta. Infine se questi non abiurassero le loro credenze eretiche, sarebbero stati

“bruciati, affinché tale punizione possa incutere paura nelle menti degli altri”

Il 2 marzo l’arcivescovo Arundel fece bruciare William Sawtrey a Smithfield, e nel 1410 John Badby, un sarto di Evesham, subì lo stesso supplizio. Nel 1406 l’arcivescovo Arundel e il re Enrico emanarono altre leggi contro i lollardi, e nel 1410 rivolsero severe parole al parlamento, che proponeva di rendere più mite lo statuto del 1401. Nel 1409 Enrico IV aiutò l’arcivescovo Arundel a epurare Oxford dagl’insegnanti e studenti lollardi.

Il passo successivo, l’eliminazione dei nobili filo lollardi, fu compiuto da Enrico V, che fece addirittura arrestare per eresia John Oldcastle, il Falstaff di Shakespeare, suo amico d’infanzia. Oldcastle però riuscì a fuggire dalla famigerata Torre di Londra per cercare di mettersi a capo di una rivolta dei seguaci di Wycliffe. La chiamata alle armi dei Lollardi fu un vero insuccesso e ben pochi risposero all’appello: secondo alcuni autori solo 300, di cui 80 furono catturati. Di questi 69 furono messi a morte. Oldcastle riuscì a sfuggire alla cattura per tre anni, finché non fu catturato nel 1417 e impiccato su una forca sotto la quale bruciava un fuoco lento. La persecuzione del movimento continuò per altri due decenni fino ad un nuovo tentativo d’insurrezione organizzato dal William Perkins, represso nel sangue, nel 1431.

Nel frattempo, il 20 dicembre 1409, il papa dell’obbedienza pisana Alessandro V condannò come eretiche le dottrine di John, mentre il suo successore, Giovanni XXIII, ne fece bruciare gli scritti sulla scalinata della basilica di San Pietro il 10 febbraio 1413, giorno d’apertura di un concilio da lui convocato. Infine, il Concilio di Costanza riconobbe John Wycliffe quale ispiratore delle tesi eretiche sostenute da Jan Hus, condannato al rogo dal medesimo concilio: non potendo essere colpito dalla stessa pena, essendo morto da quasi cinquant’anni, nel 1428 i suoi resti vennero riesumati, bruciati e dispersi nel fiume Swift, nei dintorni di Lutterworth.

3 pensieri su “John Wycliffe e i Lollardi

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