Jan Hus

Può sembrare strano, perchè è considerato il padre della Riforma, ma in Jan Hus c’è assai poco di eretico: sotto molti aspetti, il boemo è ancora più conservatore del suo ispiratore Wycliffe. Cosa che è stata anche riconosciuta da Giovanni Paolo II, che prima del Giubileo del 2000, così definì il teologo

Jan Hus è una figura memorabile per molte ragioni. Ma è soprattutto il suo coraggio morale di fronte alle avversità e alla morte ad averlo reso figura di speciale rilevanza. Oggi, alla vigilia del Grande Giubileo, sento il dovere di esprimere profondo rammarico per la crudele morte inflitta a Jan Hus e per la conseguente ferita, fonte di conflitti e divisioni, che fu in tal modo aperta nelle menti e nei cuori del popolo boemo.

Parole assia giuste, soprattutto per Jan, con la vita e con la morte, mostrò di essere fedele, sino alla fine, al suo principio

Perciò, fedele cristiano, cerca la verità, ascolta la verità, apprendi la verità, ama la verità, di’ la verità, attieniti alla verità, difendi la verità fino alla morte: perché la verità ti farà libero dal peccato, dal demonio, dalla morte dell’anima e in ultimo dalla morte eterna

Nato da una famiglia assai povera, intorno al 1371, a Husinec, un piccolo paese della Boemia meridionale; prima del 1386 passò a Praga dove si iscrisse alla facoltà delle arti, e presto intraprese la carriera ecclesiastica. Università, quella boema, in cui si discuteva, senza troppi peli sulla lingua, della necessità di una riforma della chiesa medievale. Da una parte, c’erano l’influenza di quanto stava accadendo in Inghilterra, dato il continuo scambio di studenti con Oxford. Dall’altra vi era una tradizione locale di riflessione sul ruolo della Chiesa Militante, dovuta alla figura di Jan Milic, il quale, influenzato dai francescani spirituali e da Gioacchino dal Fiore, non a torto considerava la crisi ecclesiastica di fine Trecento legata al suo eccessivo accumulo di beni materiali.

Milic proponeva così il rinnovamento della chiesa attraverso il ritorno a un pauperistico cristianesimo primitivo e all’attesa del prossimo Nuovo Regno: ovviamente, ai cardinali che vivevano nel lusso, quest’idea che fosse poi così gradita, per cui, sospettato di eresia e convocato ad Avignone per essere esaminato, vi era morto nel 1374.

Il suo insegnamento, però, non andò perduto. Nel 1391, su progetto degli architetti boemi Hanus di Millheim e Vaclav Kriz, fu costruito il complesso di San Michele a Betlemme, che comprendeva una scuola, un collegio universitario destinato agli studenti poveri e una cappella, in cui si predicava non in latino, ma in ceco.

Data la scarsità di mezzi di Jan Hus, il complesso di San Michele fu una sorta di benedizione, dato che gli permise di completare gli studi con ottimi risultati. Nel 1393 Hus ottenne il baccellierato in filosofia, nel 1395 si laureò magister in artibus e nel 1398 iniziò a insegnare Filosofia nella stessa Università praghese; ordinato sacerdote nel 1400, continuò a studiare Teologia con Stanislao da Znojmo e dal marzo del 1402 predicò per la prima volta proprio nella cappella di San Michele a Betlemme.

Fu un suo avversario, l’agostiniano norimberghese Oswald Reinlein, a lasciare una testimonianza della sua attività:

Le sue prediche erano frequentate dalla quasi totalità della popolazione praghese; nella Cappella di Betlemme egli predicava due volte nei giorni festivi e ancora due volte nel periodo di Quaresima. In tutti gli altri giorni teneva due lezioni e tre discorsi la domenica. Per i poveri che gli venivano raccomandati Hus chiedeva elemosine ai suoi conoscenti; usava invitare a tavola i maestri e ricevere con amore e bontà ogni visitatore

Intorno al 1398, l’influenza lollarda a Praga era cresciuta esponenzialmente. Per cercavi di metterci una pezza, nel 1403 l’università locale condannò 45 tesi contenute negli scritti di Wycliffe: in quegli anni, Jan cercò di dare una botta al cerchio e una alla botte. Da una parte, su richiesta dei suoi studenti tradusse il Trialogus del teologo inglese in ceco, ricordiamo che Jan con De ortographia bohemica definì i canoni fondamentali per l’ortografia ceca, dall’altra pur appoggiando le sue posizioni sulla riforma ecclesistica, condannò pubblicamente le sue tesi sull’eucarestia. Jan fu sempre sostenitore della Transustanziazione.

Inoltre, c’era da gestire il colossale manicomio dello Scisma d’Occidente, con un papa, Benedetto XIII, ad Avignone e un altro, Gregorio XII, a Roma, eletto nel 1406. Per porre termine alla scissione, alcuni cardinali delle due fazioni avevano progettato d’indire un concilio a Pisa che eleggesse di comune accordo un nuovo papa, ponendo termine alla divisione. Di fronte alla scissione, Jan era favorevole a mantenere una posizione di neutralità, in attesa che il futuro concilio dirimesse lo scisma. Analogo atteggiamento fu deciso dal re boemo Venceslao IV e inizialmente anche dall’arcivescovo di Praga Zajíc Zbynek.

Le cose cambiarono nel 1408, quando Zbynek ricevette una lettera di Papa Gregorio XII (1406-1415), preoccupato del diffondersi delle idee di Wycliffe in Boemia, e soprattutto della possibilità che il re Venceslao IV potesse mostrare simpatie verso esse; se il prelato non avesse preso provvedimenti, sarebbe stato sostituito.

Per tenere buono uno dei Papi, Zbynek costituì una commissione, presieduta dall’inquisitore Maurizio Rvacka, incaricata di valutarne l’ortodossia dei professori universitari: la sua idea di fare una sceneggiata, tirando la cosa per lunghe, finché il nuovo Papa eletto a Pisa si fosse dimenticato della questione. Il problema è i professori, in nome dell’autonomia universitaria, non solo si rifiutarono di comparire dinanzi alla commissione, che avrebbe certificato a prescindere la loro ortodossia, ma entrarono in sciopero. Jan tentò inutilmente di mediare tra le parti.

A peggiorare la situazione, ci si mise il solito Venceslao, rovesciando la norma vigente, che prevedeva nel Senato accademico, diviso in nazioni, che i rappresentanti degli studenti e dei professori tedeschi godessero di tre voti, mentre le altre godevano di uno a testa. Con la riforma del 1409, furono i boemi ad avere 3 voti, mentre i tedeschi furono equiparati agli altri, con un voto solo. Questo portò ad una crisi senza precedenti: i docenti e studenti tedeschi (forse 20.000 persone) lasciarono Praga per emigrare a Lipsia. Jan si ritrovò eletto rettore dell’Università e dovette difendere, suo malgrado, gli scioperanti.

Poiché Gregorio XII mostrò segni di voler intervenire nella complessa diatriba, re Venceslao proibì ogni contatto tra il clero locale ed il Papa: quest’ultimo reagì interdicendo Praga attraverso l’arcivescovo Zbynek. Per il suo ruolo universitario Jan si trovò in mezzo.

A peggiorare la situazione, il Concilio di Pisa, concluso il 26 giugno 1409 con l’elezione di un nuovo papa, aveva complicato ancora di più la situazione: il papa che aveva eletto, Alessandro V, non era riconosciuto da tutta la Cristianità. Invece di uno, ce ne erano ben tre in giro. Alessandro V, volendo apparire più realista del re, mostrando maggiore impegno a difesa della fede rispetto ai concorrenti, firmò una bolla, che oltre a condannare le tesi di Wycliffe, intimò l’arcivescovo praghese a vietare la predicazione in Boemia all’infuori dei luoghi consacrati, notifica comunicatagli solo nel giugno 1410, quando Alessandro V era già morto e gli era succeduto Giovanni XXIII, poi considerato antipapa.

Dato che la cappella di San Michele a Betlemme, per il regolamento ecclesiastico dell’epoca veniva considerata privata, a Jan veniva vietato di fatto di predicare. Considerando questa decisione arbitraria, Jan si appellò a Giovanni XXIII, spedendo a Bologna i suoi allievi Stanislao da Znojmo e Stefano Palec. Giovanni XXIII, considerando i boemi, per le vicende precedenti, un branco di rompiscatole, non solo non ascoltò le loro ragioni, ma li fece incarcerare e bastonare a oltranza, in modo che fungessero da esempio per gli inquieti professori locali. La quantità industriale di randellate fu tanto efficace che Palec diventerà in futuro uno degli accusatori di Hus.

Inoltre, l’ambasciata fu mal digerita dall’arcivescovo di Praga, che si sentì scavalcato e se la legò al dito, tanto da bandire invano Jan il 15 marzo 1411 e lanciare l’interdetto su Praga l’8 giugno: Jan fece orecchie da mercante, imitato dal praghese medio, che non capiva il dover rinunciare ai sacramenti, solo perché un papa di dubbia legittimità aveva deciso di mettere bocca in una disputa sindacale universitaria.

Re Venceslao, nel cercare di trovare un compromesso e di uscire da tale manicomio, affidò a un collegio arbitrale la disputa tra l’arcivescovo e Jan. Il collegio decretò come il bando e l’interdetto fossero rimessi e che Jan non dovesse essere bandito, né presentarsi a Roma per essere giudicato come eretico. Zbynek non la prese bene e mandò al diavolo il re, che fu probabilmente il mandante del suo assassinio.

Intanto Giovanni XXIII aveva proclamato la “guerra santa” contro Ladislao, re di Napoli, sostenitore di Gregorio XII, e iniziato la raccolta dei fondi necessari alla guerra mediante la vendita delle indulgenze, ossia la remissione delle pene temporali in cambio di denaro. Anche il re boemo appoggiava l’iniziativa papale, dal momento che una percentuale del ricavato sarebbe finita nelle casse statali.

Jan contestò pubblicamente tale decisione: da una parte la guerra santa non era compatibile con il messaggio evangelico. Al limite, il Bellum Iustum doveva poi essere dichiarato contro gli infedeli. Per cui, le indulgenze dovevano essere impiegati per combattere i Turchi, non per litigare con l’ambizioso angioino.

Dato che pecunia non olet, le proteste di Jan, dei professori e degli studenti praghesi, furono represse nel sangue. In più, per evitare che Jan invitasse i fedeli allo sciopero fiscale, gli fu probito di predicare in pubblico.

Come reazione, Jan tirò fuori una tesi, ispirata Wycliffe secondo la quale un predicatore poteva predicare senza il permesso del vescovo, dal momento che il dovere di annunziare il Vangelo è un comandamento di Cristo. Scomunicato alla fine del luglio 1412, il cardinale Pietro Stefaneschi, che presiedeva il processo ordinato dalla Curia romana, ne ordinò l’arresto e la demolizione della Cappella di Betlemme; il cardinale João Afonso Esteves da Azambuja recò a Praga l’atto di scomunica, promulgato nel sinodo della diocesi praghese il 18 ottobre 1412.

Dato che la questione era relativa ai soldi, ma non alle verità di fede, il 12 ottobre, sul ponte di Praga, nei pressi del palazzo arcivescovile, Jan presentò il suo “appello a Cristo”, in cui contestava la validità della scomunica, dicendo di essere stato assolto più volte dall’accusa di eresia e contestandone la procedura seguita, che violava il diritto canonico,

All’ordine di Venceslao di non predicare, Jan in un primo momento obbedì ma qualche settimana dopo riprese le sue prediche nei paesi della Boemia. Nel 1413 concluse quello che resta il suo scritto più noto, il De ecclesia, e scrisse Sulla simonia e la raccolta di sermoni Postilla.

In particolare, nel De ecclesia Jan manifesta con estrema lucidità la dicotomia esistente tra la chiesa istituzionale e la comunità dei cristiani uniti dal vincolo della fede, la preghiera e l’osservanza dei precetti divini. Solo questa chiesa, che Hus, seguendo Wycliffe, chiama universitas praedestinatorum, è santa e cattolica e riunisce nel corpo mistico di Cristo i veri credenti. In maniera più accentuata rispetto a Wycliffe, Jan ritiene che solo la condotta e le azioni rivelano chi è parte della comunità dei predestinati: solo costoro possono essere a buon diritto considerati vescovi o pontefici.

Quanti occupano indegnamente una carica, a qualunque grado della gerarchia appartengano – ivi compresa la suprema autorità di tale gerarchia, il pontefice – non possono essere considerati detentori legittimi della carica che detengono, né veri cristiani: è lecito e doveroso, in questi casi, disobbedire a costoro e deporli dalla carica che rivestono. Supporta tale considerazione la convinzione che l’autorità pontificia è un’istituzione umana, che Jan vede come contingente e temporale, sottolineandone la storicità e, in ultima analisi, l’inessenzialità.

Intanto, dopo il fallimento del Concilio di Pisa nel 1409, il re d’Ungheria Sigismondo di Lussemburgo (che l’8 novembre 1414 sarebbe poi stato incoronato Re dei Romani) convocò il 30 ottobre 1413 un nuovo concilio, da tenersi a Costanza il 1º novembre 1414, che affrontasse il problema dell’unità della Chiesa, eleggendo un nuovo papa, e che combattesse la corruzione ecclesiastica e ponesse fine alle dispute dottrinali.

In questo periodo la città, che aveva circa 6.000 abitanti, e i paesi nei dintorni furono invasi da circa 70.000 visitatori, tra cui 33 cardinali, 346 patriarchi, vescovi ed arcivescovi, 2.148 dottori di teologia e di altre facoltà e 546 abati e monaci, tutti con i loro cavalli e con numerosi accompagnatori. Le cronache dell’epoca riportano anche l’arrivo di 700 donne, più un numero imprecisato di “clandestine”, che avevano affittato case o stalle per poter soddisfare i bisogni meno spirituali dei partecipanti al concilio.

Tra le tante questioni in sospeso, vi era il caso Hus: così Jan fu sollecitato a raggiungere Costanza, con il salvacondotto a garanzia della sua incolumità. Jan, sia perchè non si considerava eretico, sia perchè si fidava della parola data, partì per Costanza l’11 ottobre, sostando a Norimberga, a Ulma e a Biberach, e giungendo nella città tedesca il 3 novembre.

Il 27 novembre, invitato a un incontro amichevole dai cardinali Pierre d’Ailly, Ottone Colonna, prossimo papa Martino V, Guillaume Fillastre e Francesco Zabarella, fu da loro fatto subito arrestare e incarcerare. La giustificazione di tale gesto, è che Jan essendo un dichiarato e impenitente eretico, non era oggetto della protezione della legge divina e umana.

Il 20 marzo Giovanni XXIII, sul quale erano insistenti le accuse di corruzione, fuggì da Costanza e venne dichiarato decaduto in quanto simoniaco, mentre il secondo papa, Gregorio XII, si dimise spontaneamente; quanto al terzo papa, Benedetto XIII, verrà poi deposto dal concilio il 26 luglio 1417 come scismatico ed eretico.

Ad aprile giunse a Costanza il discepolo di Hus, Girolamo da Praga, per ottenere da Sigismondo la liberazione del suo maestro, ma il Concilio rispose con un mandato di cattura; Girolamo fuggì, ma venne arrestato alla frontiera bavarese: sarà mandato al rogo il 30 maggio 1416.

Il 18 maggio 1415 venne intimato a Hus di ritrattare le sue affermazioni, considerate eretiche; ottenne un’udienza pubblica, da tenersi il 5 giugno, ove poter dimostrare l’ortodossia delle sue dottrine, ma gli venne impedito di parlare. Interrogato nei giorni successivi, alla presenza di Sigismondo, dai cardinali Zabarella e d’Ailly, che gli contestavano alcune tesi, rispose come nelle sue parole non vi fosse nulla che fosse in contrasto con la dottrina della Chiesa, all’epoca non esisteva ancora il dogma dell’infallibilità pontificia, e come in fondo i padri conciliari si stessero comportando proprio secondo le idee di Jan.

I padri conciliari non la presero bene e il 18 giugno 1415 il Concilio di Costanza ratificò un elenco di 30 accuse contro Jan, proposizioni considerate eretiche tratte da tre sue opere, il De ecclesia, il Contra Stephanum Palec e il Contra Stanislaum de Znoyma, dandogli tempo due giorni per contestarle.

Il 23 giugno scrisse dal carcere all’amico Giovanni di Chlum:

«Devi sapere che Palec insinuò che non dovrei temere la vergogna dell’abiura, ma considerare invece il vantaggio che ne deriverebbe. E io gli risposi: “È più vergognoso essere condannato e bruciato che abiurare? In che modo potrei temere la vergogna? Ma dimmi il tuo parere: che cosa faresti tu se fossi certo di non essere incorso negli errori che ti sono imputati? Abiureresti?” E lui rispose: “È difficile”. E si mise a piangere».

Il 5 luglio scrisse agli amici boemi:

«Se mi dessero carta e penna, con l’aiuto di Dio, risponderei anche per iscritto: Io, Jan Hus, servo di Gesù Cristo in speranza, non intendo dichiarare che ogni articolo ricavato dai miei scritti sia errato, per non condannare i detti delle sacre Scritture e specialmente di Agostino».

Il giorno dopo, nel duomo di Costanza, fu dichiarato colpevole e condotto al rogo. Così racconta la sua fine una cronaca dell’epoca

Mentre procedeva la lettura della sentenza, egli l’ascoltava in ginocchio e in preghiera con gli occhi levati al cielo. E quando fu emesso il giudizio sui vari punti particolari, maestro Jan Hus s’inginocchiò di nuovo e pregò a voce alta per tutti i suoi nemici, dicendo: «Signore Gesù Cristo, io t’imploro, perdona tutti i miei nemici per amore del tuo Nome. Tu sai che essi mi hanno accusato falsamente, che hanno prodotto falsi testimoni, che hanno orchestrato falsi capi d’accusa contro di me. Perdonali, per la tua misericordia senza fine».

Quando gli aguzzini accesero il rogo, il maestro prese a cantare a voce spiegata, dapprima «Cristo, Figlio del Dio vivente, abbi pietà di noi». Ma come iniziò a cantare un altro inno, una folata di vento gli coprì il viso di fiamme. E così, pregando nell’intimo, muovendo appena le labbra, spirò nel Signore.

2 pensieri su “Jan Hus

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