Il Sesto miglio dell’Appia Antica

Dopo il mausoleo di Casal Rotondo, di cui ho parlato in un altro post, era collocata la colonnina del VI miglio della via Appia, dando così inizio a un tratto della via, che, nonostante la distanza da Roma, era ricco di sepolcri, dei quali rimangono grandi blocchi di peperino del rivestimento e numerose epigrafi.

Prima della ferrovia vediamo a sinistra il nucleo in calcestruzzo di un piccolo sepolcro a dado, dal quale è stato asportato il rivestimento. Ora la via Appia scavalca la ferrovia Roma – Napoli, il cui tracciato corrisponde ad una strada romana che doveva partire dalla via Salaria (all’altezza della città di Antemnae o della città di Fidenae) e, come una bretella autostradale, collegava prima la via Latina (all’altezza di via del Quadraro) e poi raggiungeva qui la via Appia, per dirigersi verso Satrico (che era non lontano da Cisterna di Latina).

Sulla sinistra c’era una volta un pezzo di marmo che ricordava un Sergio Svezio; troviamo invece un’epigrafe in ricordo di Lucio Demetrio. Di fronte un alto mausoleo ingloba un arco di peperino, che doveva contenere la statua del defunto; l’incasso nel calcestruzzo sopra la porta accoglieva l’epigrafe con il suo nome.

Per terra a destra ci sono frammenti di iscrizioni tra le quali una ricorda un tribuno della XVI legione che si chiamava Quinzio, seguita da un’altra, in travertino, in memoria di un magister ludos, un impiegato dell’Anfiteatro Flavio, deputato all’organizzazione degli spettacoli.

Subito dopo, si incontra il cosiddetto Sepolcro dei grifi o di Minucia, il cui sarcofago è custodito nei Musei Vaticani. Il sepolcro a tempietto è a due piani: la camera funeraria è composta da una stanza ricoperta da una volta a botte, diverse nicchie disposte sulle pareti e un arcosolio nella parete verso la strada, anch’esso con due nicchie ai lati e una nicchia rettangolare sul fondo; inoltre, alla base delle nicchie, sono perfettamente visibili i fori che accoglievano le olle cinerarie.

Dell’ambiente superiore, destinato ai rituali funebri, si conserva solo una parete e la scala d’accesso. I due edifici erano inclusi in un recinto in mattoni decorato sulla parete d’ingresso, aperto sull’Appia Antica, in cui Luigi Canina murò grandi lastre di marmo con grifoni scolpiti (animali fantastici, con il corpo del leone e la testa di aquila, che fungono, nelle tombe, da guardiani). L’ingresso conserva gli stipiti in travertino ed è sul lato opposto della strada. Nei pressi delle due tombe si conservano ancora alcuni sarcofagi, che testimoniano la continuità d’uso dell’area come luogo adibito alle deposizioni.

Sul lato sinistro della strada, si incrocia la cosiddetta Torre Selce: il monumento, costituito da un sepolcro romano su cui si imposta una torre realizzata in epoca medievale, deve il suo nome o alle scaglie di selce con cui è rivestita o alla presenza di un’antica via (una silex traversa) nelle sue immediate vicinanze, forse da identificare con la strada (citata in un documento del 1140) che conduceva a un abbeveratoio pubblico (il Lacus domini Papae) fatto allestire da Callisto II (1119-1124)

L’edificio inferiore è un grande mausoleo circolare della prima metà del I secolo a.C., del diametro di 22 metri, poco inferiore, quindi, ai mausolei di Cecilia Metella e Casal Rotondo. Di esso resta soltanto il nucleo interno in opera cementizia, mentre il rivestimento, che doveva essere in blocchi di pietra o marmo, è stato asportato. Su questo s’innesta la torre, databile alla prima metà del XII secolo, con un sistema di pilastri disposti a stella sui muri divisori interni del tamburo. Su tali pilastri venne impostata una serie di archi in laterizio, alcuni dei quali sono ancora ben conservati. L’alzato si presenta in opera incerta in blocchetti di peperino e selce con fasce bianche di frammenti di marmo, secondo il tipico schema delle “torri vergate”, che ne garantivano la visibilità da grande distanza.

Nonostante i robusti contrafforti, della torre oggi rimangono in piedi soltanto due lati e mezzo. Le pareti presentano nicchie e fori per le travature lignee; una volta a crociera in muratura sosteneva l’ultimo piano. Sono ancora conservate alcune finestre prive di stipiti. In un disegno del Catasto di Alessandro VII (sec. XVII) Torre Selce è raffigurata come una costruzione merlata racchiusa da un alto recinto (che fu presumibilmente eretto utilizzando i massi di peperino del tumulo antico), munito di feritoie e coronato da merli: questo antemurale, oggi quasi completamente scomparso, contribuiva certamente a rendere la torre difficilmente espugnabile.

la prima citazione ufficiale di Torre Selce si trova in un documento del 1150 in cui l’Imperatore Corrado III la cedette ai monaci di San Gregorio che la possederono a lungo, quasi certamente fino a tutto il 1300. Piuttosto controversa è la questione secondo cui Torre Selce vada identificata con la Turris de Arcione o de Arcionibus (in relazione agli archi dell’acquedotto della villa dei Quintili), di cui si trova notizia in documenti del XII secolo. Benché prevalente, questa supposizione si scontra a nostro giudizio con la possibilità che la Turris de Arcione o de Arcionibus si debba identificare con le fortificazioni della vicina Villa dei Quintili.

Continuando la passeggiata la strada è affiancata da pulvini, fondamenta di sepolcri, ancora iscrizioni, tra le quali, a sinistra, quella di Tizia Eucaride, e soprattutto la bella epigrafe di un certo Gaio Attilio Evodo:

HOSPES, RESISTE, ET HOC AD GRVMVM AD LAEVAM ASPICE, VBEI
CONTINENTVR OSSA HOMINI BONI, MISERICORDIS, AMANTIS
PAUPERIS. ROGO TE VIATOR MONVMENTO HUIC NIL MALE FECERIS
C. ATEILIVS SERRANI L. EVHODVS MARGARITARIVS DE SACRA
VIA IN HOC MONVMAENTO CONDITVS EST. VIATOR VALE.
EX TESTAMENTO IN HOC MONVMENTO NEMINEM INFERRI NEQVE
CONDILICET NISEI EOS LIB. QVIBVS HOC TESTAMENTO DEDI TRIBVIQVE

Che tradotto in italiano

Fermati, o forestiero, e volgiti a sinistra verso questo sepolcro, esso contiene le ceneri di un uomo buono e gentile, amico dei poveri. Ti prego, passante, non imbrattare questo sepolcro, Gaio Attilio Evodo liberto di Serrano gioielliere della via Sacra, giace qui. Addio, forestiero. Per testamento nessuno può essere sepolto in questo sepolcro, all’infuori di quei liberti a cui l’ho concesso per disposizione testamentaria

La statua in marmo di un personaggio con la toga, sul lato sinistro, è seguita da un rilievo marmoreo con tre ritratti appoggiato per terra sul lato opposto. Subito dopo, si possono ammirare le arcate dell’Acquedotto dei Quintili, verosimilmente una diramazione dell’acquedotto dell’Anio Novus, che snodandosi per circa 700 metri raggiungeva l’area di Torre Selce al VII miglio dell’Appia Antica, oppure dell’Aqua Iulia. Un’altra ipotesi sostiene invece come potesse trarre alimentazione direttamente dalla grande piscina limaria al VII miglio della Via Latina, nella zona dell’attuale Ippodromo delle Capannelle.

L’acquedotto poi raggiungeva poi un castellum aquae dal quale poi diramava il condotto sotterraneo di alimentazione della Villa dei Quintili, situata a circa un paio di miglia di distanza. La fastosa residenza imperiale, che conserva ancora resti imponenti delle grandi aule termali, aveva diverse cisterne che permettevano di conservare l’acqua necessaria al rifornimento idrico dell’intero complesso: la Grande Cisterna, la Cisterna Mediana e la Cisterna Circolare cosiddetta Piranesi, da un’incisione dell’artista, che erano tutte alimentate dall’acquedotto dei Quintili.

L’acquedotto, che si snoda per 120 arcate realizzate in conglomerato cementizio ed erette su piloni di forma quadrangolare con lato di circa un metro e mezzo (pari a 5 piedi romani), rivestito da laterizi. A causa del crollo di alcuni piloni e di porzioni di arcate sono attualmente visibili alcuni tronconi fisicamente distinti e poco si conserva dello speco idraulico vero e proprio del quale resta solo una porzione del fondo in malta idraulica “a cocciopesto”.

I recenti restauri hanno chiarito come alcuni piloni fossero stati intenzionalmente abbattuti per interrompere la linea dell’acqua e alcune delle campate fossero murate con blocchetti di peperino. Probabile quindi che l’acquedotto fosse stato danneggiato nel 537 d.C. da Vitige durante l’assedio al generale bizantino Belisario rinserrato nelle mura aureliane.

Procopio di Cesarea, nella Guerra gotica, così racconta gli eventi

Con l’intento di costruire un campo fortificato, Vitige chiuse le arcate di tratti degli acquedotti Claudio e Marcio con terra e pietra, realizzando un fortilizio naturale in cui fece accampare non meno di 7000 uomini, al fine di bloccare l’afflusso di rifornimenti all’Urbe dalla via Appia e dalla via Latina

dando origine al cosiddetto Campus Barbaricus. Scendendo verso il Grande Raccordo Anulare la strada è affiancata da blocchi di marmo, fondamenta di edifici e di mausolei, frammenti di colonne, brandelli di basolato, un bel rilievo marmoreo con tre ritratti appoggiato per terra a sinistra e iscrizioni sul lato destro. Prima di percorrere l’ultimo tratto in discesa la strada è affiancata a destra dalla statua di un personaggio in toga, e di fronte alcune pareti di qualche sepolcro. In fondo alla discesa siamo arrivati al VII miglio; la colonna miliaria è stata trasportata nel 1848 sulla balaustra del Campidoglio, accanto alla colonna del I miglio.

Un pensiero su “Il Sesto miglio dell’Appia Antica

  1. “Prima della ferrovia vediamo a sinistra il nucleo in calcestruzzo di un piccolo sepolcro a dado, dal quale è stato asportato il rivestimento. Ora la via Appia scavalca la ferrovia Roma – Napoli, il cui tracciato corrisponde ad una strada romana che doveva partire dalla via Salaria (all’altezza della città di Antemnae o della città di Fidenae) e, come una bretella autostradale, collegava prima la via Latina (all’altezza di via del Quadraro) e poi raggiungeva qui la via Appia, per dirigersi verso Satrico (che era non lontano da Cisterna di Latina).”

    è la stessa via che diparte da Colle Salario col Viadotto dei Presidenti, Via Fucini, Viale Marx, fino alla Palmiro Togliatti per arrivare Cinecittà 2 e via di Capannelle…

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