Villa Pantelleria

La Piana dei Colli (a Nord della città), di cui sto parlando nelle ultime settimane, che il marchese di Villabianca descrive come grande e ridente prateria del contado palermitano, è chiamata così perché compresa tra montagne brulle: Monte Pellegrino, Monte Gallo e Monti Billiemi, nota per il marmo grigio, utilizzato spesso nelle chiese barocche palermitane, che per la loro altezza limitata furono chiamati “Colli”.

Sino al tardo Seicento, il suo paesaggio era caratterizzato da infiniti campi di grano e da pascoli, in cui vagavano, allo stato brado, pecore e mucche: ogni tanto spuntavano i bagli, le masserie, spesso fortificate, per far fronte al pericolo di incursioni piratesche dal vicino golfo di Mondello. In una cinquantina d’anni,le cose cambiarono profondamente, a causa delle scelta dell’aristocrazia palermitana, che, diciamolo, era tutt’altro che parassitaria.

I nobili palermitani, infatti, per mantenere il loro stile di vita alquanto dispendioso, invece che indebitarsi, si impegnarono sin dal Quattrocento in investimenti nel commercio, nell’artigianato e nell’agricoltura, che scandalizzavano i loro omologhi francesi e spagnoli. Ora, questa nobiltà protocapitalista si trovò davanti a una sfida, che mise in crisi le loro rendite agrarie: i primi effetti del riscaldamento climatico, fece crollare la produttività della monocoltura cerealicola. A questo si aggiunse sia la maggior difficoltà a rimediare schiavi nordafricani, che fornivano buona parte della mano d’opera utilizzata nella coltivazione dei latifondi, sia la concorrenza di nuovi produttori di cereali.

Per questo, i nobili palermitani dovettero ripensare il modello economico e produttivo delle loro tenute, passando da un’agricoltura estensiva a una intensiva e di qualità. La Piana dei Colli fu di fatto il laboratorio su cui sperimentare tale trasformazione.

Fu incrementata la coltivazione del sommacco, che oggi si usa solo per condire il ghiros e il kebab, ma che all’epoca aveva una funzione economica fondamentale, dato che dalla corteccia e dalle foglie siestraevano i tannini impiegati in tintoria e nel processo di concia delle pelli.

Furono piantati vigneti, curati olivi di varia qualità, si piantarono mandorli domestici ed alberi di frutta varia; nei terreni più aridi e dove la roccia era affiorante si piantarono appositamente fichi d’india, per rompere la roccia e creare così un terreno da destinare a colture più redditizie, l’erba migliorò di qualità, si scavarono numerosi pozzi per prendere l’acqua, che abbondante scorreva nel sottosuolo, e per irrigare colture deperibili come gli agrumi, furono recuperati le opere idrauliche costruite dagli arabi, che in origine, erano dedicate alle canne da zuccheri.

I nobili, anticipando gli inglesi, decisero inoltre di girare di muri le loro terre per impedire l’accesso al bestiame che potevae arrecare danni e sistemarono la viabilità facendo costruire strade carrozzabili per poter raggiungere le loro aziende più agevolmente e trasferire la produzione agricola al porto di Palermo.

A questa esigenza economica, si aggiunse una di rappresentanza: con l’influenza dell’Illuminismo, si era diffusa anche in Sicilia la moda della villeggiatura estiva. In questo contesto, nasce Villa Pantelleria, nei pressi della nostra Viale Strasburgo.

La sua storia comincia nel 1734 quando Francesco Requenses e del Carretto, Principe di Pantelleria acquista, tramite un bando pubblico per vendita fallimentare, un vasto appezzamento di terreno (circa 16 salme) che comprendeva vigne, mandorli, giardino e casino con magazzino, cavallerizza e baglio circondato da muri e con pozzo. Nello stesso anno il principe viene in possesso di un altro appezzamento confinante col primo per consentire l’accesso alla proprietà dalla strada pubblica.

La proprietà confinava ad est con i terreni del baglio Scannaserpi (oggi Villa Marraffa) e la via che portava a Sferracavallo (oggi via San Lorenzo); a sud con le terre del principe di Resuttano ( oggi Villa Terrasi); ad Ovest con i terreni della “casena” del Principe di Buonfornello (oggi Villa Barbera); a nord con le terre della villa di Maria Cristina Lucchese (oggi Villa Adriana).

Francesco era uno dei più importanti nobili dell’epoca: fratello del vescovo di Siracusa, era stato più volte Pretore di Palermo, l’equivalente del nostro sindaco. Nonostante fosse uno dei primi seguaci siciliani dell’illuminismo, aveva una passione, per noi moderni, assia strana, ossia collezionare reliquie di presunti martiri paleocristiani.

La moglie Donna Rosalia, dopo la morte del marito, non volendo più avere casa piena di mummie e ossa di incerta provenienza, cominciò a distribuire le reliquie a tutte le chiese siciliane: ad esempio,e, nel 1763, alla Chiesa Madre di Buscemi il “corpo santo” di Pio, spoglie mummificate di un martire prelevato dalla Catacomba Romana di San Lorenzo al Verano.

Tornando al nostro latifondo, nell’estate del 1734 Francesco Requenses inizia a costruire la villa Pantelleria, per essa scelse il punto più elevato delle sue terre, sulla direttrice Palermo-Sferracavallo, proprio sul dosso di una collinetta di roccia tufacea emergente dalla Piana.

La costruzione della villa si sviluppò sotto la guida dello stesso principe che dava in appalto alle varie maestranze le diverse categorie di lavorazioni; l’architetto fu Nicolò Palma che limitò il proprio intervento diretto alla progettazione dello scalone, dei pilastri e dei muri bassi detti “furiati”. Per la costruzione della villa vennero utilizzati l’antico baglio, un vecchio “casalino con magazzino” ed una costruzione precedente. Tutti i materiali di costruzione impiegati provenivano, oltre che dal luogo stesso della fabbrica, dalle cave delle zone vicine: pietra del Monte Gallo (per la cappella), pietra di Sferracavallo (per la scala circolare), pietra dell’Aspra e pietra dalla cava di Billiemi.

La villa si presenta a pianta rettangolare, a due elevazioni ed al cui piano terra si trovavano i magazzini e la cappella gentilizia con stucchi ad opera di un nipote di Giacomo Serpotta, mentre i saloni furono decorati da Gaspare Fumagalli, a cui sono attribuiti quadrature illusionistiche e gli affreschi di Ester e l’Allegoria dell’Estate. L’interno della residenza fu poi abbellito da affreschi di Pietro Martorana, Vincenzo Salerno e Giovanni Trapani. A titolo di curiosità, Dalla sacrestia della cappella, tramite un passaggio segreto, si arrivava alla camera della principessa: dato che passaggi segreti sono presenti anche in altre loro dimore, questa era una sorta di mania di famiglia. Al contempo, per valorizzare le nuove coltivazioni, furono realizzati ampi viali e torri d’acqua, per favorirne l’irrigazione.

Alla morte di Francesco, però, per i Requenses, cominciarono i problemi economici, per una questione peculiare: il 25 aprile 1760, suo figlio Giuseppe Antonio Requisenz, “Principe di Pantelleria, Conte di Buscemi e Barone del feudo di Solarino”, ottenne dal governo borbonico la licentia populandi, ossia di fondare una nuova cittadina, “Terra di San Paolo” che popolò con coloni provenienti da località vicine (Floridia, Siracusa, Canicattini, Buscemi) nonché dal Piemonte, dalla Liguria e da Malta.

Le autorizzazioni a popolare i feudi avvenivano mediante concessioni Regie che avevano lo scopo, mediante l’istituzione di nuovi comuni rurali, di assicurare alla nobiltà feudale, da una parte, la conservazione – di fatto – del proprio dominio sulle terre e, dall’altra, di creare più benessere per la popolazione, ma nel contempo, anche di aumentare i censi, le gabelle ed i proventi di dazi e dogane. La Terra di San Paolo Solarino, fu costituita come comunello (termine usato nella burocrazia borbonica per indicare l’odierna frazione) del comune di Siracusa.

Il problema è che Giuseppe Antonio, anche per il periodo di recessione economica, si trovò in crisi di liquidità, dovendo sostenere le spese per realizzare le abitazioni dei coloni, la chiesa, il mulino e le altre infrastrutture. Dai debiti che dovette contrarre, la famiglia Requesens non riuscirà più sollevarsi, accrescendo sempre più il suo dissesto economico fino a quando fu necessario vendere all’asta il proprio palazzo in Palermo, in Piazza Valverde alle spalle della Chiesa di San Domenico.

Questo palazzo, di notevoli dimensioni, ha la forma di un quadrilatero, che racchiude un vasto cortile dominato da una rigogliosa pianta di ficus magnolia. Nella sua definitiva configurazione settecentesca veniva considerato, per la sua mole, uno dei più importanti di Palermo.

La costruzione dell’edificio probabilmente risale agli inizi del ‘400, a cura di Bernardo Requesens e di questo periodo si conservano alcuni archi catalani del porticato ovest del cortile e due altorilievi sulla scala interna, mentre sono del cinquecento la scala, che conduce agli appartamenti del lato ovest, ed un portale marmoreo posto al primo piano a fronte della prima rampa dello scalone d’ingresso principale.

Nella volta del salone più grande dell’edificio, al piano nobile, un dipinto probabilmente raffigura l’investitura a Conte di Buscemi, in giovane età, di Don Giuseppe sposo della cugina Anna Requesens, la cui famiglia dei baroni di S. Giacomo era proprietaria di quell’altra dimora sita nello stesso largo Cavalieri di Malta ed oggi conosciuto come palazzo Niscemi – Spaccaforno. Altre pitture a tempera sono presenti nel citato piano, alcune settecentesche ed altre del secolo successivo assieme ad una stanza con alcova di gusto rococò.

Nel 1835, in vita Emanuele Requesens, 10° ultimo Principe di Pantelleria oltre che ultimo conte di Buscemi, il palazzo venne venduto all’asta, così come quasi tutti gli altri beni immobili della famiglia sottoposti ad amministrazione giudiziaria ed acquistato, in gran parte, dal commerciante di tessuti Francesco Varvaro Querela, oltre ad un appartamento al primo piano che venne concesso in proprietà a Pietro Carreca, amministratore della casata, mentre il terzo piano venne acquistato da Ercole Amodei seppure al principe Emanuele venne comunque concesso di rimanere in alcune stanze sino alla fine dei suoi giorni. Fu sede, fino al 1914, del Consolato dell’Impero Austroungarico

Tornando alle vicende di Villa Pantelleria, per una sua ristrutturazione, Michele Requesens, chiese tra 1818 ed il 1819 a Benjamin Ingham, il mercante di marsala, un prestito di 3.000 onze che nel 1826 ascese, a causa degli interessi maturati, a ben 4.007 onze. Il prestito sarebbe dovuto servire a trasformare l’intera tenuta in agrumeto, ma la iella si accanì sulla famiglia. Il terremoto del 1823 fece crollare lo scalone monumentale d’ingresso, che rendeva la facciata molto simile a quella di Villa di Napoli, e danneggiò l’intero edificio: furono necessari costosi lavori di restauro, che culminarono nella costruzione del portico neoclassico, distrutto dalle bombe inglesi nella Seconda Guerra Mondiale.
Non potendo assolvere altrimenti detto debito fu costretto a cedere all’Ingham “ lo giardino grande nominato della fontana… situato nel territorio di Racalmuto, valle di Girgenti”.

Estintasi la famiglia Requesens, Villa Pantelleria passò prima ai Naselli d’Aragona e quindi ai Burgio, principi di Villafiorita; alla fine dell’800 venne acquistata dai Naselli Flores, che trasformarono il parco in un giardino all’inglese. Nel 1941, divenne un ricovero per sfollati. Per le vicende del “Sacco di Palermo”, il giardino della villa fu lottizzato, per costruire i condomini di viale Strasburgo,

Dalla metà degli anni ’70 fino al 1990 fu affittata al jazzista Claudio Lo Cascio per il suo Centro musicale “Django Reinhardt” e, sempre nello stesso anno, fu acquistata dall’impresa edile della famiglia mafiosa Caravello. Sequestrata alla mafia nel 2001 su ordinanza della magistratura, fu inglobata nella proprietà dell’amministrazione comunale di Palermo, che affidò nel 2005 l’edificio all’associazione “Il Teatro per la libertà” diretta dall’attore Lollo Franco. Nei vari passaggi la maestosa villa ha attraversato periodi di abbandono, di decadenza e di vandalismo che nel 2014 l’hanno portata al sequestro.

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