Atene contro Siracusa (Parte VII)

Il discorso di Alcibiade, che sicuramente era un abilissimo oratore, infiammò gli animi, tanto che la maggioranza dell’assemblea si schierò a favore dell’intervento. Nicia, vedendo le brutte, cercò per l’ennesima volta di fare ragionare gli ateniesi, tirando fuori tre argomenti sensati.

Il primo è che la nuova spedizione fosse qualcosa di ben diverso dalla guerra di Leontini: non si trattava di un’azione dimostrativa, finalizzata a danneggiare le importazioni a Sparta del grano siciliano, ma di una campagna di conquista vera e propria, che, per avere un esito positivo, doveva impiegare mezzi ben superiori, date le risorse dell’avversario.

Il secondo, è che, essendo gli abitanti di Segesta un’accozzaglia di cialtroni e di millantatori e mancando alleati di peso in Sicilia, tutta la spedizione sarebbe stata a carico di Atene. E terzo, le risorse dedicate in un’impresa non linea con gli obiettivi strategici ateniesi, qualunque fosse stato il risultato, avrebbe a prescindere indebolito la polis, rafforzando al contempo Sparta.

Suonò così in sostanza il discorso di Alcibiade. Ad ascoltare le sue parole, quelle dei Segestani e dei fuoriusciti di Leontini che comparsi sul palco chiedevano e imploravano raccomandandosi ai giuramenti l’aiuto ateniese, l’assemblea arse più che mai dal desiderio di compiere la spedizione. Nicia a quel punto, sentendo che se ricorreva ai consueti argomenti non li avrebbe più dissuasi e che forse calcando la mano sulla larghezza dei preparativi necessari e insistendo con richieste gravose avrebbe ottenuto lo scopo d’indurli a ragionare diversamente, si presentò per la seconda volta e prese la parola esprimendo questi motivi:

Poiché, Ateniesi, noto come le vostre volontà convergano su un solo oggetto, questa campagna, ebbene ch’essa appaghi infine i nostri voti. Ma l’occasione mi pare giunga a proposito per esporvi chiara la mia idea. Regolandomi su voci riferite, mi sembra che il nostro sforzo dovrà urtare contro città vaste, indipendenti l’una dall’altra e quindi non disposte a scosse politiche, nel senso che in una gente sottomessa a un dominio severo può talvolta sorgere viva l’aspirazione a scuotere e migliorare il proprio stato. Com’è naturale non si adatteranno con entusiasmo a veder soppiantata la propria libertà dal nostro impero. E il numero di quei centri è elevato considerando che sono compresi in un’unica isola; inoltre sono greci. Togliamo Nasso e Catania che mi auguro passeranno da noi per l’affinità con Leontini. Ne restano altre sette dotate di armamenti di efficacia pari e di tipo analogo a quelli che costituiscono il nostro potenziale bellico, e tra le altre le più potenti son quelle scelte come diretto bersaglio della nostra offensiva: Selinunte e Siracusa. Dispongono di numerose divisioni oplitiche, ranghi completi di arcieri e lanciatori di giavellotto una marina poderosa di triremi, un’infinità di gente pronta ad armarle. Depositi finanziari robusti: privati,cui s’aggiungono le riserve auree dei santuari specie a Selinunte. A Siracusa inoltre affluiscono i tributi di popolazioni barbare in suo potere. Sul piano strategico vantano su di noi questa supremazia significativa: un nerbo potente di cavalli nel loro organico. Poi possono contare su raccolti propri di grano, senza preoccuparsi d’importarne.

Contro una macchina militare di tal mole, la solita squadra navale, con il suo contingente limitato di sbarco è inoffensiva. Occorre imbarcare un’armata ingente se intendiamo realizzare un successo pratico degno del piano ambizioso e sperare che una cavalleria agguerrita non ci spazzi via in un lampo dalla spiaggia, dopo lo sbarco: soprattutto se l’allarme collegherà i vari centri e se la nuova solidarietà di altre potenze, che non si riassuma esclusivamente in quella di Segesta non ci provvederà, a nostra volta, di cavalleria bastevole al contrattacco. È in gioco il nostro onore se sommersi dall’avversario dovremo ritirarci e ridurci a successive richieste di truppe per non aver decretato, con colpevole imprevidenza, le misure in proporzione allo sforzo. È indispensabile che già alla partenza gli effettivi siano completi e in ordine, nella coscienza che un tratto immenso d’acqua ci dividerà dalle nostre basi in patria e la campagna avrà caratteristiche troppo diverse di quando in teatri di guerra vicini siete scesi in campo al fianco di qualche stato tributario, per contendere il passo a un aggressore: allora i rifornimenti giungevano comodi da una terra amica, mentre in questa circostanza rimarrete staccati in regioni straniere, da cui nei quattro mesi d’inverno sarà assai arduo che riesca il passaggio anche a un solo corriere.

Sicché a mio giudizio deve risultare molto nutrito il corpo di opliti da far passare in Sicilia, sia mobilitando i nostri, sia quelli alleati e sudditi, e provvedendo a trar rinforzi anche dal Peloponneso, se è possibile addotti alla nostra causa o assoldati. Ci servono arcieri in gran folla e frombolieri, per contrastare la cavalleria nemica. Sul mare ci occorre subito una superiorità indiscussa, per sveltire i collegamenti: ciò non ci esimerà tuttavia dal trasportare anche dall’Attica riserve abbondanti di viveri. Impiegheremo navi da carico: ci vorrà grano, orzo tostato, e un certo numero di panettieri al seguito e requisiti dai diversi mulini in proporzione. Torneranno utili se resteremo bloccati dal tempo cattivo e l’esercito avrà necessità di viveri (poiché sarà tale il suo numero che non tutte le città avranno spazio ad accoglierlo). Quanto al resto, tutti i preparativi dovranno riuscire il più possibile perfetti, per garantirci una totale autonomia. Noi dobbiamo partire con riserve monetarie di tutto rispetto: i Segestani affermano di tener pronti tesori in casa propria, ma se credete a me potete aspettarvi laggiù di trovare ben poca sostanza oltre alle loro chiacchiere.

Considerate che se con le nostre forze passassimo in Sicilia forti di un apparato bellico non solo in grado di fronteggiare il nemico (esclusa s’intende, la sua arma più micidiale, la fanteria pesante), ma di soverchiarlo in tutti gli aspetti tattici, anche in queste condizioni stenteremmo con vivo affanno non dico ad imporre sul campo la nostra supremazia d’armi, ma anche a mantenere in vita l’esercito. Ora è indispensabile convincersi che questo viaggio è come di gente che va a fondare, in terre forestiere e ostili, una colonia. Li preme, il giorno stesso dell’approdo, la necessità di assicurarsi il territorio intorno o di star pronti, se azzardano una mossa falsa, a vedersi alla gola una selva d’armi ostili. Sulle spine per quest’angoscia, ben sapendo quanto importante sia coprirci meglio possibile le spalle con caute risoluzioni, ma ancor più esser sospinti da un destino propizio (rara circostanza nella vita), desidero salpare senza consegnarmi, fin quanto mi è concesso, alle scelte del caso e, nei limiti della previdenza umana, certo di confidare nella mia macchina da guerra. Alla città qui raccolta ho espresso i miei piani, i più sicuri a garantire incolume lo stato e salvi e vittoriosi noi, destinati a dirigere l’impresa sui campi di battaglia. Se altri discorda, eccogli il mio comando.

Nicia, però, aveva il limite di non sapere associare alla lucidità strategica, una conoscenza approfondita della natura umana. Paradossalmente, le sue parole ebbero un effetto opposto rispetto al previsto, infiammando ulteriormente gli animi: non solo gli ateniesi non cambiarono idea, ma addirittura diedero carta bianca agli strateghi, affinché organizzassero la spedizione in grande stile, in modo che si tenesse conto delle osservazioni di Nicia.

E Nicia tacque, ritenendo che l’esposizione di necessità così tremende avrebbe distolto gli Ateniesi o, almeno, nel caso che la spedizione fosse ormai inevitabile, si sarebbe garantito con questi mezzi un margine ampio di sicurezza. Ma l’impegno faticoso dell’armamento suscitò ben altro in Atene che la rinuncia a quella campagna desiderata: anzi era tutto un accendersi d’entusiasmi, di ora in ora. Sicché Nicia ottenne un effetto opposto: si commentava che i suoi erano consigli d’oro, e da quel momento non c’era proprio più nulla da star preoccupati. Un fremito unanime trascorse la città e tutti gli sguardi cercarono con desiderio il mare: i veterani nella certezza incrollabile di soggiogare le genti a cui muovevano, e nella fede che neppure una disfatta avrebbe mai scalfito uno strumento da guerra così gagliardo: sulla gioventù matura alla leva agiva l’incanto nostalgico della lontananza, di poter toccare finalmente e godersi con gli occhi quell’isola remota, mentre era in fiore la speranza di rimpatriare un giorno, salvi. Intanto, il nerbo copioso delle truppe covava il miraggio di un guadagno rapido e, per l’avvenire, il pensiero che un tal acquisto di potenza avrebbe assicurato al governo fondi inesauribili per i salari delle forze armate. Finché l’eccessivo rapimento della folla dissuase chiunque, anche se in taluni la volontà di dissentire non mancava, dall’opporsi, nel dubbio timoroso che un voto contrario lo potesse mettere nella luce sinistra di perfido cittadino.

Da ultimo si fece avanti uno d’Atene e interpellando personalmente Nicia protestò che non era più l’ora di trastullarsi con pretesti e ritardi: svelasse al popolo a viso aperto, l’entità delle forniture belliche da lui fissata per sottoporla all’approvazione dell’assemblea. Di malumore Nicia replicò che avrebbe scelto di ragionarne piuttosto con i colleghi del comando, con calma; ad ogni modo, per quanto fosse un preventivo del tutto personale, esprimeva come minima, per avviare la spedizione, la cifra di cento triremi (compito degli Ateniesi allestire quante unità credevano opportune per trasporto truppe: il resto era da requisirsi tra gli alleati); gli organici della fanteria pesante non dovevano essere inferiori a cinquemila opliti, tra Ateniesi e alleati, meglio poi se si poteva di sporne di più. I reparti delle diverse armi, arcieri ateniesi e di Creta, frombolieri, e le altre forze che si stimasse conveniente adunare per l’imbarco, dovevano adeguarsi, come proporzione numerica, al resto degli effettivi.

Attenti a questi calcoli, gli Ateniesi decretarono all’istante che gli strateghi disponessero di pieni poteri per designare il numero preciso degli armati e perché regolassero con vantaggio dello stato e sulla base della propria competenza ogni altro particolare della spedizione. Conclusi i preliminari, si passò ai preparativi concreti, si diramò alla lega il comando di all’erta e si procedette alla mobilitazione cittadina. Atene s’era appena risollevata dalla malattia e dalla guerra ininterrotta, mentre la tregua consentiva l’avvento sempre più copioso di classi giovani all’età di leva, e all’economia statale d’irrobustirsi: sicché si provvedeva con larghezza a ogni preparativo. E ferveva in tutti la volontà di prodigarsi.

Questo è il racconto di Tucidide. La realtà è forse meno lineare: da altre fonti, sembrerebbe come la mozione di Alcibiade fosse in realtà passata per il rotto della cuffia, in un’assemblea spaccata e che, sulla spedizione siciliana ci fosse parecchio dissenso. I leader dell’opposizione furono oltre a Nicia, che dovette però fare di necessità virtù, Metone, l’astronomo che inventò il ciclo di 19 anni per far corrispondere l’anno solare a quello lunare, e Socrate, nonostante la sua amicizia con Alcibiade. Il primo, in segno di protesta contro la decisione di organizzare una spedizione, organizzò un sit-in nelle stoa dell’agorà, almeno secondo quanto racconta Claudio Eliano, che tra le tante cose, era pure sacerdote nel tempio della Fortuna a Preneste

L’astronomo Metone, quando gli Ateniesi erano sul punto di navigare per la Sicilia, faceva anche lui parte dell’elenco dei soldati. Ma già vedendo chiaramente i futuri disastri, per paura egli cercò di evitare la spedizione, dandosi alla ricerca dell’uscita. Dopo che non ottenne niente, simulò la pazzia e fece molte altre cose pur di procurarsi una credenza della sua infermità, tra queste costruì un insediamento presso i portici di Atene. I comandanti allora lo lasciarono.

Plutarco, con molta fantasia, infiocchettò di molto la storia, dicendo che Metone, sempre per protesta, si fosse trasformato in un piromane, bruciando la sua casa e quella dei vicini che avevano votato a favore della spedizione: dato che Metone non fece una, assai meritata, brutta fine, possiamo ritenere l’episodio leggendario. Socrate, invece, evitando gesti plateali, cercò di fare lobbying sui suoi allievi, che appartenevano alle élite politiche ateniesi, sia di destra, si di sinistra, ma anche questa azione, più discreta, non ebbe successo.

Sempre Plutarco, racconta altri episodi di protesta clamoroso, come quello accaduto presso l’altare dei Dodici dèi, nell’agorà di Atene

un tale vi saltò su all’improvviso e vi si mise a cavalcioni, poi con una pietra si evirò.

In questo clima, esasperato, scoppiò così il cosiddetto scandalo delle Erme

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