Tra il Settimo e l’Ottavo Miglio dell’Appia Antica

Riprendendo la nostra passeggiata tra il Settimo o l’Ottavo miglio dell’Appia Antica, lo sguardo cade subito su un rilievo, risalente all’età augustea, su cui sono scolpiti tre busti-ritratto di defunti, di cui non conosciamo il nome, inquadrati tra due pilastrini.

Al centro è raffigurata una donna, affiancata da un uomo più giovane ed uno più anziano. La donna ha il capo coperto da un lembo dell’abito, come segno di religioso rispetto e sacralità, ed è molto vicina all’uomo anziano alla sua destra, il che fa presumere una stretta relazione tra i due. Il suo viso e la pettinatura non sono riconoscibili, ed anche i tratti dell’uomo anziano sono molto rovinati, tanto da poterne riconoscere solo gli spigolosi contorni del capo e le guance scavate. Per quanto riguarda l’uomo più giovane, il suo viso è meglio conservato: si riconoscono la folta capigliatura, la fronte dritta e il viso angoloso. Da notare sul rilievo le mani delle tre figure realizzate in maniera imprecisa mentre le vesti sono riprodotte in maniera dettagliata e curata, ad esempio nelle pieghe e in corrispondenza dei gomiti. Il rilievo può essere datato in età augustea.

Proseguendo più avanti si giunge al punto in cui l’Appia Antica, fletteva una seconda volta, dopo la curva del V miglio. Circa 300 metri prima del punto in cui passava fino al 2000 il Raccordo Anulare, sulla sinistra della via, si individuano i resti della gradinata anteriore di un monumento in laterizio a due piani, con nucleo in calcestruzzo di lava basaltica e camera sotterranea coperta a volta; nel sepolcro fu rinvenuto un prezioso vaso di alabastro cotognino di stile egiziano, databile alla seconda metà del I sec. a.C., che è conservato ai Musei Vaticani.

Superato il sottopassaggio sul Raccordo Anulare, sul lato sinistro della strada, incrociamo una grande esedra in calcestruzzo in lava basaltica, alta circa 9 metri, un tempo coperta da una semicupola, andata perduta. Il rivestimento marmoreo è stato asportato, mettendo in luce il nucleo in cementizio di pietra basaltica. La struttura, a lungo interpretata come luogo di sosta, è stata definitivamente identificata con un sepolcro, eretto tra la fine dell’età repubblicana e la prima età imperiale. Sulla parete interna dell’esedra si trovano tre nicchie rettangolari, destinate ad ospitare le statue ritratto dei defunti, che non sono state rinvenute.

Proseguendo sul lato sinistro della strada, si nota un sepolcro a edicola, che presenta una quinta architettonica in laterizio con nicchia centrale destinata alle immagini dei defunti, eretta su un basamento parallelepipedo nel quale è ricavata la cella funeraria, con accesso dal lato posteriore.

In corrispondenza del civico 320, sorge un esteso complesso noto come Casino di Caccia alla Volpe. La struttura e la tenuta visibile solo dalla strada, sono oggi di proprietà del demanio dello Stato. La costruzione, risalente al 1926, nacque per ospitare un canile per allevamento e addestramento ed è testimonianza della diffusione di questo sport nelle vaste tenute della campagna romana.

La tradizione della caccia alla volpe a Roma risale al 1842, quando Lord George Stanhope VI, conte di Chesterfield, giunto in Italia dal 1836 con sei cavalli da sella e quindici coppie di cani, organizzò la prima battuta, con alcuni amici inglesi e il principe Livio III Odescalchi. Quando Lord Chesterfield ripartì per l’Inghilterra, lasciò i suoi cavalli e cani al principe Odescalchi, il quale ne curò l’addestramento e la riproduzione. La stagione di caccia 1844-45 finì con una corsa agli ostacoli (steeple-chases) che fu ripetuta anche negli anni successivi nella tenuta di Roma Vecchia presso le rovine della Villa di Sette Bassi. Gli eventi politici degli anni 1848-49 causarono un’interruzione dell’attività e Pio IX arrivò a proibire la caccia a seguito di gravi incidenti, ma poi, su pressione dell’aristocrazia, concesse di nuovo lo svolgimento delle attività e nel 1860 nacque la “Società Romana per la Caccia alla Volpe”, di cui Odescalchi fu primo presidente (“Master of Hounds”).

La caccia alla volpe divenne ben presto un rituale di gran moda tra l’alta borghesia e l’aristocrazia fino agli inizi del Novecento. D’Annunzio, che ne era un grande appassionato, la pratica nella Macchia di Centocelle. I cacciatori partivano in carrozza dai palazzi di famiglia, situati nel centro di Roma, seguiti da cavalli, cani e battitori, incaricati di scovare la selvaggina, e si davano convegno presso una delle vie consolari, tra cui l’Appia. Così avvenne per la famosa battuta di caccia del gennaio 1870, alla quale partecipò in incognito anche l’imperatrice d’Austria Elisabetta, conosciuta come Sissi, che ebbe come sfondo gli acquedotti della via Appia Antica e le capanne di pastori, immersi in un paesaggio fuori dal tempo. Altri personaggi celebri che parteciparono alle battute, come le attrici Eleonora Duse e Sarah Bernhardt furono immortalati nei reportage fotografici del conte Giuseppe Primoli.

Tornando ai resti archeologici, dopo altri 100 metri troviamo a destra un grosso torso di sepolcro a pilastro, poi a sinistra un colombario laterizio con due finestrelle rettangolari che illuminavano la camera funeraria. L’ingresso è dal lato opposto alla strada; le pareti accolgono le nicchie per le olle cinerarie, e l’interno è ingombrato dai resti della volta crollata. La parte superiore era forse un’edicola

Superata la moderna via degli Armentieri, sulla destra dell’Appia, in corrispondenza i un tratto di basolato, in cui spiccano i solchi tracciati dall’intenso traffico degli antichi carri, si conserva un grandioso mausoleo a dado, con nucleo in calcestruzzo di lava basaltica in cui sono inseriti numerosi blocchi di peperino del rivestimento originale; l’accesso alla camera funeraria sotterranea è come di consueto dalla parte opposta alla strada: nella cella rivestita di laterizio sono ricavate tre nicchie ad arco per i sarcofagi. Procedendo per un altro centinaio di metri, incontriamo a sinistra due nuclei in calcestruzzo, e sulla destra una epigrafe che ricorda un tal M. Pompeo, che aveva l’impiego di scriba nell’ufficio dei questori (è questo il significato delle lettere SCR Q).

Proseguendo sul lato destro, accanto al civico 400 si incontra un sepolcro a tumulo su basamento circolare in calcestruzzo di lava basaltica, in cui sono ammorsati blocchi di peperino, che avevano la funzione di ancorare il rivestimento, anch’esso di peperino, al nucleo interno. Recenti lavori di manutenzione hanno rivelato la presenza di blocchi a bassorilievo con raffigurazione di tralci vegetali di acanto e fiori, che, sulla base di confronti, consentono un’ipotetica datazione del monumento all’età augustea.

Subito dopo il tumulo circolare, su un’ampia distesa sulla destra della via, 50 metri prima del punto in cui cadeva l’VIII miliario, si nota un’area con tronchi di colonne in peperino, in passato attribuiti ad un Tempio di Ercole, fatto edificare dall’imperatore Domiziano all’VIII miglio dell’Appia, famoso perché questo imperatore vi aveva fatto collocare all’interno una statua colossale di Ercole scolpita a sua somiglianza. . Le indagini archeologiche, però, hanno smentito tale interpretazione, riconoscendo nelle strutture un portico costituito da un colonnato in peperino. Probabilmente esso faceva parte di una statio, una struttura d’accoglienza per coloro che percorrevano la Via Appia. La statio era costituita da un’area porticata, di forma quadrangolare, destinata a luogo di sosta dei viandanti, su cui si
aprivano una serie di ambienti, utilizzati per fini commerciali e produttivi. La doppia funzione dell’edificio appare comprovata dalla pianta e dal ritrovamento di molti frammenti di vasi per derrate alimentari. L’impianto risale ad epoca tardorepubblicana (fine del I secolo a. C.), ma l’area continuò ad essere utilizzata a lungo, come dimostra il rinvenimento di strutture di età imperiale

Proseguento, a sinistra riconosciamo una parete in opera listata, poi una successione ininterrotta di resti di muri, blocchi di peperino, fondamenta di sepolcri; tra questi spicca un sepolcro a edicola, simile alla tomba di Quinto Veridio, di cui ho parlato in un altro post. Le tracce visibili ai lati della nicchia hanno permesso di ricostruire la presenza in origine di due semicolonne, fiancheggiate a loro volta da due paraste, sorta di pilastri inglobati nelle pareti, dalle quali sporgono solo leggermente. Questi elementi architettonici sorreggevano originariamente un timpano.

La tomba è tradizionalmente identificata con quella di Persio Flacco, poeta satirico romano morto nel 62 d.C., per un tumore allo stomaco, nella villa che possedeva proprio all’VIII miglio dell’Appia Antica.

Persio, seguace della filosofia stoica, è sotto certi aspetti un poeta sperimentale nell’ambito della letturaratura latina, il che lo rende particolarmente odiato dagli studenti. Da una parte adotta, anche per esasperare il suo realismo, un sermo humilis, che però sfrutta per costuire complesse e barocche metafore. Dall’altra, costruisce periodi dal ritmo sincopato e dalle sonorità aspre, come se volesse schiaffeggiare il lettore, per risvegliarlo e renderlo consapevole dei tempi mediocri in cui vive.

Ecco un esempio del suo stile

Verba togae sequeris iunctura callidus acri,
ore teres modico, pallentis radere mores
doctus et ingenuo culpam defigere ludi

che in italiano può essere reso con

Tu ti attieni alle parole comuni,
furbo nel far cozzare le parole,
arrotondando con bella maniera la bocca
a segare gli appannati costumi,
e saggio a inchiodare la colpa con lazzo ingegnoso

Nonostante il fascino di tale attribuzione, però le date non tornano, dato che tale tipologia di sepolcro diviene di modo alla metà del II secolo d.C. un secolo dopo la morte di Persio

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