L’Acqua Tofana

Come raccontato altre volte, parlando della “Vecchia dell’Aceto”, Palermo, in età barocca, godeva della peculiare fama di essere una delle capitale mondiale della produzione e dello spaccio dei veleni. Fama che derivava anche dalle vicende, assai romanzate, della famiglia Tofano: le definisco così, perché, purtroppo, le fonti che ne parlano sono assai tarde.

Si tratta infatti di due testi ben più tardi: I misteri dell’acqua tofana di Alessandro Ademollo (1881) e L’acqua tofana di Salvatore Salomone Marino (1882). I due affermarono di avere trovato i resoconti dei processi alle donne di tale famiglia, che non erano mai stati divulgati prima: non escludo che, per vendere qualche copia in più, abbiano infiocchettato e arricchito i fatti.

La nostra storia comincia nel 1632, quando, a Palermo, ci fu un’improvvisa e inaspettata moria di mariti, che erano accomunati dall’essere vecchi, sgradevoli e ricchi in modo spropositato: preoccupati da questa peculiare epidemia, anche perché poteva toccare prima o poi ognuno anche a loro, i nobili palermitani si impegnarono in indagini degne di Sherlock Holmes, finché, grazie al principe di Butera, che si travestì da sposina infelice, desiderosa di passere quanto prima allo status di vedova, fu individuata la colpevole: Francesca Rapisardi, meglio nota come Francesca La Sarda, accusata di avere fornito a parecchie signore infelici un veleno ad azione lenta e difficilmente individuabile. Il soprannome non deriva dall’origine, ma dal pesce: probabilmente, Francesca doveva essere una donna alquanto magra.

Rinchiusa nelle carceri della Vicaria, è giudicata colpevole, da una giuria di soli uomini e condannata a morte per decapitazione… Perché la sua sentenza sia eseguita, deve fare solo pochi metri, in pratica attraversare il pianoro di piazza Marina e giungere al patibolo, più o meno davanti al vicolo delle Teste, l’attuale vicolo Palagonia all’Alloro.

Sarà giustiziata infatti lì, il 16 Febbraio del 1633. Tutta la popolazione maschile di Palermo, oltre a tirare un sospiro di sollievo, decise di assistere all’esecuzione, tanto che le autorità spagnole, costruirono dei palchi in legno, come di gradinate di stadio, per poter dare una buona visuale dell’esecuzione e cominciarono a vendere i biglietti. Secondo la tradizione, stanca di essere sbeffeggiata dal pubblico, Francesca li maledisse:

Ridete pure, che tra poco mi seguirete all’inferno

Subito dopo, l’esecuzione, per la troppa calca, il palco crollò, uccidendo molti tra gli spettatori. Nonostante la morte di Francesca, però, la moria di mariti continuava: dopo qualche mese fu scoperto un complice della avvelenatrice, tale Pietro Placido di Marco, che ne proseguiva l’attività. Di conseguenza, fu torturato, confessando che la mente diabolica che fabbricava il potente veleno era una certa Thofania d’Adamo e che Francesca “La Sarda” e lui stesso avevano solo il compito di smerciarlo.

Nonostante questo, il 21 giugno 1633 fu garrotato, in pratica strozzato con una corda, su di un palo posto su una barca e squartato in quattro parti. Il 12 luglio 1633 fu infine il turno di Thofania d’Adamo, accusata di uno sproposito di avvelenamenti, compreso quello del proprio marito: nel carcere La Vicaria fu affogata, buttata da un pendio, appesa e squartata.

La storia sarebbe finita qui, se non ci fosse stata Giulia Tofana, che a seconda delle fonti viene identificata come la figlia o la nipote di Thofania: tutte dicono che fosse bellissima, intelligente e affascinante. Giulia rilevò il business familiare e perfezionò, dopo avere sedotto uno speziale, che gli rivelò alcuni segreti della chimica del tempo, il veleno che, in suo ehm onore, fu chiamato Acqua Tofana. Ovviamente, Giulia fu più cauta di Thofana, ma nel 1640 dovette scappare in fretta e furia da Palermo a causa del tentato omicidio del ricco commerciante genovese Ippolito Larcari; un suo concorrente aveva cercato, sbagliando le dosi, di farlo fuori.

La destinazione fu Roma: non è chiaro che mestiere usasse nell’Urbe, come copertura per la sua produzione e vendita di veleni. Alcuni dicono che fosse una sensale di matrimoni, prima faceva sposare le sue amiche, poi le rendeva vedove, in cambio di una percentuale dell’eredità, altri che fosse una prostituta, tenendo conto che nella Roma dell’epoca, circa il 10% della popolazione si dedicava a tale attività.

Vi erano cataloghi pubblici con il prezzo delle loro notti, e il Tribunale curiale rilasciava le licenze dei bordelli e riscuoteva le tasse schedandole. Erano quindi delle contribuenti: dovevano versare un tributo fisso (circa 10 carlini), in cambio della tutela del governo. I soldi ricavati dalle tasse da loro pagate erano spesso spesi per opere pubbliche: per lastricare Via Ripetta o Via dei Coronari per esempio, la costruzione di ponti (Ponte Sisto) o la loro riparazione (Ponte Rotto).

Tornando a Giulia, pare avesse come amante un frate speziale, Padre Girolamo di Sant’Agnese della Basilica di San Lorenzo Damaso, che le procurava l’arsenico. Era protetta da persone di alto rango e per questo morì per cause naturali nel suo letto nel 1651 nonostante avesse ammazzato molte persone. Non ci sono prove sulle dicerie che morì in un convento o in carcere sottoposta a tortura

Destino che non toccò alla figliasta Girolama Spana: questa era rimasta rimase di genitori in Sicilia, vedova di un Carozzi di Firenze, aveva due figli maschi e vantava legami con l’aristocrazia romana. Tra le persone facoltose era conosciuta per essere indovina, “fattucchiera”. Approfittando dell’epidemia di peste, che rendeva difficile l’identificazione delle cause di morte dei mariti, Girolama mise in piedi una vera e propria industria dell’avvelenamento, assumendo addirittura delle collaboratrici: Giovanna de Grandis e Maria Spinola (Grifola), creatrici di veleno, Laura Crispolti e Graziosa Farina, venditrici.

Non è detto però che abbia fatto fuori più di seicento persone: insomma, sotto tortura è facile sparare numeri a caso. Come furono scoperte? Neppure questo è chiaro: chi parla di una confessione, chi di un trucco analogo quello che incastrò Francesca La Sarda, chi racconta che avvenne a cuasa della la contessa di Ceri, che sbagliò le dosì nell’avvelenare il marito.

In ogni caso Il 5 luglio 1659 Girolama fu condannata e giustiziata a Roma, in Campo de’ Fiori, assieme alle collaboratrici. Col tempo altre 41 donne furono strangolate nelle segrete dei palazzi o murate per ordine dell’Inquisizione.

Pochi giorni dopo si doveva impiccare anche Cecilia Bossi Verzellini, “che eccitò la figliuola ad avvelenare il marito” ma durante l’esecuzione avvenne un curioso aneddoto. I condannati a morte erano accompagnati al patibolo da un frate della confraternita di San Giovanni Decollato che era anche un Barberini principe di Palestrina. Il “principe confortatore” impietosito dai lamenti della condannata raccomandò al boia di far presto, ma questi rispose con insolenza che se il principe voleva poteva occuparsi lui dell’esecuzione ed anzi se ne andò, così avvenne che l’esecuzione fu fatta da un aiutante, ed il boia fu arrestato per ordine del governatore di Roma, frustato e poi condannato alla galera …

Ma in cosa consisteva, questo benedetto veleno, chiamato acqua tofana ? Secondo le cronache tardive, gli ingredienti erano acqua, anidride arseniosa, limatura di piombo, limatura di antimonio e succo estratto dalle bacche della belladonna. L’anidride arseniosa, fatta bollire in acqua, crea un ambiente acido e consente lo scioglimento del piombo e dell’antimonio, dando luogo ad una soluzione incolore, inodore e insapore ad altissimo tasso di tossicità.

Una volta somministrata, provoca in breve tempo vomito e in seguito febbre, facendo in modo che il quadro clinico del malcapitato venga confuso con quello di un normale disturbo intestinale; la morte sopraggiunge entro 15-20 giorni, se viene rispettato il corretto dosaggio. L’acqua tofana avvelena le persone un po’ per volta, facendo sembrare la morte apparentemente naturale (il volto del defunto appare roseo), allontanando così i sospetti di un omicidio.

Il veleno veniva commercializzato, spacciandolo come “manna di San Nicola”, ossia l’acqua trasudata dalle ossa di San Nicola, custodite nella cripta della Basilica di Bari e raccolte ogni anno la sera del 9 maggio con una cannula, che all’epoca spacciata come rimedio cosmetico per eliminare le imperfezioni del viso. Dato che Girolama era assai scrupolosa nel suo lavoro, il “prodotto” era accompagnato dalle istruzioni per l’uso, allo scopo di evitare avvelenamenti accidentali.

Intanto, la fama dell’acqua tofana cominciava a diffondersi anche all’estero: nel 1672, alla morte dell’ufficiale di cavalleria Godin de Saint-Croix, furono scoperti nei suoi incartamenti alcuni scritti che accusavano la sua amante Marie-Madeleine d’Aubray, marchesa di Brinvilliers, di aver avvelenato con l’acqua tofana il proprio padre, i due suoi fratelli e sua sorella per impadronirsi delle loro parti di eredità. La marchesa di Brinvilliers fu sottoposta a processo e giustiziata nel 1676.

L’anno successivo, inchiesta svelò che una certa Marie Bosse aveva fornito dei veleni ad alcune mogli di diversi membri del Parlamento francese, le quali volevano sbarazzarsi dei rispettivi mariti. Marie Bosse denunciò a sua volta la fattucchiera di corte ed avventuriera Catherine “La Voisin” Deshayes assieme ad altre persone, tra cui un certo Adam Lesage.

Le rivelazioni degli accusati condussero a persone di alto rango e il Re di Francia Luigi XIV fu costretto ad istituire la Camera Ardente, un tribunale speciale, volto giudicare, senza possibilità di appello, gli imputati. Furono quindi menzionati personaggi noti e di alto lignaggio, prevalentemente donne, come Antoinette de Vivonne, Claude Marie du Roure, Francesco Enrico di Montmorency-Luxembourg, Jaqqueline du Roure, Maria Anna Mancini, Olimpia Mancini e Pierre Bonnard.

Il luogotenente di polizia Gabriel Nicolas de la Reynie condusse un’indagine accurata da cui emerse che all’accusa di avvelenamento si aggiungevano altri crimini, tra i quali gli omicidi di bambini neonati, accaduti durante le messe nere celebrate da sacerdoti scomunicati, profanazioni di ostie consacrate e contraffazioni di valute.

Ma lo zelo di La Reynie celò la lotta tra Francesco Michele Le Tellier de Louvois, ministro della guerra, e Jean-Baptiste Colbert, ministro delle finanze: un’inchiesta segreta parallela disposta da Louvois per conto del Re svelò che i più illustri accusati erano parenti o amici di Colbert. La Camera Ardente pronunciò contro i personaggi 36 condanne a morte, più altre alla prigionia.

La Voisin fu condannata al rogo e giustiziata il 22 febbraio 1680 in Piazza de Grève. Dopo la sua esecuzione, sua figlia Marguerite Monvoisin chiamò in causa Françoise-Athénaïs di Montespan, la quale aveva intrattenuto rapporti con sua madre per ottenere dei preparati atti a risvegliare l’amore del Re per lei e partecipato ad alcuni esorcismi. Tuttavia la Montespan, per disposizione del Re, fu risparmiata ed i suoi accusatori rinchiusi nelle fortezze reali. La Montespan, madre di sei figli legittimati del Re, rimase a corte ma, caduta in disgrazia, fu relegata in esilio in un modesto appartamento di Versailles, ove visse per dieci anni prima di morirvi. La Camera Ardente fu sciolta nel 1682 per ordine del sovrano.

Tutte queste vicende resero l’acqua tofana il veleno per eccellenza, tanto da attribuirle morte eccellenti, come quella di Mozart o di papa Benedetto XIII e fu citata, anche a spoposito, da intellettuali e scrittori. Il primo fu il francese Jean-Baptiste Labat nel 1709; poi fu il turno di Johann Keysler, della Fellowship of Royal Society, che nel 1730 ne raccontò, con molta fantasia, la storia. Raccontò infatti di una vecchia, chiamata Tofana, che a Napoli aveva avvelenato un centinaio di persone, usando quel veleno.

L’acqua tofana fece capolino anche in diversi romanzi come le Passeggiate romane di Stendhal, Il conte di Montecristo di Dumas, Uno studio in rosso di Conan Doyle. L’ultima citazione che ricordo è ne Il Maestro e Margherita di Bulgakov, in cui, nel Capitolo 6, Giulia Tofana fa capolino nel Gran Ballo.

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