Villa Tasca

Oggi, nel mio diario palermitano, parlerò di un’esperienza molto particolare, che potrebbe costituire un modello di collaborazione tra pubblico e privato, utile per valorizzare al meglio lo splendido patrimonio culturale locale.

Si tratta di Villa Tasca, il parco che da nome all’omonimo quartiere, anche se la burocrazia palermitana preferisce utilizzae la più contorta e meno immediata definizione “Unità di primo livello”: devo confessare che, da ignaro delle vicende locale, ci ho messo un poco per comprendere il significato di tale perifrasi.

Villa Tasca sorge poco distante dalla strada che conduce verso la cittadina normanna di Monreale, in una località che conserva ancora, in parte, le caratteristiche lodate dal Marchese di Villabianca:

“la contrada è decorata di nobili ville e casene di delizie, con verzieri da per tutto, arricchiti da fonti ed acque”.

Il racconto inizia cinque secoli fa, nella metà del Cinquecento, quando Louiso di Bologna, Barone di Montefalco, decise di costruire un sontuoso palazzo in una zona ricca di sorgenti. Gli eredi che nel tempo si sono succeduti (Camastra, Silvera, Branciforte) hanno apportato diverse modifiche fino a quando, nel Settecento, la Villa di Mezzo Monreale assunse l’attuale aspetto.

I Lanza principi di Trabia e duchi di Camastra trasformarono secondo il gusto neoclassico sia le architetture sia il giardino. L’attuale Villa Tasca diventò così “una delle più belle Ville tenute anticamente dai nostri baroni” come scriveva il Marchese di Villabianca, ed era rinomata anche per le feste che qui organizzava Pietro Lanza di Branciforte, principe di Trabia.

Secondo le testimonianze dell’epoca, il giardino, che era parte di una più ampia tenuta a destinazione agricola, non lontana dal giardino della Società di Acclimazione del Consorzio Agrario delle Province Siciliane e dal solatium normanno della Cuba, era caratterizzata da un’esuberante flora esotica, alternata ad alberi ad alto fusto, di cui rimane solo un platano monumentale, altro più di 30 metri, che ha più di due secoli di via sul groppone e da un alternarsi di labirinti, montagnole, laghetti, ponti, finte rovine, statue neoclassiche e presunti reperti archeologici dell’antichità greca e romana. Di questo assetto, rimangono ancora visibili le quattro fontane circolari, le belle cancellate e il lungo viale di ingresso.

Nel 1855, Beatrice Lanza e Branciforti dei principi di Trabia e duchi di Camastra e il marito Lucio Tasca, ispirati da quanto fatto da Basile nel Giardino Inglese, decisero di ristrutturare il parco, trasformano il parterre geometrico antistante la settecentesca casina progettata da Andrea Gigante. La nuova sistemazione tende a neutralizzare la precedente simmetria articolando liberamente le aiuole di fiori e le sponde di una vasca e lavorando sui bordi con gruppi di alberi.

Rispetto ai modelli originali in terra britannica, il clima mite e soleggiato di Palermo offriva l’ambiente ideale per lo sviluppo e la sopravvivenza delle piante tropicali che diventarono protagoniste assolute del Parco: nel giardini di Villa Tasca crebbero rigogliosi alcuni dei più grandi esemplari cittadini di Cycas revoluta, un pino di Norfolk mozzafiato, e un buon numero di specie diverse di palme.

Le cose cambiarono ulteriormente con la straordinaria figura di Giuseppe Tasca Lanza, grande chimico e sindaco della Palermo liberty nel 1901, dal 1902 al 1903 e dal 1906 al 1907, che modernizzò la città, senza tradirne le radici. Giuseppe, da una parte era un grande imprenditore, trasformò la tenuta di Villa Tasca in una tra le più avanzate tecnologicamente di tutta la Conca d’oro intorno a Palermo e dal 1892 gestì l’ex feudo Regaleali, 1200 ettari nelle campagne al confine tra le province di Palermo e Caltanissetta, con l’azienda vinicola Tasca d’Almerita, fondata dal padre, dall’altra era un’idealista.

Seguace di Marx e di Rosseau, cosa molto strana, per uno degli uomini più ricchi della Sicilia, sosteneva la riforma dei costumi, l’avvento di una società egualitaria e l’abolizione della proprietà privata: a differenza di parecchi radical chic odierni, Giuseppe era un uomo di fatti, oltre che di parole. Appoggiò finanziariamente il movimento operaio dei fasci siciliani, cosa che lo portò ai ferri corti con Crispi e nelle sue tenute, introdusse una serie di rifolerme per migliorare la vita dei coloni.

Nel 1870 Giuseppe decise di trasformare il giardino di Villa Tasca in una sorta di manifesto ideologico: nel far questo, ingaggiò l’architetto borghese per eccellenza, Francesco Paolo Palazzotto, il progettista dell’Ospizio Marino, che continuo a considerare tra i più belli ospedali d’Italia, con i suoi padiglioni, a forma di chalet, posti sulla riva del mare, decorati da disegni geometrici a vivaci colori e disposti attorno ad un piazzale centrale.

Il giardini di Villa Tasca, detto fra noi, è una delle rare testimonianze delle architetture private di Palazzotto, dato che la maggior parte dei suoi edifici fu distrutto durante il sacco di Palermo. Nella ristrutturazione del giardino, furono così realizzato il Laghetto dei cigni, la “stufa botanica“, una serra di orchidee e fiori esotici, la Grotta rustica con stalattiti della Madonie,sormontata da un tempietto dorico dedicato a Cerere, un piccolo ruscello e yucca e infine, la Collinetta, con qualche percorso impervio che conduce ad un gazebo in ghisa con pagoda, che funge da belvedere su tutto il parco.

Intanto, nel 1881, giungeva a Palermo un vip dell’epoca, Richard Wagner, accompagnato da nove persone al seguito, ossia cinque figli, la moglie Cosima, due domestici e un istitutore. Il viaggio era motivato sia dalla lettura dei diari di viaggio italiani di Goethe, sia dai suoi reumatismi, che, a detta del medico curante, il clima dell’Isola poteva efficacemente combattere, il che, posso testimoniare, per esperienza diretta come sia vero.

Wagner inizialmente si stabilì nel Grand Hotel et des Palmes lo storico e lussioso albergo, situato nella centrale Via Roma al numero 398. Il tedesco, per il suo pessimo carattere, ebbe a discutere con i Whitaker, proprietari dell’albergo e con il vicino di suite, Francesco Crispi, e qui debbo dare ragione a Wagner, data la pessima abitudine del politico di improvvisare rumorosi comizi in piena notte.

Invece di mandare tutti al diavolo e di tornarsene in Germania, però, Wagner, che nel frattempo si era palermizzato assai, tanto da passare più tempo a fare il turista, a mangiare cannoli e fare spesa nei mercati, che a comporre musica, decise di trovarsi una nuova dimora, anche approfittando del fatto che la locale aristocrazia, per motivi di prestigio se lo stava letteralmente litigando. Dopo un paio di tentativi, Wagner prese armi e bagagli e si trasferì a villa Tasca, dove tenne concerti e finalmente riuscì a completare il suo Parsifal. In quel periodo, la villa ospita un altro grande nome: Renoir.

Il pittore, quel periodo era in vacanza anche lui a Palermo: appassionato di musica, dopo due tentativi andati a vuoto, Renoir viene finalmente presentato a Wagner. Siamo a conoscenza dei particolari di quest’incontro grazie ad una lettera che Renoir, il 15 gennaio 1882, scrive ad uno dei suoi amici. Wagner si rivela molto affabile. Complice qualche bicchierino di troppo, i due uomini parlano a pezzi e bocconi per più di tre quarti d’ora prima che il musicista chieda al pittore una breve seduta di posa da effettuarsi il giorno seguente. Ecco come Renoir ha descritto, nella lettera alla quale poc’anzi si faceva riferimento, questo secondo incontro con il grande compositore tedesco

Wagner è stato molto allegro, ma nervosissimo e rimpiangevo di non essere Ingres. Per farla breve, ho sfruttato bene il mio tempo, credo 35 minuti, non sono molti, ma se mi fossi fermato prima, il ritratto veniva bellissimo perché il mio modello alla fine perdeva un po’ di allegria e diventava rigido. Ho seguito troppo i cambiamenti …. Alla fine Wagner ha chiesto di vedere ed ha detto: “Ah! Ah! Assomiglio ad un pastore protestante”, il che è vero. Insomma ero molto felice di non avere fatto troppo fiasco: esiste un piccolo ricordo di quella testa stupenda

Altro effetto collaterale, del soggiorno a vila Tasca, oltre al Parsifal e al ritratto, fu anche il genero palermitano: Wagner riuscì ad appioppare la figliasta Blandine al giovane giovane conte Gravina, cadetto dei principi di Rammacca…

Da qualche mese, i conti Tasca d’Almerita hanno deciso di aprire il parco al pubblico: pagando un biglietto annuale, dal costo assai limitato, 10 euro, si ha diritto di accesso nei giorni e negli orari di apertura e di usufruire dei servizi e degli eventi presenti.

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