L’assedio di Akragas del 406 a.C.

Annibale Magone organizzò la spedizione punitiva con estrema meticolosità: arruolò un esercito di circa 60.000 comprendente volontari cartaginesi, mercenari numidi, iberici e delle Baleari e reduci della spedizione ateniese contro Siracusa.

Nicia e i suoi collaboratori, a differenza di tanti espertoni da facebook, era abbastanza consapevole del limiti della falange oplitica: per ampliarne l’efficacia e la flessibilità tattica, aveva arruolato numerosi mercenari sanniti, i quali, vista la mala parata, si erano dati alla macchia, e tiravano avanti, dedicandosi al brigantaggio. Lo stesso facevano diversi opliti ateniesi: a differenza di quanto racconta Tucidide, per calcare i toni drammatici della narrazione, una buona parte dell’esercito di Nicia riuscì a salvarsi. Solo che, per problemi logistici e per non essere usati come capri espiatori da parte dell’assemblea cittadina, preferirono rimanere in Sicilia.

Se gli italici si accodarono a Magone per la paga e la possibilità di bottino, gli sbandati ateniesi probabilmente lo fecero per voglia di riscatto e pura e semplice vendetta. Oltre ad arruolare truppe, Annibale Magone si occupò della logistica, varando un’imponente flotta: per massimizzare l’effetto sorpresa, invece di organizzare un unico convoglio, che sarebbe saltato agli occhi dei siracusani, trasferì le truppe e le salmerie in piccoli gruppi, diretti a Mozia e a Zyz, la nostra Palermo.

Tutto questo traffico nel Canale di Sicilia, però, non passò inosservato a Siracusa: anche se nessuno sospettava una campagna in grande stile, nella città si ipotizzava più una serie di raid dedicati al saccheggio, come strumenti di pressione politica convincere i greci ad abbandonare Selinunte e rispettare il precedente accordo, i greci, per dissuadere i cartaginesi al voler riprendere la guerra, decisero di intervenire, imponendo un blocco navale all’Epicrazia. Così, per violarlo, Annibale Magone dovette agire in grande stile, come racconta Diodoro Siculo.

Mandarono in Sicilia quaranta triremi, alle quali non tardarono i Siracusani di farsi incontro verso Erice con altrettante navi; e venutosi a giornata, dopo aspra battaglia quindici navi africane perirono, e le altre col favor della notte sopraggiunta salvaronsi fuggendo. La qual rotta annunziata a Cartagine, Annibale, comandante supremo , navigò tosto con cinquanta navi, prendendo pronte misure onde e il nemico non potesse trar fruito dalla vittoria, ed egli assicurar potesse il tragitto de’ suoi.

Visti i precedenti di Imera e di Selinunte, il panico si diffuse tra i greci di Sicilia, i quali cominciarono a chiedere aiuti a destra e manca: mandarono così ambasciate a Rhegion e alle altre colonie della Magna Grecia e a Sparta. Entrambe fallirono: i greci d’Italia, che erano stati alleati di Atene, poco si fidavano di Siracusa e avevano ottimi rapporti diplomatici e commerciali con Cartagine, risposero picche. Gli Spartani, sia per gli strascichi delle vicende di Ermocrate, sia perché erano impegnati in un escalation contro Atene, avevano appena perso nella battaglia degli Arginuse, si limitarono a mandare buoni consigli, dicendo di ingaggiare la guarnigione che avevano lasciato in Sicilia, e un in bocca al lupo.

Nel frattempo, Annibale Magone completò il suo sbarco a Mozia nel 406 e in tempi assai rapidi, marciò su Akragas, i cui abitanti però, furono assai più reattivi di quanto il generale cartaginese potesse sospettare. Evacuarono tutto il contado, radunando nella città tutta la popolazione; poi applicarono la strategia della terra bruciata. Come narra Diodoro Siculo

presero l’ espediente innanzi a tutto di trasportare dalle campagne in città, frumento ed altri frutti della terra, e quanto v’era di meglio in dovizie d’ogni maniera; poiché a quel tempo e il contado e la città erano ricchissimi d’ogni cosa

distruggendo ciò che non potevano trasportare. Annibale Magone, che contava sulla sorpresa, a malincuore iniziò i preparativi per l’assedio: fece costruire due campi fortificati, protetti da una fossa e da una palizzata, uno a ovest della città, sulla riva destra del fiume Belice, l’altro sulla sponda sinistra, sulla strada per Gela. Poi tentò un approccio diplomatico: da una parte, Annibale Magone era consapevole che ogni soldato perso ad Akragas non avrebbe combattuto a Siracusa, dall’altra, la città era uno dei principali hub del commercio cartaginese. La sua distruzione avrebbe provocato parecchi problemi economici alle élite puniche.

Per cui, il generale fece due proposte: Akragas o sarebbe divenuto alleato di Cartagine, spartendosi le spoglie di Siracusa, oppure sarebbe rimasta neutrale nella guerra imminente. Però, gli Agrigentini, memori di quanto accaduto a Selinunte, risposero picche a entrambe le proposte. L’intera popolazione maschile di Akragas fu armata e posta sulle mura, i mercenari si radunarono presso il colle di Atena e altre truppe furono poste come riserva per tamponare ogni eventuale breccia da parte dei Cartaginesi. Dopo essersi schierati, i Greci attesero l’assalto.

In più, presero due iniziative che, almeno all’inizio complicarono la vita all’esercito punico: a differenza dei siracusani, che non si fidavano, ingaggiarono il contingente spartano di 1500 opliti che era di stanza a Gela, guidato da Dessippo, che era poco più di un avventuriero, dall’altra corruppero un contingente di 1300 mercenari sanniti dell’esercito assediante, che presi armi e bagagli, passarono dalla parte dei difensori.

Annibale Magone era incerto sul da farsi: la posizione di Akragas sconsigliava un assalto diretto, ma un lungo assedio, oltre a mettere in crisi la logistica cartaginese, avrebbe dato tempo ai siracusani di prepararsi meglio alla difesa.

Per cui, tentò il primo approccio, utilizzando due torri d’assedio sul lato ovest della città. Ordinò di infliggere il maggior numero di perdite possibili ai difensori ma dopo un giorno intero di lotte, i Cartaginesi non riuscirono a penetrare. Di notte, i difensori fecero una sortita e incendiarono le torri.

Visto il fallimento di quest’azione, Annibale Magone si rassegnò a intraprendere un assedio, ordinando di abbattere le tombe che si trovavano fuori le mura e di utilizzare il materiale di demolizione per costruire dei rialzamenti di terra in grado di pareggiare l’altezza delle mura. Per le condizioni igieniche dell’epoca, però scoppiò un’epidemia che decimò gli assedianti, portando alla morte lo stesso generale, cosa che Diodori Siculo racconta con toni alquanto pulp

Ma Annibale volendo attaccare la città anche da altre parti, ordinò a’ soldati di demolire i sepolcri, e di fare alzate di terra a modo, che giungessero al pari delle mura. Il che, per la grande moltitudine d’uomini che avea, fu prestissimo fatto. Se non che l’esercito venne fortemente preso da religioso rimorso: imperciocché sotto a’ suoi occhi accadde, che un colpo di saetta spezzò il monumento di Terone, opera di mole e di struttura magnifica, i cui rottami essendosi incominciati a levar via, il lavoro fu sospeso da alcuni indovini ch’eran presenti. Ed immantinente ecco la pestilenza entrare nel campo, e molti morirono sull’istante, e molti ancora furono presi da dolori, e da morbi atroci; fra quali lo stesso Annibale, che uscì di vita.

Il suo braccio destro e nipote Imilcone, prese così il comando e per prima cosa, dovette rincuorare i suoi

considerando tutto il volgo spaventato pel terror degli Dei, primieramente cessò dal metter mano a’ sepolcri; indi facendo fare processioni ed orazioni agli Dei, secondo il rito del suo paese sacrificò a Saturno un ragazzo, e moltissime vittime consacrate a Nettuno cacciò in mare

Poi, continuò la costruzione di rampe d’assedio utilizzando i materiali già raccolti, arginò il fiume Belice, nel corso del quale ha fatto agire come un fossato per Akragas, per ottenere un migliore accesso alla città. Visto che i cartaginesi non mollavano, a Siracusa si decise di organizzare una spedizione di soccorso per rompere l’assedio, guidata da Dafneo, forte di 30000 opliti e 5000 cavalieri, accompagnato da trenta triremi.

Imilcone, per non farsi accerchiare, prese con sé i mercenari nel campo orientale per intercettare la spedizione, mentre il grosso dell’esercito rimase nel campo occidentale, mantenendo Akragas sotto assedio. Una battaglia si svolse da qualche parte sulla sponda destra del fiume Imera. L’esercito punico in un primo momento riuscì a creare difficoltà ai Greci di stanza a sinistra della linea di battaglia greca, ma l’ala destra siracusana disperse le loro controparti puniche prima che i Cartaginesi guadagnassero alcun vantaggio decisivo. I Greci infine riuscirono a sconfiggere i Cartaginesi in una feroce battaglia. L’esercito punico fuggì dal campo lasciando quasi 6000 morti dietro di sé. Dafneo scelse di raggruppare i suoi soldati prima di inseguirlo.

Alla notizia, i cittadini di Akragas, chiesero ai loro generali di eseguire una sortita, per sconfiggere definitivamente gli assedianti: ma questi, su consiglio di Dessippo, rifiutarono, temendo qualche trucco da parte Cartaginese. La stessa paura l’ebbero i siracusani, che si limitarono a occupare il campo orientale degli assedianti.

Questa cautela nasceva da quanto accaduto nel 409 a Imera: in una situazione analoga, le truppe siracusane, che stavano inseguendo i punici in presunta fuga, furono presi alle spalle da un contigente nemico, rischiando la disfatta. Nonostante il successo, vuoi o non vuoi l’assedio di Akragas era stato spezzato, il giorno dopo, tra i greci cominciarono accuse, polemiche e recriminazioni.

Si cominciò a diffondere la voce fra i Greci che i generali agrigentini si fossero rifiutati di attaccare l’esercito cartaginese in rotta perché corrotti da Imilcone. Fu riunito un concilio improvvisato in cui i Greci di Camarina accusarono apertamente i cinque generali agrigentini di tradimento; quattro di questi furono quindi lapidati ed il quinto, Argeo, si salvò solo per la giovane età e nuovi generali vennero eletti al loro posto. Dafneo, ora a capo dell’intera armata greca, ispezionato l’accampamento cartaginese principale, bocciò l’idea di un attacco diretto, sia perchè fortificato, sia perché il numero delle truppe puniche era superiore a quello dei greci.

Per cui, decise di applicare a parti inverse la strategia dell’assedio, nella speranza che la fame compisse il suo sporco lavoro. Così l’armata greca tormentò invece i Cartaginesi per tutta l’estate con attacchi di cavalleria e truppe leggere, impiegandoli in continue schermaglie e tagliando le loro linee di rifornimento, mentre la città di Agrigento era rifornita da convogli navali inviati da Siracusa. I Cartaginesi dovettero ben presto affrontare il problema della carenza di viveri e le truppe mercenarie divenivano ogni giorno più irrequiete. Con l’arrivo dell’inverno la situazione si fece ancora più critica per Imilcone, il quale, però, mantenne il suo sangue freddo.

Per prima cosa, bloccò la minaccia dell’ammutinamento dei mercenari sanniti, pagando loro gli arretrati. Per rimediare il denaro sufficiente, sequestrò tutte le ricchezze dei cittadini cartaginesi al seguito del’esercito. Poi, grazie a una spia, seppe che un convoglio di derrate alimentari era in arrivo da Siracusa; per cui chiese supporto alla flotta di Mozia, per cercare di intercettarlo. Quaranta navi accorsero e colsero di sorpresa la flotta siracusana, forse indotta in errore dalla troppa fiducia del controllo del mare. Otto trireme greche furono affondate e le navi superstiti condotte a riva furono catturate con tutto il loro carico. Questa azione ribaltò la situazione a favore di Imilcone, ora che erano i Greci a dovere affrontare la minaccia della fame

Appena la notizia della cattura delle navi rifornimento raggiunse Akragas, dove la popolazione non aveva potuto coltivare i campi durante l’estate a causa dell’assedio, si diffuse il panico tra difensori. Poi, con quindici talenti d’argento, Imilcone corruppe i mercenari sanniti, che all’inizio dell’assedio erano passati dalla parte dei greci, che tornarono così al suo servizio. La stessa cifra fu passata sottobanco allo spartano Dessippo

perciocché fu sollecito a rappresentare ai prefetti degli Itali come bisognava portar la guerra in altro luogo, poiché ivi mancava la vettovaglia; e sotto questo pretesto, que’ capi, come se fosse già finito il tempo del loro impegno, condussero le loro squadre allo Stretto

Nonostante questi intrighi, Akragas resisteva, ma il problema della carenza delle riserve alimentari rimaneva invariato. Così fu deciso, a metà dicembre, di evacuare la città. Tutti i soldati e 40.000 civili presero armi e bagagli e si trasferirono a Gela.

Or come tanta moltitudine d’uomini, di donne, di fanciulli, si disponeva a tal’opera, difficile è dire i pianti e la disperazione, che empivano ogni casa, tanto pel terrore che i vicini nemici inspiravano, quanto pel dolor di lasciare alla depredazione de’ Barbari quelle sostanze, per le quali ognuno dianzi si credeva beatissimo. Ma poiché la cattiva fortuna voleva che si perdesse tanta copia di beni, prudente partito parea il salvare almeno la vita. Se non che vedeasi pure che lasciavansi non tanto le beate ricchezze di sì magnifica città, quanto ancora una gran turba di persone, poiché essendo ognuno inteso alla salute sua propria, gli ammalati eran da’ loro stessi domestici negletti, e i vecchi abbandonati. Molti poi furono, che anteponendo la morte all’andar fuori della patria, di propria mano si uccisero, onde almeno spirare nelle loro case paterne. Però soldati ben armati condussero a Gela la profuga moltitudine. Ogni via così, ed ogni campagna, che guidava verso Gela, riboccava confusamente di un immensa turba di donne e di ragazzi: fra quali le verginelle, quantunque cambiassero le consuete delizie della vita colle fatiche e cogli stenti gravissimi di sì aspro viaggio, pur sostenevano pazientemente ogni affanno, togliendosi al maggiore, che loro recava la paura. Questa tanta quantità di profughi giunse salva a Gela; e poscia per benefizio de’ Siracusani ebbe ad abitazione la città de’ Leontini

Trovando la città indifesa, Imilcone non ebbe difficoltà a catturare e saccheggiare la città semideserta, giustiziando i residenti rimasti

Amilcare intanto, introdotte non senza timore in città le truppe, di quanti ne trovò ivi lasciati, quasi tutti ne fece uccidere; e quelli ancora restarono crudelmente trucidati, che s’ erano rifugiati ne’ templi, da’ cui altari venivano strappati senza misericordia. Lo stesso fine nella ruina della sua patria dicesi che avesse anche quel Gallia, che tutti i suoi concittadini tanto superava nella magnificenza dell’opulento suo stato, e nella integrità della vita: imperciocché avea creduto di potere salvare sè stesso e i suoi amici, col rifugiarsi nel tempio di Minerva, sperando egli che i Cartaginesi sarebbonsi astenuti dal profanare con crudel macello il luogo sacro agli Dei. Ma poiché vide la crudele loro empietà, attaccò fuoco al tempio, e si abbruciò insieme con tutti i sacri tesori degli Dei, con questo solo fatto pensando d’impedire tre mali; l’empietà de’ nemici verso gli Dei, la rapina delle grandi ricchezze ivi accumulate, e quello, che per lui era massimo, la contumelia, a cui altrimente sarebbe stato esposto il suo corpo. Amilcare, fatto diligentemente cercare per tutti i luoghi sacri e profani, e spogliati di tutto, tanta preda ne colse, quanta è facil cosa presumere che ne somministrasse una città abitata da dugento quaranta anni, non mai stata saccheggiata, e che allora passava per opulentissima infra tutte le città greche, spezialmente considerato che i suoi cittadini in singolare maniera amanti della eleganza, dilettavansi d’ogni genere di cose magnifiche. Perciò il vincitore ivi allora trovò moltissime pitture lavorate con sommo artifizio, ed un numero infinito di statue d’ogni specie con particolare ingegno fabbricate. Egli mandò a Cartagine le cose preziosissime, tra le quali era anche il toro di Falaride; e il rimanente fece vendere all’asta. Timeo nella sua storia nega con grande impegno, che mai quel toro abbia sussistito: ma egli viene smentito dall’evento stesso della fortuna: imperciocché Scipione africano quasi dugentosessant’anni dopo questo eccidio di Agrigento, distrutta Cartagine, tra le altre cose che fino a quel tempo eransi conservate, restituì agli Agrigentini anche quel toro famoso, il quale mentre pure componevasi questa storia, rimaneva in Agrigento.

Essendo dicembre, Imilcone, nonostante il successo, decise di interrompere la campagna e svernare ad Akragas. Nel frattempo, i profughi di Agrigento, appena giunti a Siracusa, accusarono Dafneo e gli altri generali di tradimento; questi tumulti furono la causa che provocò dopo poco l’elezione di Dionisio I di Siracusa a tiranno della città.

2 pensieri su “L’assedio di Akragas del 406 a.C.

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