Lo scandalo delle Erme

I preparativi per la spedizione siciliana procedevano di gran lena, quando ad Atene scoppiò uno dei gravi scandali politico religiosi dell’epoca, la mutilazione delle Erme, che ricordiamolo, erano delle delle piccole colonne di sezione quadrangolare, di altezza variabile tra 1 e 1,5 m, sormontati da una testa scolpita a tutto tondo, che, nell’antica Grecia raffiguravano Ermes ed erano collocate lungo le strade, ai crocevia, ai confini delle proprietà e dinanzi alle porte delle case, per scacciare il malocchio.

Ecco come racconta la vicenda Tucidide.

Quand’ecco le Erme marmoree erette in città dagli Ateniesi (sono parecchi, secondo la tradizione locale, questi blocchi quadrangolari, nei vestiboli delle abitazioni o nei recinti sacri) ebbero in maggioranza il volto mutilato, in una stessa notte. Sui responsabili il mistero: ma si dava loro la caccia, con ricche taglie promesse dallo stato per la loro cattura. E non bastò: si decise che chiunque fosse disposto, dei cittadini o dei forestieri, perfino dei servi, denunciasse senza paura qualunque diverso atto sacrilego che gli fosse noto. L’opinione pubblica ne fu seriamente scossa: vi si riconosceva un segno infausto per la partenza, collegato forse a torbide trame per sovvertire lo stato e la democrazia.

Cornelio Nepote ci fa sapere come di tutte le erme se ne era salvata una sola

che era davanti alla porta di Andocide. E così quel Mercurio fu detto di Andocide.

Caccia all’uomo, che a un certo punto, degenerò nella paranoia: qualcuno si ricordò come in passato, la comitiva di Alcibiade, avesse organizzato una beffa, in cui modificava il colore di alcune statue di illustri ateniesi. In più, in una festa in cui si era alzato parecchio il gomito, sempre la suddetta comitiva, intrisa di pensiero sofistico e abbastanza scettica sui riti arcaici su cui si basava la religiosità popolare, aveva preso in giro i Misteri Eleusini, le antiche e segrete cerimonie dedicate a Demetra. Così racconta il tutto Tucidide

Finché, ad opera di certi meteci e di alcuni servi, approda all’autorità una denuncia, che pur non avendo nulla da spartire con lo scandalo delle Erme, riguarda certe altre statue sfregiate tempo prima da un gruppetto di giovani ubriachi e in vena di stranezze: in certi ambienti inoltre ci si diverte a scimmiottare i misteri

Ai leader dell’ala sinistra del partito democratico, Androcle e Tessalo, brillarono gli occhi: era forse l’occasione buona per liberarsi dell’ambizioso Alcibiade. Così, il sacrilegio era parte di un misterioso complotto del pupillo di Pericle, pronto a organizzare un colpo di stato e proclamarsi tiranno di Atene. Secondo secondo Tucidide

le accuse non risparmiavano Alcibiade: e furono lesti a raccoglierle quelli cui la personalità di Alcibiade incuteva più geloso fastidio, intralciando la scalata ai seggi più alti e solidi del governo democratico; e pieni di speranza, se lo liquidavano, di ascendere ai vertici della società ateniese, facevano un chiasso eccessivo di quest’affare, tempestando in pubblico che le parodie dei misteri e la mutilazione delle Erme rientravano nel piano criminale di sconvolgere la compagine democratica e che nell’una e nell’altra empietà spiccava evidente lo stile di Alcibiade. Ne adducevano a prova il suo modo personalissimo di vita che calpestava la tradizione: un autentico schiaffo alla democrazia.

Alcibiade, dinanzi a queste accuse, non si perse d’animo, dicendosi disposto a farsi processare seduta stante: ma Androcle e Tessalo erano abbastanza consapevoli, che con le sue abilità oratorie, Alcibiade se la sarebbe cavata senza problemi, per cui complottarono per farlo condannare in contumacia

Alcibiade rintuzzò direttamente l’attacco, aggiungendo ch’era disposto, prima dell’imbarco ad affrontare un processo, perché si facesse piena luce sulle sue responsabilità nei delitti di cui lo si imputava (ormai erano stati aggiunti anche gli ultimi ritocchi alle forze in partenza) e, se risultava colpevole di qualche mancanza, avrebbe pagato; se andava assolto, il comando sarebbe rimasto suo. Li pregava di non dar credito alle menzogne fatte circolare durante la sua assenza, e di fargli giustizia sommaria piuttosto, se era colpevole, e insisteva ch’era assurdo sotto l’incubo di quell’accusa, prima che in tribunale si emettesse un verdetto risolutore, affidargli il comando di una armata così ingente. Ma i suoi avversari, sospettando che le simpatie dell’esercito si orientassero su di lui, se si celebrava un processo immediato, e che il popolo si lasciasse sedurre alla clemenza, riconoscente per il merito d’aver convinto personalmente Argo e qualche reparto di Mantinea a seguire la spedizione, si preoccupavano con ogni zelo di far cadere quella supplica d’Alcibiade.

Sobillarono così più di un oratore, il quale si fece avanti a proclamare che Alcibiade doveva imbarcarsi subito, senza bloccare la partenza dell’armata mentre al suo ritorno si sarebbero stabiliti i giorni per il processo. L’intento era di gonfiare le calunnie accumulando con più comodo, nel periodo in cui era assente, indizi e prove, e riconvocandolo quindi in patria per risponderne. Così si decretò che Alcibiade salpasse.

Al contempo, si cominciarono a costruire della fake news. Secondo quanto racconta Diodoro Siculo

Presentatosi alla Bulé uno dei privati cittadini dichiarò di aver visto, verso la mezzanotte durante il novilunio, alcuni che entravano in casa di un meteco, e fra questi anche Alcibiade. Interrogato però dalla Bulé in che modo avesse riconosciuto i volti dal momento che era notte, disse di averli scorti alla luce della luna. Costui quindi, avendo smentito se stesso, non venne creduto avendo dichiarato il falso, e fra gli altri nessuno poté trovare neppure una traccia del misfatto.

Insomma, c’erano tante calunnie e niente prove concrete. Né la partenza della spedizione sicialiana aveva calmato le acque. Tornando a Tucidide.

Infatti ad Atene la partenza della spedizione non aveva frenato l’indagine in corso sui responsabili delle empie parodie misteriche e delle Erme mutilate: non si stava ad analizzare la credibilità delle delazioni, via via che affluivano, e in quel clima di sospetto ogni denuncia era bene accetta. Bastava la parola di un miserabile e cittadini d’onesta specchiata subivano l’umiliazione dell’arresto e delle catene. Vigeva la regola, stimata opportuna di scandagliare a fondo le responsabilità per stabilire eventuali colpevolezze, piuttosto che lasciarsi suggestionare dall’affidabilità dubbia di un delatore abietto e consentire a qualcuno,su cui si puntava quel dito accusatore, di scivolare, in virtù di
una reputazione immacolata, tra le maglie di un’inchiesta non sufficientemente rigorosa.

In questo manicomio collettivo, qualcuno si ricordò di Andocide, il tizio la cui erma si era salvata dallo sfregio: con un logico abbastanza forzato, si trovò lui ad essere accusato del sacrilegio e fungere da capo espiatorio. I principali indizi di colpevolezza, agli occhi dell’ateniese medio, erano il suo essere ricco, membro di una delle più nobili famiglie d’Atene ed esponente di punta del partito oligarchico. In un battito di ciglia, l’ateniese medio passò dal sospetto della congiura di Alcibiade, per instaurare la tirannide, al presunto complotto oligarchico, per attirare la maledizione degli dei sulla città, sovvertire la democrazia, e instaurare un regime filospartani.

Così Andocide fu malmenato, sbattuto al gabbio e messo a pane e acqua. Così racconta la sua vicenda Tucidide.

Ogni particolare sembrava un tassello nel quadro di un’organizzazione sovversiva manovrata da ambienti oligarchici e votati a un rilancio della tirannide. Per questa tensione politica raddoppiava l’esasperazione pubblica, e più di un alto personaggio aveva conosciuto il carcere: ora, poiché nessun indizio si poteva notare di una schiarita e anzi, giorno dopo giorno, s’aggravava la spirale dell’intolleranza, né accennava a rompersi la serie d’arresti, uno dei detenuti, proprio quello la cui colpevolezza pareva trasparire da tracce più evidenti, si lasciò indurre da un compagno di cella ad emettere un comunicato, si ignora se veritiero o falso.

Congetture valide entrambe: poiché la verità sugli esecutori del crimine non la poté rivelare nessuno, né allora, né mai. Quel prigioniero convinse il compagno argomentando: fosse pure innocente, in un sol colpo doveva tirar fuori, garantendosi l’impunità, se stesso, e dissolvere la cappa di diffidenza che opprimeva la città. Per lui era più sicuro confessare e ottenere l’impunità che negare e affrontare un incerto processo. Sicché quel tale depose contro se stesso e contro altri, per l’attentato alle Erme.

In Atene si fece festa tra il popolo per le responsabilità finalmente appurate, così si credeva, in quello scandalo, mentre prima si stimava insopportabile e minacciosa l’impotenza di scovare una pista per quell’aperta provocazione agli istituti democratici. Il delatore, e in sua compagnia quanti la sua deposizione aveva risparmiato, riottenne all’istante la libertà. Quelli compromessi dalla denuncia, invece, sottoposti a processo, furono giustiziati in parte – chi era già in mano alle autorità – ma altri, che erano riusciti ad eclissarsi, ebbero la sentenza di morte e una taglia in denaro sulla vita. Così, in questa circostanza, restava in ombra se le vittime avessero pagato ingiustamente: ma senza dubbio il resto della cittadinanza ne trasse, in quel frangente, un concreto sollievo.

Nonostante la sua delazione, Andocide non se la cavò bene: tradire i compagni di eteria era considerato dagli aristocratici il più vergognoso dei crimini. Venne comunque costretto all’esilio a Cipro dopo l’emanazione di un decreto che lo privava dei diritti politici, dove si dedicò con profitto al commercio. Ora, in tutto ciò, Alcibiade sembrava essersela cavata senza un graffio: ma questo non andava giù ad Androcle e Tessalo, che intrapresero un vero linciaggio morale nei confronti del politico. Tornando a Tucidide

Quando poi si credette d’aver scoperto, sullo sfregio delle Erme, la verità autentica, tanto più si rafforzò in Atene la convinzione che a proposito alle parodie misteriche in cui Alcibiade era più direttamente coinvolto, tornasse valida la ipotesi che il suo supposto gesto scaturisse da un identico movente e si proponesse insomma, con un complotto, di rovesciare la democrazia. Si era aggiunta una nuova circostanza, proprio all’epoca in cui la città era in fermento per i motivi esposti: un contingente spartano per il vero limitato, s’era spinto alle frontiere dell’Istmo, per combinare qualche iniziativa con i Beoti. Dunque, si riteneva che quel movimento si dovesse attribuire non all’intesa beota, ma a qualche traffico illecito di Alcibiade: anzi, per buona sorte erano giunti in tempo ad arrestare i responsabili sulla base di quella denuncia altrimenti si mormorava che la città era bell’e tradita al nemico.

Ad ogni modo, per una notte gli Ateniesi bivaccarono armati nel santuario di Teseo, dentro la cinta. Allo stesso tempo, anche alcuni residenti in Argo legati ad Alcibiade da vincoli d’ospitalità, furono sospettati di attentare alla sicurezza dello stato democratico. L’episodio suggerì ad Atene di consegnare subito al governo popolare di Argo per la condanna capitale, gli ostaggi argivi al confino nelle isole. Il cerchio della diffidenza si saldava intorno ad Alcibiade.

Così, come racconta Cornelio Nepote

lo accusarono in contumacia di aver profanato i misteri. Essendogli stato per questo inviato dal magistrato un messaggero in Sicilia, perché tornasse in patria a difendersi, ed avendo una grande speranza di gestire bene l’incarico, non volle disubbidire e si imbarcò sulla trireme che era stata mandata per riportarlo. Trasportato da questa a Turi, in Italia, considerando tra sé molte cose sull’intemperanza smodata e la crudeltà dei suoi concittadini verso i nobili, ritenendo l’evitare l’imminente circostanza la cosa più utile, si sottrasse di nascosto ai suoi guardiani e da lì giunse dapprima in Elide e poi a Tebe.

Dopo che però seppe di essere stato condannato a morte, i beni confiscati, e, cosa che era accaduta, i sacerdoti Eumolpidi erano stati costretti dal popolo a maledirlo e una copia di quella maledizione, perché il ricordo fosse più duraturo, era stata incisa su una colonna di pietra esposta in pubblico, si recò a Sparta

Ma insomma, chi fu il colpevole del sacrilegio, considerando campate in aria sia l’ipotesi della congiura oligarchica, sia qella del tentato colpo di stato di Alcibiade? Dopo secoli, non abbiamo per nulla le idee chiare.

Potrebbe essere un intrigo di Nicia, per togliersi dalle scatole Alcibiade, creando ad arte uno scandalo, e alleandosi con gli estremiti democratici. Oppure, era un attacco proprio a Nicia, dato che era risaputo a tutti della sua superstizione e della sua fissazione sugli oracoli. O un atto di sfregio e di guerra psicologica di qualche infiltrato siciliota, oppure una delle tante proteste contro quella che veniva considerata una spedizione inutile e dannosa per gli interessi della polis…

Ma di certo è un memento su come la paura irrazionale e la paranoia siano gli strumenti con cui la democrazia uccide se stessa..

4 pensieri su “Lo scandalo delle Erme

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