Il genio di Jan Zizka

Affrontando le vicende hussite, salta subito all’occhio come un esercito improvvisato sia riuscito, più volte, a infliggere pesanti sconfitte a una delle più addestrate cavallerie pesanti d’Europa. Il fanatismo ideologico e religioso degli hussiti, per citare i tempi dell’Università, è stato una condizione necessaria, ma non sufficiente, per ottenere questi successi. La vera differenza è stata fatta dalle innovazioni tattiche introdotte da Jan Zizka, il quale era un generale di lunga esperienza.

Jan nacque intorno al 1360 a Trocnov da una nobile famiglia di piccoli proprietari terrieri, che però, negli anni successivi, fu impoverita dalla crisi economica, tanto i primi atti pubblici in cui appare il suo nome fanno riferimento a debito da pagare o alla vendita ad altri dei propri terreni.

Per cui, per campare, il nostro eroe dovette dedicarsi al mestiere delle armi, tanto che nel 1392, un nuovo documento annuncia la sua nomina a venator domini regis, cacciatore nei domini del re, ossia una sorta di armigero e guardia del corpo, di Venceslao il pigro. Cosa confermata anche da papa Pio II, che nella sua Historia Boemica, definisce la famiglia di Jan povera e al servizio del re e da quanto risulta dall’analisi forense del suo cadavere: a quanto pare, perse il suo primo occhio per una coltellata all’età di circa dodici anni.

Ora, Venceslao non era certo il re ideale per la Boemia dell’epoca, divisa da contrasti etnici, tra tedeschi e locali e sociali: la sua passione per la caccia lo sottraevano ai suoi doveri di monarca, ed il vizio di mangiare e bere smodatamente lo portava a volte a perdere la ragione, con accessi d’ira furibonda, che lo portarono ad agire in maniera avventata, dura e talvolta anche crudele. Di conseguenza, sin da subito entrò in contrasto con i nobili locali che cercarono più volte di detronizzarlo o perlomeno di limitare il suo potere. Ora, nonostante fosse consapevole che Venceslao fosse un idiota, Jan ne era affezionato e più volte gli tirò fuori le castagne dal fuoco

Ad esempio, nel 1394, i baroni boemi catturarono Venceslao nella su residenza di campagna nei pressi di Praga e lo imprigionarono un castello in Austria; i feudatari lo avrebbero liberato in cambio di una serie di concessioni, che però lui non era disposto a concedere. Per cui, lo misero a pane e acqua, nella convinzione che il digiuno portasse a più miti consigli un mangiatore compulsivo come lui.

A salvare Venceslao dalla morte per fame fu un commando, guidato prio da Jan, che dopo tre mesi lo liberò con la forza e con l’inganno: secondo la Histoire ecclésiastique et civile du duché de Luxembourg et comté il re fu aiutato nella fuga da una donna, che compensò con cento scudi d’oro.

Nel 1401, assediarono Praga, ottenendo un trattato che istituiva un comitato di reggenza, che doveva affiancare Venceslao; l’anno dopo i poteri del comitato furono trasferiti a Sigismondo, re d’Ungheria, che decise di tentare un colpo di stato. Sbatté in prigione Venceslao e per maggiore sicurezza, lo fece deportare a Vienna. Anche in questo caso, nel 1403, Jan organizzò sia la grande fuga, sia il ritorno sul trono di Venceslao, arruolando in fretta e furia un esercito mercenario che riconquistò Praga, mettendola a ferro e fuoco. Il che fu causa dell’odio reciproco tra i suoi cittadini e Jan, che in futuro minerà il fronte hussita.

Intorno al 1406, in Boemia le acque si tranquillizzano. Sigismondo, a causa dei turchi, ha altri problemi a cui pensare, rispetto alle diatribe ungheresi; poi sia Venceslao, sia i ribelli hanno le casse vuote e come dice il proverbio

Pas d’argent pas de Suisses

ossia senza denaro non si combattono le guerre. Per cui, si raggiunge un compromesso tra le parti. Uno delle clausole, prevede la testa di Jan che negli ultimi anni è diventato una sorta di castigamatti, che brucia castelli a destra e manca e saccheggia i feudi altrui.

Venceslao, nel suo contorto senso morale, lui Hus non lo avrebbe mai fatto bruciare, non se la sente di tradire il fedele seguace, per cui, per salvare capra e cavoli, lo mette a capo di un contingente spedito in soccorso degli alleati polacchi, impegnati in una delle loro tradizionali guerre contro i cavalieri teutonici.

Cavalieri teutonici che vengono sconfitti pesantemente nella battaglia di Grunwald, in cui cadono come polli nella trappola della “finta fuga”, che Jan replicherà a sua volta più volte in futuro. Jan nella battaglia si comporta da eroe, assieme a Zbigniew Olesnick salva la vita a Ladislao II di Polonia ed è tra coloro che guidano l’assalto decisivo alla Compagnia della Lucertola, provocando il crollo dello schieramento teutonico: per cui, torna a Praga come sua sorta di celebrità, osannato da tutti.

Non solo i nobili rinunciano a chiedere al sua testa, ma ottiene il compito, assai ben pagato di ciambellano della regina Sofia, moglie di Venceslao, e di ufficiale della guardia reale: cosa che da una parte gli permette di comprare un lussuoso palazzo nel centro di Praga, dall’altra di conoscere e apprezzare il pensiero e le prediche di Jan Hus.

Cosa abbia fatto Jan tra la battaglia di Grunawald e la defenestrazione di Praga, è un mistero: leggenda vuole che abbia combattuto al fianco degli inglesi ad Azincourt, però, diciamola tutta, vista l’antipatia di Enrico V, per usare un eufemismo, nei confronti dei lollardi, lo vedo poco probabile. Di certo, ha riflettuto e studiato su quanto stava accadendo nella guerra dei Cento Anni, in cui un esercito appiedato aveva umiliato una cavalleria pesante.

La chiave di volta era nell’arco lungo, che però non poteva essere replicato in Boemia: un arciere per essere efficiente, doveva addestrarsi per anni, ma quello che mancava, era proprio la disponibilità di tempo. Per cui, ispirato dai giannizzeri turchi, si orientò verso l’utilizzo della armi da fuoco, come surrogato, che potevano essere utilizzate con buona confidenza, anche da un contadino boemo privo di esperienza bellica…

Per cui, gli hussiti furono tra i primi europei ad adottare in massa l’archibugio “pistola” (pizťal, cioè “canna”), e un cannone anti-fanteria houfnice (da cui “obice”); il problema però è che un arma da fuoco, all’epoca, aveva una cadenza di tiro troppo bassa. Mettere un archibugiere in campo aperto, non se ne parlava: alla prima schioppettata, o si sarebbe dato alla fuga o sarebbe stato travolto dai cavalieri nemici.

Né una semplice palizzata, sarebbe bastata come protezione: Jan ebbe l’idea di sfruttare al meglio una tattica che i rom dell’epoca adottavano, per difendere le loro carovane dei briganti. In pratica, disponevano i loro carrozzoni come nei film western, quando i pionieri sono assaliti dagli indiani, unendoli con le catene.

Nacque così il tabor, ovviamente dal nome della fortezza hussita, in cui i carri dei contadini erano sistemati ruota a ruota formando un cerchio, con i cavalli e i soldati che erano tenuti al sicuro all’interno del recinto; il lato esterno dei carri e il telaio erano blindati con spesse tavole di legno, con fori attraverso i quali i soldati potevano sparare con archibugi e balestre. Gli spazi tra i carri erano protetti da pavesi o occupati da piccoli cannoni, il che rappresenta il primo uso dell’artiglieria in operazioni campali; a un segnale, i carri potevano essere scansati per consentire alla cavalleria ussita di attaccare a sorpresa il nemico. Jan addestrò le sue truppe ad eseguire queste manovre e istituì un sistema di segnalazioni mediante bandiere per trasmettere gli ordini in battaglia.

Ogni carro aveva un equipaggio di 18-21 soldati: 4-8 balestrieri, 2 schioppettieri, 6-8 picchieri, 2 portatori di scudo e 2 guidatori. I carri formavano solitamente un quadrato, ed all’interno si poneva la cavalleria. Le battaglie avevano due stadi, difesa e contrattacco. Durante la fase difensiva si colpiva il nemico con l’artiglieria.

Quando il nemico si avvicinava al tabor, balestrieri e pistoleri sarebbero usciti dai carri per causare più morti a breve distanza. Nei carri venivano stipate anche pietre da lanciare in caso che i soldati fossero rimasti a corto di munizioni. A questo punto il nemico era demoralizzato. Gli eserciti dei crociati anti Hussiti avevano cavalieri ben corazzati, e la tattica ussita era quella di ferire i cavalli in modo da appiedare i cavalieri rallentandoli, e rendendoli un facile bersaglio. A questo punto poteva iniziare la seconda parte della battaglia. Uomini armati di spade, mazzafrustre, che permettevano di colpire oltre gli scudi nemici, e picche sarebbero usciti per attaccare il nemico indebolito. Assieme alla fanteria, la cavalleria presente all’interno del cerchio sarebbe uscita per attaccare. I tabor avrebbero formato dei quadrati che si sostenevano l’un l’altro. Ogni volta che il nemico caricava tra due tabor, si sarebbe trovato tra due fuochi.

Dopo la fine delle guerre hussite, su Jan cadde la damnatio memoriae. Il suo nome tornò in auge solo nella seconda metà dell’Ottocento, con la rinascita del nazionalismo boemo. Nel 1882 nasce a Praga un’associazione con lo scopo dichiarato di erigere un monumento a Jan sulla collina di Vitkov, per ricordare la sua vittoria. Con qualche difficoltà, dovuta al boicottaggio delle autorità imperialregio, sono raccolti i fondi e nel nel 1912 viene emesso un bando per il concorso che avrebbe potuto portare alla sua costruzione, ma causa Grande Guerra, viene tutto sospeso.

Nel 1918, sei anni dopo, i boemi si svegliano cittadini di uno Stato indipendente, la Cecoslovacchia, e con Praga capitale. L’associazione per il monumento a Jan torna in attività, si fonde con un’altra che ha lo scopo di commemorare la resistenza militare durante la guerra e finalmente iniziano i lavori. Tra il 1927 e il 1933 viene completato il monumento alla base della piazza, ma stavolta a bloccare il tutto ci si mette la Seconda Guerra Mondiale. Insomma, il fondato sospetto che Jan porti iella c’è, anche perché, lo scultore Bohumil Kafka, che non era parente del buon Franz, schiatta per appendicite pochi mesi dopo avere completato il bozzetto di questo famigerato monumento.

Solo nel 1950, sotto la Cecoslovacchia socialista di Klement Gottwald, il progetto arriva a compimento: la statua equestre di Jan a Vitkov viene inaugurata il 14 luglio di quell’anno, nell’anniversario della sua prima grande vittoria, combattuta proprio su quella collina.

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