L’ultimo tratto dell’Appia Antica

Poco prima del Mausoleo di Gallieno, di cui ho parlato in un altro post, si trova sull’Appia Antica la cosiddetta Ruzzica d’Orlando si identificava, una struttura cementizia relativa alla copertura di una tomba circolare posta sulla sinistra della Via Appia. In quest’area trovava sede anche la mutatio ad nonum, una stazione per il cambio dei cavalli della quale si ha notizia nell’Itinerario Burdigalense, descrizione di un pellegrinaggio da Bordeaux a Gerusalemme del 333 d.C. Strutture come la mutatio ad nonum erano molto diffuse nell’antichità, soprattutto lungo le vie principali. Si dividevano in mutationes, adibite al cambio dei cavalli, poste di solito a circa 10 miglia l’una dall’altra, e mansiones, dove oltre al cambio dei cavalli si offriva anche ristoro e alloggio ai viaggiatori; queste ultime si trovavano ogni 20 miglia circa.

Superato il Mausoleo di Gallieno, sulla destra all’altezza del IX miglio, si nota il cosiddetto Sepolcro a tumulo “Monte di Terra”: si tratta di un mausoleo a pianta circolare, commissionato da un ricco senatore nella seconda metà del I secolo a.C.

Il sepolcro è costituito da un grande basamento quadrangolare in peperino, sui cui si imposta una struttura del diametro di circa 30 metri, con una forma conica che anticamente lo faceva somigliare a un tumulo; di questa resta l’imponente massa del nucleo cementizio di lava basaltica, ricoperto di terra e vegetazione, da cui deriva la denominazione “Monte di terra”.

L’opera cementizia era utilizzata nell’architettura romana come nucleo interno degli edifici, che poi venivano rifiniti esternamente. Qui, come nella maggior parte dei sepolcri dell’Appia Antica, il rivestimento originario, in pietra, è stato asportato, lasciando a vista la muratura interna. I numerosi blocchi in peperino, alcuni dei quali decorati, che si trovano lungo il basolato dell’Appia Antica, appartengono verosimilmente al mausoleo. L’accesso alla camera funeraria avveniva sul lato opposto al fronte stradale.

Oltrepassata la moderna via Capanne di Marino, il percorso della via Appia Antica prosegue al di là di un cancello. Sul lato destro si conserva un sepolcro circolare in laterizio con camera funeraria rettangolare, caratterizzato al suo interno, al di sotto del piano pavimentale, da un sarcofago in pietra calcarea, fornito di “cuscino” per la deposizione del capo del defunto. La tomba, databile all’età imperiale sulla base della tecnica edilizia, fu in una fase successiva riutilizzata come ossario.

Poco più avanti ancora a destra sono stati rimessi in luce i resti di un un monumento funerario a pianta quadrangolare, di cui si conserva il conglomerato cementizio in lava basaltica con cortina laterizia. Tramite gradini di pietra calcarea si accede alla camera funeraria con nicchie rettangolari su tre lati, contenenti le olle cinerarie: lo scavo ne ha restituite una in vetro, contenente i resti di due defunti e una in ceramica,con le ceneri di un fanciullo. Tale tipologia funeraria è attestata a partire dal III sec.d.C.: la datazione alla piena età imperiale è stata inoltre confermata dalla scoperta, avvenuta durante gli ultimi scavi del 2005, di un edificio termale attribuito all’epoca adrianea, demolito in parte per la costruzione del sepolcro, che ci fornisce dunque un terminus post quem per la costruzione del monumento.

Sul lato opposto della via, quasi completamente nascosto dalla vegetazione, si conserva un notevole sepolcro a tumulo, caratterizzato da un basamento quadrato in blocchi di peperino, delimitato superiormente da una cornice sporgente, a cui è sovrapposto un nucleo cementizio di forma conica, di circa 3 metri di altezza.

Il fosso di Fiorano che segna il confine tra i Comuni di Ciampino e Marino, è noto anche come quello del Cipollaro, per via della coltivazione di cipolle che avveniva qui fino agli anni ‘80 del Novecento. Il corso d’acqua, oggi purtroppo abbandonato all’incuria, si riversa nel Tevere, nella zona sud ovest di Roma, all’altezza del quartiere Tre Fontane.

All’inizio del XI miglio della via Appia, circa 400 metri dopo l’attraversamento del fosso di Fiorano (o del Cipollaro), sulla crepidine destra della strada, si incontrano i resti di un sepolcro, del quale si conserva solo il nucleo cementizio: esso è del tipo a corpi sovrapposti, riconoscendosi nell’elevato un elemento piramidale impostato sul dado di base nel quale fu ricavata la cella funeraria, accessibile dal lato opposto alla strada. Lungo l’Appia si incontrano diversi esempi di questa tipologia architettonica funeraria, sempre tuttavia ridotti a stato di rudere o quantomeno spogli del rivestimento originario. A riprova della varietà degli elementi che venivano scelti per la loro costruzione, basta ricordare il sepolcro a corpi sovrapposti posto all’inizio del V miglio, poco dopo il cosiddetto sepolcro di Seneca, costituito da un dado di base sormontato da un prisma ottagonale e, a coronamento, un elemento cilindrico, alto complessivamente 13 metri.

La ferrovia Roma-Velletri è nata alla metà dell’800 come prima tratta del progetto di collegamento tra Roma e Napoli. Il suo promotore fu papa Pio IX, salito al soglio pontificio nel 1846 che, in nome del progresso, decise di avviare la costruzione di quattro linee ferroviarie. La prima, con tratta da Roma a Ceprano, al confine con il regno borbonico, fu portata a termine nel 1862, e nel 1864 fu raccordata alla linea ferroviaria che giungeva a Napoli.

La prima fermata era a Ciampino, dove la ferrovia si biforcava: un binario raggiungeva Frascati, l’altro Ceprano, dove si incontrava con la ferrovia napoletana. La linea in origine funzionava con trazione a vapore, mentre dal 1948 fu attivata la linea elettrica. Il tratto realizzato fino a Cecchina fu inaugurato e percorso il 3 luglio del 1859 da Pio IX con il suo nuovo treno, oggi esposto alla Centrale Montemartini.

Si tratta di una vera e propria opera d’arte su ruote, costata all’epoca 140 mila franchi. Il treno, utilizzato da papa Pio IX dal 1859 al 1870, è costituito da tre carrozze estremamente lussuose, una allestita a loggia per le benedizioni, la seconda ad appartamento privato con salotto e trono, la terza a sontuosa cappella. All’epoca della realizzazione della ferrovia, tra il 1856 e il 1859, fu costruito il ponticello e il sottopasso pedonale che taglia il tracciato della Via Appia Antica a Santa Maria delle Mole.

La Commissione delle Antichità del tempo si oppose fortemente alla realizzazione dell’opera perché rompeva l’unità e la visione d’insieme della Via Appia Antica da poco ristabilito. Il tratto di basolato dell’Appia in questo punto è ancora oggi ben conservato; esso è costituito da grandi lastroni di basalto e ha una larghezza di circa 4 metri; lateralmente sono ben visibili i marciapiedi, rialzati, larghi circa 3 metri ciascuno. Nel 1957 sono state chiuse le tratte Velletri – Colleferro e Velletri – Priverno lasciando, quindi, attive solo le tratte Roma – Velletri e Priverno – Terracina.

Al X miglio, proprio in prossimità della linea ferroviaria, si trova il Mausoleo della Mola, un enorme sepolcro a pianta circolare con un diametro di ben 23 metri. Si tratta di un monumento di età augustea (fine I secolo a.C. – inizio I secolo d.C.) forse originariamente sormontato da una struttura a forma conica e dotato di gradini per accedere alla sommità. La camera sepolcrale all’interno è accessibile da un ingresso rivolto verso la strada, secondo uno schema inusuale, ed era realizzata in blocchi di peperino. Essa contiene tre celle disposte a croce greca ossia con i due bracci della stessa lunghezza.
I disegni ottocenteschi del mausoleo permettono di ipotizzare l’aspetto del basamento in mattoni del sepolcro, che doveva essere decorato con eleganti motivi a semicolonne che incorniciavano nicchie rettangolari e semicircolari alternate. Tra “La Mola” e la ferrovia, gli scavi del 1985 hanno messo in luce alcune strutture in blocchi di peperino identificate come un recinto funerario.

Pochi metri dopo il ponte della Ferrovia per Velletri, sulla sinistra, è stato individuato uno scarico di blocchi di peperino, che riempiva un ambiente forse costruito in età medievale. Nel butto sono emersi due grandi leoni in peperino accovacciati, frammentari, il più integro dei quali ha una testa di cerbiatto sotto la zampa. Probabilmente provenienti da un sepolcro smantellato, i leoni sono stati attribuiti in via ipotetica al I sec. d.C.

Tra il ponte della ferrovia e via della Repubblica è stato rimesso in luce un tratto di basolato
della via, ben conservato, di circa 100 metri, a sud-ovest del quale si apre un piazzale lastricato su cui si affaccia un edificio termale, articolato in almeno quindici ambienti.
Vani provvisti di impianto di riscaldamento con tubuli di terracotta e suspensurae e vasche con tracce di rivestimento marmoreo fanno ritenere che si trattasse di un complesso di terme pubbliche aperte sulla strada. I materiali rinvenuti durante gli scavi attestano un ampio arco cronologico per l’ utilizzo dell’impianto, dalla fine del I alla metà del III secolo d. C. Si ipotizza che l’edificio termale sia da collegare con la presenza nella zona di una notevole attività idrotermale evidenziata da numerose sorgenti di acque mineralizzate, alcune calde e ricche di gas e da diffuse emissioni solforose. L’attività estrattiva dello zolfo era effettivamente praticata in età romana imperiale, così come l’utilizzo delle acque termali.

Sulla sinistra, dopo l’attraversamento di viale della Repubblica, sono visibili alcune strutture,
messe in luce a partire dal 2000 dal Gruppo Archeologico Romano, interpretate come tabernae, forse pertinenti ad una stazione di posta per il cambio dei cavalli. Le strutture sarebbero sorte nel corso del II sec. d.C. e poi abbandonate verso la metà del V sec. d.C.

Superato viale della Repubblica, l’Appia Antica inizia a salire in direzione dei Colli Albani, finché all’altezza di Frattocchie – pressappoco all’XI miglio dell’antico tracciato – si congiunge con la via Appia Nuova. Alcune centinaia di metri prima di questa convergenza, sulla sinistra si possono vedere i resti di alcuni recinti funerari e il cosiddetto “Sepolcro con torre”.

Il monumento, che non conserva più nulla del rivestimento originario, presenta un basso basamento quadrangolare in calcestruzzo di selce, al centro del quale si apre la camera sepolcrale anch’essa rivestita all’esterno in opera cementizia. Alla cella si accede da un breve corridoio, attualmente chiuso da un cancello, che si apre sul lato meridionale della tomba. La camera sepolcrale è a pianta quadrata con volta a botte in blocchi di tufo; su ciascuna delle pareti, eccetto quella di entrata, è ricavata una nicchia in cui trova posto l’urna per accogliere le ceneri del defunto. La presenza delle urne funerarie e alcune caratteristiche architettoniche (pianta della cella, uso dell’opera quadrata) fanno datare il sepolcro presumibilmente al I sec.

La struttura fu utilizzata nel 1751 dai padri gesuiti Boscovich e Maire come caposaldo finale delle misurazioni geodetiche eseguite lungo la via Appia antica, il cui punto iniziale era collocato presso il sepolcro di Cecilia Metella al III miglio.

Tra il 1854 e il 1855 Padre Angelo Secchi rieseguì tali misure. L’operazione geodetica lungo l’Appia Antica nasceva da una trpla necessità: per prima cosa, verificare la precedente misura, la cui correttezza era stata criticata dagli ingegneri militari francesi tra il 1809 e il 1810, poi avere una nuova misura di riferimento per il disegno della cartografia dello Stato Pontificio e dell’Italia meridionale. Infine, supportare lo studio di Luigi Canina, che, basandosi sul ritrovamento delle pietre miliarie, voleva calcolare al meglio l’equilenza tra il miglio romano al metro. Per fare questo, Padre Secchi utilizzò come caposaldi la torre di Capo Bove e quella di Frattocchie, quest’ultimo ritrovato nel 2013, a seguito di una ricerca sia archivistica che georadar dell’Università di Roma Tre.

All’epoca della misura di Padre Secchi, il sepolcro non era sormontato dalla torretta oggi visibile poiché essa fu costruita nel luglio 1870 a seguito della partecipazione ufficiale dello Stato Pontificio alla misura del Grado Europeo Centrale, progetto geodetico proposto dalla Prussia nel 1862 per lo studio della forma della Terra. Per tale motivo la torre è stata poi intitolata a Secchi. La torre, alta circa 5.20 m, ha al suo interno un pilastro sul quale gli Italiani collocarono un punto trigonometrico riportato sulle carte. Ancora oggi si osservano i fori che erano sede di una scaletta in legno per effettuare le misure alla sommità.

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