Le origini della Guerra del Peloponneso

Come detto altre volte, il problema geopolitico principale di Sparta era il controllo delle pianure della Messenia: senza il suo grano, la polis sarebbe morta di fame. D’altra parte, dato il limitato numero di guerrieri lacedemoni disponibili, la struttura politico e sociale della città, a differenza di Roma, ne limitava la crescita delle risorse umane, non era pensabile, nonostante la loro qualità, impegnarsi in continue guerre in sua difesa, rischiando il loro logoramento.

Le élite spartane, per risolvere il problema, cosa paradossale per una società guerriera, si impegnarono a lungo in una politica “pacifista” e favorevole al mantenimento dello status quo. Lo strumento con cui ottenne tale obiettivo fu la Lega del Peloponneso, strumento di soft power assai light: in origine, infatti, era costituita da una serie di trattati militari bilaterali, in cui le città alleate, si impegnavano a fornire contingenti militari in caso di guerra e concedere il comando militare a Sparta.

Non dovevano pagare tributi e ospitare guarnigioni lacedemoni: nel limite del possibile, Sparta evitava di mettere bocca negli affari interni degli alleati. Ben diversa era la situazione della Lega di Delo: nata inizialmente come strumento di deterrenza nei confronti dell’espansionismo persiano, con il tempo si era evoluta in un impero marittimo dove gli alleati vennero obbligati a rinunciare alle proprie flotte e a pagare tributi in oro ad Atene per garantirsi la protezione. Alcuni, come la città di Nasso, tentarono di sottrarsi ma vennero repressi brutalmente da spedizioni punitive.

La rete commerciale, inoltre, consolidò i legami economici tra le città dell’“Impero Ateniese”. Come detto, i motivi di tale evoluzione erano strutturali alla democrazia attica: questa si basava infatti sulla costruzione di un consenso condiviso tra élite e cittadini poveri. Per garantirlo, venivano distribuiti sussidi a pioggia a larghe fasce della popolazione.

La partecipazione all’Ecclesia e alle altre assemblee era pagata con due oboli per ogni giorno di seduta (quanto bastava per acquistare il minimo cibo giornaliero); mentre i marinai erano pagati tre oboli per ogni giorno di servizio sulle navi. Stessa cifra era pagata ai dikastai, i giudici dei tanti tribunali cittadini, ruolo che come satireggia Aristofane nelle Vespe, era spesso in carico ad anziani, fungendo così da sostituto della nostra pensione.

Ovviamente, dato che le dracme non crescono purtroppo sugli alberi, questo flusso di denaro da qualche parte dovevano saltare fuori, tenendo anche conto di tutte le stranezze del sistema fiscale ateniese. Per cui, ci si doveva affidare ai sussidi forniti dai ricchi, che prosperavano sull’espansione commerciale, e alle risorse sottratte ai vicini, dovute all’espansione territoriale. Per cui, l’imperialismo era una necessità vitale.

Ora Sparta, dato che Atene non aveva nessuna mira sulla Messenia, questo stato di cose poteva anche andare bene: il problema è che nella Lega del Peloponneso erano presenti alleati, come Megara e Corinto, i cui interessi commerciali erano danneggiati dalla politica attica. Per cui, o i lacedemoni intervenivano a loro difesa, oppure l’alleanza rischiava di saltare, portando il caos nel Peloponneso. Ovvio che Sparta scegliesse la seconda opzione, tanto da farsi trascinare dagli alleati in quella che, impropriamente, è nota come la Prima Guerra del Peloponneso, dato che si tratta di un’accozzaglia di battaglie senza né capo, né coda, prive di un filo conduttore, cominciate nel 460 a.C. che però videro numerosi successi da parte di Atene, che arrivò a occupare diversi territori del Peloponneso.

Il più importante era Megara e il suo porto sul Golfo di Corinto, Pege, al quale i rematori ateniesi potevano essere trasportati via terra e molto probabilmente ospitava un numero significativo di navi; inoltre, permetteva, anche un contingente ridotto, di bloccare la strada ad ogni esercito spartano proveniente dal Peloponneso.

Il possesso di Megara, inoltre, permetteva di imporre un blocco navale al Peloponneso, bloccando le importazioni di grano dalla Sicilia, che stava diventando sempre più importante, per l’economia lacedemone. Per fortuna di Sparta, Atene si impegnò in un’impresa ancora più folle e megalomane della spedizione siracusana, l’invasione dell’Egitto, in appoggio della ribellione del capo libico Inaro, che voleva restaurare lo stato faraonico.

Spedizione che si concluse con una batosta colossale, a cui seguì la rivolta della Beozia. Pericle, in un momenti di lucidità, rendendosi conto dello stress delle forze ateniesi, decise di chiedere la pace a Sparta nel 446 a.C.

Atene fu obbligata a rinunciare a tutti i suoi possedimenti nel Peloponneso, che includevano i porti megaresi di Nisea e Pegae, più Trezene e Acaia in Argolide, mentre gli Spartani acconsentirono a permettere agli Ateniesi di mantenere Lepanto. Il trattato vietava ai membri delle rispettive alleanze di cambiare schieramento e di interferire negli affari delle rispettive sfere d’influenza.

Le polis neutrali nella precedente guerra, potevano scegliere se aderire alla lega del Peloponneso o a quella di Delo, Nel trattato Atene e Sparta si erano accordate di affrontare possibili controversie con incontri bilaterali e, se non fossero riusciti a giungere ad un accordo, le due parti avrebbero dovuto risolvere il contenzioso attraverso un arbitrato, coordinato da una parte neutrale.

La pace diede il vantaggio a Sparta e Atene di concentrare le proprie risorse nelle rispettive sfere d’influenza. Sparta ridusse le proprie spese militari, mentre Atene al contrario mantenne la propria flotta in attività nel Mar Egeo, continuando a riscuotere i tributi in oro dalle sue città alleate, accumulando una riserva strategica di circa 6.000 talenti d’oro a cui si aggiungevano 1.000 talenti di rendita annuale.

Dopo qualche anno, questa situazione, ovviamente, preoccupò i lacedemoni: visti i precedenti, nulla vietava che l’espansionismo ateniese alterasse profondamente l’equilibrio di forze nel loro cortile di casa. Per cui, Sparta cominciò a ipotizzare un attacco preventivo contro Atene. La prima occasione fu nel 440 a.C. quando Samo, stanca dei tributi, si ribellò alla polis attica, con l’aiuto persiano.

L’occasione, però, non venne sfruttata, dato che i litigiosi alleati dei lacedemoni, non si misero d’accordo tra loro. La cose però cambiarono nel 432 a.C. quando proprio gli alleati a trascinare gli spartani in guerra.

Il primo nodo del contendere era una zona della Grecia che, sino a quel momento, era marginale, l’Acarnania, che stava trasformandosi però nel principale hub per i commerci con l’Italia, sui cui avevano mire sia i corinzi, sia gli ateniesi.

Qui scoppiò una disputa locale, tra Corcira, la nostra Corfù, e la sua colonia Epidamno, la nostra Durazzo. Ad Epidamno un colpo di Stato democratico aveva cacciato dalla città gli aristocratici, i quali, dopo essere stati esiliati, fecero ritorno e massacrarono quelli che erano rimasti in città. I democratici di Epidamno si rivolsero così a Corcira, loro madrepatria, perché mettesse pace tra loro e gli esiliati e facesse cessare le violenze. I Corciresi però rifiutarono di prestare aiuto e così gli Epidamni si rivolsero a Corinto, che a loro volta avevano fondato Corcira

I Corinzi accettarono di prestare aiuto agli Epidamni, cosa che provocò l’ira dei Corciresi: dopo un ultimatum, cinsero la città d’assedio. Scoppiò la guerra tra le due città e lo scontro sul mare vide vittoriosi i Corciresi, cosa che alimentò ira e risentimento nei Corinzi, i quali, nell’anno successivo allo scontro, si prepararono al meglio al successivo conflitto. Sapendo dei preparativi dei nemici e temendo un ulteriore scontro, i Corciresi, che non erano alleati né con Atene, né con Sparta, decisero di rivolgersi ad Atene per avere aiuti.

Pericle si trovò davanti a un dilemma: se i Corinzi avessero preso il controllo della flotta corfiota, il numero delle navi avrebbe equiparato quello flotta attica e Atene avrebbe perso il suo predominio sui mari. Però, un’azione diretta, avrebbe forse portato alla guerra con Sparta.

Per cui, decise di muoversi con cautela. Per prima cosa, stipularono un’alleanza puramente difensiva con Corcira: nonostante questo, e il fatto che l’adesione alla lega di Delo di una polis neutrale non violasse i termini della pace, Corinto protestò con Atene. Poi, come strumento di dissuasione, mandò all’alleato una flotta simbolica di 20 navi, sotto il sotto il comando di Glaucone.

Il quale, però, interpretò in modo estensivo il suo mandato: non solo partecipò alla battaglia di Sidonia, ma si schierò a difesa dell’isola. Quando i corinzi arrivarono, si ritirarono, temendo che le che fosse solo l’avanguardia della flotta della lega di Delo, il giorno seguente inviarono un’ambasceria per conoscere le intenzioni ateniesi, i quali dichiararono di voler solo tenere sgombra la rotta per Corcira (ciò non andava contro il trattato di non belligeranza), ma impediva la presa della città.

A peggiorare il rapporto con Corinto, fu la questione Pontidea, città della Calcidica membro della lega delio-attica, ma colonia corinzia. Atene le impose di di non accogliere più gli epidemiurghi, i magistrati che annualmente Corinto inviava a Potidea a scopo di controllo e supervisione, e di abbattere le mura che congiungevano la città al mare, per mettere pressione politica alla rivale. Se Pontidea avesse accettato, Pericle avrebbe proposto a Corinto il ripristino degli epidemiurghi e quindi di un parziale controllo sulla polis, in cambio di un accordo sulla questione Corcira. Purtroppo per Pericle, Pontidea rispose picche, per cui, per non perdere la faccia con gli alleati, Atene dovette inviare sul luogo una flotta che aveva dato inizio all’assedio della città, il che fu visto da Corinto come un’ennesima provocazione.

A complicare una situazione già tesa di suo, si aggiunse la crisi del Decreto di Megara che Pericle, nel 432 a.C, emanò nei confronti della polis, colpevole di aver dato asilo a schiavi fuggiti da Atene e di una vicenda, che, agli occhi di noi moderni sembra demenziale.

Alcuni terreni, nei pressi di Eleusi, per una sorta di antico tabù risalente all’età micenea, non potevano essere coltivati: un cittadino di Megara, ignaro della cosa, affittò un lotto di terra in quella zona comprendente anche una particella di questi terreni sacri che destinò alla coltivazione del grano e delle lenticchie.

Non l’avesse mai fatto! Gridando al sacrilegio, il podere fu assalito da una torma di cittadini ateniesi infuriati, messo a ferro e fuoco e il malcapitato si salvò a malapena dal linciaggio, scappando nella sua città natale. In un mondo normale, la vicenda sarebbe finita qui. Ma l’ateniese medio, come scoprirà a sue spese Alcibiade, sulla questione Eleusi aveva i nervi a fior di pelle. Tanto protestarono nell’assemblea cittadina, che Pericle fu costretto a mandare un’ambasciata a Megara, chiedendo la consegna del malcapitato, che sarebbe stato sacrificato a Demetra e Kore e il pagamento di una multa, che sarebbe servita a erigere un donario a perenne memoria della vicenda.

Pericle era ben conscio che a Megara entrambe le richieste sarebbero state accolte a pernacchioni: per cui, dopo un poco di moina, si sarebbe accordato di una donazione simbolica al santuario e della mediazione da parte della polis sulla crisi con Corinto, per scongiurare la guerra. Ma l’ambasciatore ateniese insultò pesantemente i megaresi, i quali lo ammazzarono seduta stante.

Pericle si trovò in una situazione che non avrebbe mai voluto. L’assemblea cittadina voleva attaccare Megara, covo di infidi miscredenti, raderla al suolo e spargere il sale sulle rovine. Però, questo avrebbe significato la guerra con Sparta.

Così, con un colpo di genio, impose l’embargo alla città: a Megara, infatti, veniva vietato l’ingresso in tutti i porti della lega delio-attica. Il che implicava una severa punizione ai senzadio, senza violare la pace. Embargo che ebbe un successo sin sopra le aspettative, portando i megaresi in pochi mesi alla fame nera: per cui, assieme ai corinzi, questi chiesero la convocazione del consiglio straordinario della Lega del Peloponneso per decidere le misure drastiche da prendere contro Atene.

Il vecchio re spartano Archidamo II, il quale, con lungimiranza, aveva ben chiaro come una guerra di grandi proporzioni e di esito incerto, qualunque fosse stato l’esito, avrebbe mutato la società lacedemone, minandone le basi, tentò di proporre una mediazione con Atene.

Da parte, però, Corinto e Megara, esasperati, minacciarono di abbandonare la Lega peloponnesiaca, cosa che Sparta non poteva permettere; dall’altra, tra i lacedemoni prevalse il sentimento ben descritto da Tucidide

Il motivo più vero, ma meno dichiarato apertamente, penso che fosse il crescere della potenza ateniese e il suo incutere timore ai Lacedemoni, sì da provocare la guerra

Per cui, dopo tanti discutere, fu spedito ad Atene un ultimatum, che intimava ad Atene di ritirare i decreti contestati e di risolvere i contrasti con Corinto e Megara. Pericle, pena la sua fine politica e il relativo ostracismo, non poteva accettare. Così cominciò quello che sempre Tucidide definì

il più grande sommovimento che sia mai avvenuto fra i Greci e per una parte dei barbari e, per così dire, anche per la maggior parte degli uomini

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