La storia di Cuma

Così piangendo disse: e navigando
Di Cuma in vèr l’euboïca riviera
Si spinse a tutto corso, onde ben tosto
Vi furon sopra, e v’approdaro alfine.
Volser le prue, gittâr l’ancore; e i legni,
Sì come stero un dopo l’altro in fila,
Di lungo tratto ricovrîr la riva.

Così Virgilio, nella traduzione di Annibal Caro, raccontava l’approdo di Enea sul litorale di Kýmē, la nostra Cuma, che Strabone,nella sua Geografia così definisce

Cuma, colonia antichissima dei Calcidesi e dei Cumani, la più antica fra quelle di Sicilia e d’Italia. Ippocle cumano e Megastene calcidese, i quali guidavano la spedizione, convennero tra loro che agli uni sarebbe stata attribuita la colonizzazione, degli altri la colonia avrebbe assunto il nome; ecco perché la città si chiama Cuma, mentre si parla di fondazione calcidese

Molti accusano Strabone di aver scritto una balla, poiché il primo stanziamento greco in Italia è Pithecusa, nell’isola d’Ischia, fondata dai recenti scavi archeologici intorno al 800 a.C. Però Pithecusa, in origine, non era un colonia di popolamento vera e propria, ma un emporio commerciale multietnico, dove vivevano numerose minoranze di etruschi, fenici e punici.

La nascita di Cuma, invece, è legata a un vero e proprio trasferimento di popolazione: Eusebio e Velleio, tra l’altro, lo fanno risalire all’anno 1050 a.C. Con le attuali ipotesi relative alla revisione della cronologia greca arcaica, qualche studioso sta cominciando a rivalutare questa notizia, che però si scontra con una dato di fatto, difficilmente aggirabile. La più antica documentazione archeologica associabile al sito greco risale al 725-720 a.c. Di conseguenza, la colonia deve essere stata fondata intorno al 750 a.C.

Secondo la leggenda, gli ecisti Ippocle e Megastene scelsero di approdare quel punto della costa perché attratti dal volo di una colomba o secondo altri da un fragore di cembali, il che implica come il luogo fosse già abitato. Lo attestano, ad esempio, ritrovamenti su Monte di Cuma, sulla quale sorse l’acropoli, dove durante il Bronzo Finale e la prima Età del Ferro (XI-IX sec. a.C.) esisteva un villaggio di una popolazione di cultura appenninica.

Oscuro e incerto è il periodo delle origini della città, documentato più che altro dai corredi di alcune tombe di carattere orientalizzante e da poche ma preziose iscrizioni arcaiche che attestano come ai Greci di Cuma si debba l’introduzione dell’alfabeto calcidese e la sua adozione da parte delle altre popolazioni italiche. Di fatto, l’alfabeto latino è una variante di quello calcidese usato a Cuma.

Qualche anno, negli scavi di Osteria dell’Osa, il futuro ager di Gabii, fu ritrovato un graffito in alfabeto greco su un vaso di produzione locale, risalente al 770 a.C. assieme a materiale riconducibile all’area meridionale tirrenica, in particolare all’ambito della cultura delle tombe a fossa di Campania e Calabria.

Secondo Adriano La Regina, che per primo ne diede l’edizione, il processo di alfabetizzazione sarebbe avvenuto in Campania (zona di Cuma) durante contatti commerciali fra Greci e gente locale e da lì sarebbe stato trasmesso nel Lazio (zona di Gabii) e successivamente a Roma. Questo confermerebbe la tradizione di Dionigi di Alicarnasso, secondo la quale Romolo e Remo si recarono a Gabii ad apprendere le lettere, e comporterebbe come la diffusione dell’alfabeto sia avvenuta attraverso vie interne (non toccate da rotte costiere) e nelle fasi di precolonializzazione, senza la mediazione etrusca, come si era ipotizzato in precedente.

Comunque, fra il sec. VII e il VI, il dominio della polis campana si estese rapidamente a tutta la regione flegrea e i porti naturali di Capo Miseno e tutto il golfo di Puteoli vennero a far parte ben presto dello stato cumano: seguì la fondazione di Neapolis con la quale si stabilì un’effettiva egemonia cumana su tutto il litorale della Campania, giungendo sino a Punta Campanella, all’altezza di Massa Lubrense, dove i coloni greci edificarono un tempio alla dea Atena, l’Athenaion, la cui fondazione mitica è attribuita a Ulisse.

Ma contro Cuma si allearono le popolazioni italiche della Campania, i Dauni, gli Arunci e gli Etruschi di Capua, per i quali ultimi soprattutto l’egemonia marittima dei Greci costituiva il maggior ostacolo all’espansione economica e politica. E si ebbe così la grande battaglia del 524 a. C. Secondo Dionisio l’esercito etrusco sarebbe stato composto da 500.000 fanti e 18.000 cavalieri: cifre evidentemente esagerate. I Cumani invece, sotto il comando di Aristodemo, detto il Malaco, eufemismo per dire gay sarebbero stati forti solo di 4500 fanti e 600 cavalli.

I Cumani attaccarono battaglia in luogo assai favorevole, fortemente accidentato, con laghi e alture, dove batterono pienamente i nemici che non poterono schierare le loro forze. Né mancò ben presto ad Aristodemo favorevole occasione di far sentire agli Etruschi tutto il peso dell’ostilità cumana, ché, alleatosi con i Latini, intervenne al loro fianco quando gli Etruschi minacciati dalla lega latina assediavano Aricia e, assunto il comando, riuscì a battere per la seconda volta i Tirreni e a liberare la città.

Tutto era conseguenza del tentativo di espandere il dominio cumano nel Latium Vetus, approfittando del caos che si era scatenato a seguito delle faide interne tra Tarquini. Ma né le vittorie conseguite né il favore popolare assicurarono ad Aristodemo una pacifica dittatura; una congiura, tramata da profughi politici con il favore del partito aristocratico, portò alla rivoluzione e alla morte di questo tiranno, a cui si deve il consolidamento della potenza e della grandezza di Cuma.

Ucciso Aristodemo, travagliata la città da discordie interne, gli Etruschi tentarono la riscossa, e Cuma ricorse per aiuto a Gerone, potente principe di Siracusa, il che portò alla battaglia navale del 474 a.C.

La vittoria sugli etruschi e la decadenza delle loro polis campane, ebbe però due effetti indesiderati sul Cuma: i Tirreni locali si erano dedicati, come base economica, alla cerealicultura estensiva: questo aveva portato al ferreo controllo degli osci locali, che fungevano da braccianti e coloni. Alla notizia della sconfitta, questi si ribellarono in massa. Secondo quanto racconta Dionigi di Alicarnasso,

Non acquisirono la terra secondo giustizia quando la occuparono la prima volta, ma accolti come ospiti dai Tirreni che la abitavano e uccisi tutti gli uomini, presero le loro donne e sostanze e città e la terra ambita

Rivolta, che oltre a mettere in crisi i commerci, si estese anche ai territori greci. Al contempo, sorse il problema sannita, che all’epoca stavano perfezionando la loro economia basata sull’allevamento ovino e sulla transumanza: le loro greggi, che in estate stanziavano sugli altipiani appenninici, d’inverno avevano bisogno di pascoli in zone temperate ed il territorio dell’agro capuano si presentava tanto a portata di mano da rappresentare la migliore soluzione per soddisfare le esigenze degli allevatori sanniti.

Gli etruschi avevano trovato un compromesso con i Sanniti, adottando una sorta di primitiva rotazione delle cultura: un anno un campo veniva coltivato a grano, l’anno successivo destinato a pascolo e affittato agli allevatori e viceversa. Con crollo tirrenico, gli accordi saltarono e le greggi sannite dilagarono ovunque, mettendo in crisi la produzione agricola locale e gli approvviggionamenti delle polis greche.

Al contempo, i Sanniti miravano anche a controllare le rotte commerciali in mano delle polis campane: per cui, iniziarono una politica espansionista che tra il 440 e il 420 a.C. portò alla conquista sannita di Cuma, che pur conservando culti e costumi greci, diventò una città osco-sabellica, con tutte le stranezze di questo melting pot.

Con l’occupazione romana della Campania, Cuma ebbe da Roma la civitas sine suffragio (anno 334) e tutto il distretto dell’agro cumano e capuano venne sottoposto alla giurisdizione dei praefecti Capuam Cumas (anno 318). Durante l’invasione annibalica, dopo la battaglia di Canne, a Cuma si combattè una battaglia assai aspra tra romani, campani e cartaginesi.

Tutto nacque dal tentativo dei Capuani di trascinare dalla parte di Annibale la città di Cuma, sollecitando dapprima i Cumani ad abbandonare l’alleanza con i Romani, e poiché non riuscirono a sortire alcun effetto, provarono ad impadronirsene con l’inganno. Tutti i Cumani dovevano celebrare periodicamente un sacrificio nelle vicinanze del santurario di Hamas, dedicato alla dea Madre, posto a tre miglia da Cuma. Il senato campano chiese a quello cumano di radunarsi insieme presso questa località e procedere ad un comune accordo, affinché entrambi potessero avere gli stessi alleati o nemici (tra Romani e Cartaginesi). I Cumani, seppure sospettassero la frode, non rifiutarono l’incontro, ritenendo di poter porre rimedio a tale inganno

Contemporaneamente il console Tiberio Sempronio Gracco, aveva passato in rassegna l’esercito, che si era radunato a Sinuessa, e dopo aver attraversato il Volturno aveva posto i suoi accampamenti presso Liternum. Qui il console dispose di esercitare soprattutto le reclute appena arruolate, in maggior parte volones, ossia schiavi che aveva accettato di diventare legionari in cambio della libertà, ad effettuare le dovute manovre, per abituarli a seguire le insegne e riconoscere i propri reparti sul campo di battaglia; ad istruire i legati e i tribuni, impedendo che le reclute potessero essere vilipese e dove il veterano fosse equiparato alla recluta ed il libero cittadino allo schiavo.

A Tiberio Gracco venne inviata un’ambasceria, informandolo di ciò che i Campani stavano tramando nei confronti dei Cumani e che, tre giorni più tardi, avrebbero dovuto recarsi presso Hamas ad incontrare il senato e l’esercito riunito campano. Gracco allora consigliò ai Cumani di raccogliere più provviste possibili all’interno della città e di rimanervi. Egli intanto mosse l’intero esercito verso Hamas il giorno prima della celebrazione del sacrificio.

I Campani erano giunti numerosi e con loro il meddix tuticus, il magistrato supremo Mario Alfio, insieme a 14.000 armati, più intenzionato a preparare la cerimonia religiosa che a fortificare il suo accampamento.

Si trattava di una cerimonia notturna, compiuta prima della mezzanotte. Gracco, poste le sentinelle a guardia delle porte dell’accampamento perché nessun traditore potesse uscire e avvertire il nemico, obbligò i soldati a dormire durante il pomeriggio (dall’ora decima, vale a dire le 16.00), in modo da poterli radunare di notte e mettersi in marcia nel silenzio più totale, giungendo all’ora opportuna presso Hamas.

Quando giunse ad Hamas attorno a mezzanotte, assalì da tutte le porte, nontemporaneamente, l’accampamento dei Campani, impegnati nella cerimonia religiosa. Uccise molti che erano andati a dormire, altri che tornavano inermi dalla cerimonia. Molti morirono. Livio scrive che furono uccisi più di 2.000 Campani, oltre al loro stesso condottiero, Mario Alfio. Molti furono fatti prigionieri e furono prese 34 insegne militari.Le perdite romane furono invece meno di 100. Gracco poi, una volta impadronitosi dell’accampamento nemico, si affrettò a ritirarsi dentro le mura di Cuma, per timore che Annibale potesse giungere rapidamente presso lo stesso, essendo posizionato sul Monte Tifata, poco a nord-est di Capua.

Previsione che non era campata in aria: un paio di giorni dopo Annibale si presentò baldanzoso sotto le mura di Cuma, per assediarla la pose sotto assedio, dopo aver saccheggiato l’agro cumano ed aver posto gli accampamenti a mille passi dalla città. Tiberio Gracco mandò un messaggero a Fabio Massimo il Temporeggiatore, che aveva il castrum presso Cales, il quale, tutt’altro che intenzionato ad affrontare il cartaginese, fece orecchi da mercante.

Sempronio venne così assediato, nel frattempo le macchine dei punici cominciarono ad essere approntate. Il console romano, per rispondere ad una grandissima torre di legno avvicinata alla città, ne fece sorgere un’altra sulle mura, più alta, essendosi servito dell’altezza del muro, appoggiandovi la torre su solide travi. Da questa i combattenti romani potevano difendere la città e le mura, lanciando sassi, e dardi di ogni genere.

Quando videro che la torre dei Cartaginesi era ormai giunta sotto le mura e vi era appoggiata, i soldati romani lanciarono contro la stessa tizzoni ardenti che provocarono un grande incendio. Dinanzi a questo incendio, i soldati cartaginesi cominciarono a gettarsi spaventati dalla torre, fuggendo verso l’accampamento. I romani ne approfittarono per una sortita, facendone grande strage. Livio commentò l’evento

«[…] in quel giorno il Punico [Annibale] apparve più simile ad un assediato che ad un assediante.»

Alla fine della battaglia 1.300 Cartaginesi furono uccisi e 59 presi vivi. Tiberio Gracco, prima che il nemico potesse reagire, diede il segnale di ritirarsi dentro le mura di Cuma. Il giorno seguente, credendo Annibale che il console Gracco, imbaldanzito dalla vittoria, avesse voluto combattere una battaglia campale, dispose il suo esercito in ordine di combattimento, tra i suoi accampamenti e la città. Tiberio Gracco, che scemo non era, rispose a pernacchioni, per cui, dati che stavano finendo i viveri, Annibale decise di togliere l’assedio e far ritorno al Monte Tifata.

Per questa sua fedeltà, Cuma ebbe nel 180 a. C. il diritto di servirsi della lingua latina negli atti ufficiali, e poi, già prima, è da credere, della guerra sociale, i pieni diritti di cittadinanza. Nella guerra civile fu una delle piazzaforti di Ottaviano che, con il valido ausilio di Agrippa, poté fare di Cuma, del lago d’Averno e di Miseno, una formidabile base navale da opporre alla flotta di Sesto Pompeo. Ebbe da Augusto una colonia militare. Dopo la vittoria di Ottaviano, essa diventò posto di riposo e di quiete, un rifugio dalla vita tempestosa ed agitata di Puteoli, città tanto tranquilla che Giovenale, nella III satira, non può fare a meno di invidiare ad un suo amico.

Alcuni studiosi hanno formulato l’ipotesi che a Cuma, in epoca paleocristiana, sia stato scritto nella prima metà del II secolo Il pastore di Erma, un libro di gener apocalittico, che ebbe un successo strepitoso tra i primi cristiani, tanto che alcuni Padri della Chiesa lo considerarono Sacra Scrittura.

Il libro, il cui contenuto è sintetizzabile in

“Sozzi peccatori pentitevi”.

è costituito da cinque visioni, dodici prediche e dieci parabole e prende il nome dal personaggio principale della Visione V, l’Angelo della Penitenza, il quale appare ad Erma nelle vesti di pastore. Nel frattempo, però, Cuma viveva una forte recessione economica: da una parte era isolata dalla principale arteria di traffico, la via Domitiana, a causa anche della Selva Gallinaria, che era un ottimo nascondiglio per ladri e briganti, dall’altra, cominciò a essere circondata dalle paludi, con i relativi problemi di malaria.

In età tardo-imperiale si cristianizzano i templi e gli edici pagani: simboli cristiani si conservano sulle pareti del cosiddetto Antro della Sibilla e i due templi maggiori dell’acropoli si trasformano in chiese; non mancano inumazioni ad sanctos nel pavimento dei templi, un battistero e un probabile martyrion nel cosiddetto Tempio di Giove e un riuso di parti dell’Antro della Sibilla e della Crypta Romana come catacombe.

Come raccontato nelle vicende di Narsete e dei Franchi, Cuma tornò ad avere un ruolo strategico durante la guerra gotica, cosa che portò a un certo rifiorire della città. Abitazioni altomedievali e resti di un’officina che produceva ceramica a bande larghe (V-VII sec. d.C.) confermano la persistenza dell’abitato sull’acropoli, mentre la città bassa si ruralizza. L’economia e la circolazione monetaria sono attestate da un tesoretto di duecentotredici monete bronzee rinvenuto negli sterri della Crypta Romana e databile nel VI sec. d.C. Ma negli anni a seguire Cuma divenne pressoché disabitata. L’interramento delle acque del Clanis e del Volturno fece in modo che la città ed il suo territorio, soprattutto
nella parte bassa, diventassero un immenso pantano.

Le scorrerie dei Saraceni le diedero il colpo di grazia. Insediati sull’acropoli dove potevano trovare un rifugio sicuro nelle gallerie del monte, i pirati seminarono a lungo il terrore nel golfo di Napoli, finché i Napoletani nel 1207 sotto il comando di Goffredo di Montefuscolo, riuscirono a porre fine alle razzie e alle incursioni, stanando i Saraceni nei loro covi, mettendo però fine alla vita di Cuma.Numerosi cumani fuggiaschi trovarono ospitalità a Giugliano, insieme con il Clero ed il Capitolo Cattedrale, trasferendovi anche il culto di San Massimo e Santa Giuliana.

Per secoli vi fu lungo tutto il litorale di Licola una palude, infine bonificata dai Borbone con la costruzione dei “Regi Lagni” (la denominazione di Regi Lagni è dovuta all’omaggio fatto alla dinastia regnante che commissionò i lavori di riassetto idraulico del territorio; infatti il Clanis, che in antico sfociava nel Lago di Patria, fu irregimentato e portato a sfociare 9 km più a nord, a Pinetamare).

primi scavi, occasionali e saltuari, vengono eseguiti per conto del Viceré Alfonso Pimentel all’inizio del 1600, mentre dalla metà del 1700, nel fervore archeologico sollevato dalla scoperta dei Pompei ed Ercolano, il territorio di Cuma diventa oggetto di scavi finalizzati ad arricchire le collezioni dei nobili napoletani e puteolanidi preziosi reperti.

E’ solo tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800 che la ricerca archeologica comincia ad assumere un carattere sistematico e documentario. Tra gli studiosi più noti, De Jorio effettua scavi in vari punti della città, ne localizza i confini e restituisce una delle prime piante, in seguito tenuta in conto anche da Beloch nel suo lavoro sui resti archeologici di tutta la Campania; Paoli e Morghen compilano dei veri e propri atlanti di vedute dei monumenti meglio conservati, che ancora oggi evocano la suggestione delle rovine archeologiche che tanto attrassero i viaggiatori del Grand Tour.

Gli importanti scavi del Conte di Siracusa Leopoldo di Borbone a metà ‘800 producono ritrovamenti spettacolari: quello più famoso è forse il Mausoleo delle teste cerate, una tomba monumentale di età romana nella quale due defunti avevano due maschere di cera al posto della testa, che solleva nelle pubblicazioni dell’epoca dei bellissimi dibattiti tra studiosi sull’interpretazione storica e archeologica di questo costume funerario.

L’altro fondamentale scavo di fine ‘800 è quello del Colonnello Emilio Stevens, che effettua numerose campagne nella necropoli di Cuma, il cui grande pregio è stato quello di documentare in maniera puntuale le tombe scavate, la loro localizzazione e i relativi corredi. Dai taccuini dello Stevens Gabrici trasse gran parte del materiale per il suo volume sulla necropoli di Cuma del 1913.

I ritrovamenti di questi due grandi scavi vengono acquisiti dallo Stato e trasferiti al Museo Nazionale di Napoli dove trovano ancora oggi sede e in parte sono esposti al Museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia.

Nel 1902 un’altra sensazionale scoperta desta l’attenzione della comunità scientifica: il fondo Artiaco, poco distante dalle mura settentrionali della città antica, restituisce la monumentale Tomba a tholos, che all’epoca fa scalpore perché viene confrontata con le tipologie omonime di tombe micenee e una tomba principesca della seconda metà dell’VIII sec. a.C. (Tomba 104) che fornisce una straordinaria testimonianza del rituale della sepoltura eroica associato a un capo indigeno.

Nel 1912 s’iniziarono i lavori di scavo sull’acropoli della città, e sulla terrazza inferiore apparvero gli avanzi imponenti del tempio di Apollo; mentre gli scavi ripresi fra il 1924 e il 1930, con più vasto programma d’esplorazione e di sistemazione, hanno messo completamente in luce il grandioso Antro della Sibilla, la via d’accesso all’acropoli e, sulla vetta del colle, il tempio attribuito provvisoriamente a Giove. Scavi che continuano ancora oggi…

2 pensieri su “La storia di Cuma

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