Viaggiatori islamici nella Palermo dei Florio

Dopo la conquista normanna di Balarm, tra i viaggiatori arabi che capitavano in Ṣiqilliyya dominavano due sentimenti, tra loro contrastanti: rimpianto e nostalgia, con la speranza che Dio, prima o poi restituisse l’isola al dār al-Islām e collaborazionismo con i nuovi padroni, sia perché, per i fedeli musulmani, almeno all’inizio, poco era cambiato, sia perché gli Altavilla avevano normalizzato lo strano Islam locale, imponendo l’ortodossia sunnita a scapito di quella sciita e azzerando le numerose eresie locali, con il loro millenarismo e il principio che la sovranità politica e religiosa non appartenesse al Califfo, ma con sfumature e forme differenti, ma all’intera Umma dei fedeli.

Dopo un periodo di stasi, le visite in Sicilia ripresero nel Settecento. Il motivo era abbastanza semplice: i Borboni, a differenza di altri governanti europei, non solo erano alquanto restii pagare il pizzo ai bey del Nord Africa, per evitare che le loro navi fossero oggetto di pirateria, ma si impegnavano con altrettanto entusiasmo nella guerra di corsa ai danni degli stati barbareschi.

Questo perché, anche se in misura assai minore di quella brasiliana, caraibica o del sud degli Stati Uniti, l’agricoltura estensiva del latifondo siciliano dell’epoca era basata sull’utilizzo degli schiavi. Il modo più veloce ed economico per ottenerli era andare a rompere le scatole agli infedeli islamici.

Di conseguenza, quando i Borboni esageravano, dal Marocco, dalla Tripolitania e della Tunisia partivano ambasciate dirette a Palermo, Messina e a Napoli, in cui si chiedeva ai vicini settentrionali di darsi una regolata, si trattava una tregua e si cercava di riscattare più prigionieri musulmani possibili. Che questi, o per una conversione di comodo, o perché avessero messo su famiglia o perché in fondo non stavano così male, fossero molto poco entusiasti del ritornare a casa, è un altro paio di maniche.

Come gli ambasciatori europei che si recavano in Nord Africa, anche gli ambasciatori degli stati barbareschi erano pieni di pregiudizi nei confronti degli infedeli: appena sbarcavano a Balarm, però, rimanevano straniati dalla scoperta che l’Altro, l’ifranğiyya, il franco, o il rumi, il romano, con le sue abitudini, stranezze e difetti non era così diverso dal proprio vicino di casa.

La stessa, per dirla tutta, che ebbero i dotti islamici di fine Ottocento e inizio Novecento, che fecero tappa in Sicilia, durante i loro viaggio di studio: i principali furono l’emiro algerino Abd el-Kàder e il mufti egizionaoMuhammad ʿAbduh.

Il primo fu eroe della resistenza algerina contro il colonialismo francese, di seguito amico di Napoleone III, poi protettore dei cristiani libanesi infine filosofo. Sue sono le parole

Il nostro Dio, quello dei cristiani, degli ebrei, dei sabei e delle sette deviate, è Uno, come Egli ci ha insegnato. Egli Si è manifestato a noi con una teofania differente da quella con cui Si è manifestato nella Sua rivelazione ai cristiani, agli ebrei ed alle altre confessioni. Di più: Egli Si è manifestato alla stessa comunità di Maometto con teofanie molteplici e differenti, il che spiega come questa comunità, a sua volta, comprenda fino a settantatré sette differenti, entro ciascuna delle quali bisognerebbe ancora distinguere altre sette, pur esse varie e divergenti, come constata chiunque ha familiarità con la teologia. Ora, tutto ciò nasce soltanto dalla diversità delle teofanie, che è funzione della molteplicità di coloro cui esse sono destinate e della diversità delle loro predisposizioni essenziali. Nonostante questa diversità, Colui che si epifanizza è Uno, senza mutamento dall’eternità senza inizio all’eternità senza fine

L’emiro raccontò più volte che proprio la sua visita in Sicilia, dove ammirò Messina, Taormina e l’eruzione dell’Etna, lo fece riflettere sull’esperienza dell’emirato kalbita e del regno normanno e sulla possibilità di conciliare due mondi quello europeo e quello islamico, le cui credenze differiscono più nella forma che nella sostanza.

Muhammad ʿAbduh è uno dei padri del Riformismo Islamico, affermando come l’Islam non dovesse rifiutare acriticamente la Modernità, ma dovesse coglierne ciò che è giusto e utile per il fedele e che leggi dovessero essere adattate alla realtà moderna, nell’interesse del bene comune.

Originario da una famiglia di poveri contadini, studiò logica e filosofia, avvicinandosi al sufismo. Massone, combinò il giornalismo, la politica e i suoi profondi interessi per la spiritualità mistica. Come giornalista, scrisse articoli sull’importanza dell’istruzione e sulla condanna della corruzione e della poligamia. Affermò parimenti che il regime parlamentare non era affatto incompatibile con l’Islam, come affermavano invece i “dotti” musulmani più conservatori.

Da giudice combattè a spada tratta la corruzione, da mufti emise numerose fatwa progressiste, una delle quali autorizzava i musulmani a depositare i loro soldi nelle Casse di Risparmio, legalizzando così indirettamente il prestito a interesse. La sua apertura verso la cultura europea è testimoniato dalla sua frase

Sono andato in Occidente e ho visto l’Islam, ma nessun musulmano; sono tornato in Oriente e ho visto i musulmani, ma non l’Islam

Nel 1902 il mufti, in un suo viaggio in Europa, decise di fare tappa nella Palermo dei Florio. ‘Abduh, come molti all’epoca, aveva una conoscenza alquanto superficiale di Balarm: il periodo arabo normanno era tutt’altro che valorizzato, sia tra il grande pubblico, sia tra i dotti.

‘Abduh prese alloggio presso l’Albergo Centrale di via Roma e si recò alla Biblioteca Nazionale e all’Archivio di Stato per consultare opere in arabo, manoscritti ed altro materiale riguardante la storia della presenza islamica in Sicilia; in parallelo a questo ruolo di dotto, si mise a fare il turista.

Si accorse subito di come ci fosse ben poca differenza tra i mercati del Cairo e Ballarò e la Vucciria. Entrando nella cattedrale, si accorse di una cosa che ci è sfuggita per decenni e di cui siamo consapevoli da pochi anni, ossia che gli Altavilla non demolirono la vecchia moschea, per ricostruire da zero un nuovo edificio, ma la adattarono al nuovo culto.

Visitando la Cappella Palatina e la Sala di Re Ruggero al Palazzo dei Normanni, la Chiesa degli Eremiti e la Zisa disse scherzando che erano più capolavori fatimidi a Palermo, che in Egitto. Insomma, riconobbe il ruolo della Sicilia come anello di congiunzione del Mediterraneo, di sintesi tra Oriente e Occidente, tra il Nord e il Sud del Mondo.

Interessante poi il racconto della sua visita al Convento dei Cappuccini, in cui si sofferma su due cose: la prima è la scuola adiacente, in cui veniva insegnato l’arabo ai missionari italiani diretti nei paesi musulmani. Invece di lanciare insulti contro gli infedeli, ‘Abduh esprime apprezzamento sia sull’impegno culturale, sia sul metodo didattico, sottolineando il fatto che sarebbe stato utile applicarlo anche nelle scuole del suo paese.

La seconda, è la descrizione delle sue catacombe, che cito dalla traduzione che ne ha fatto Antonino Pellitteri, ordinario di Storia dei Paesi Arabi e Islamistica presso l’Università di Palermo

Dei due cimiteri, il primo è una costruzione ampia che si estende sotto terra (leggi catacombe); vi si scende tramite una scala e vi sono aperture da cui arriva la luce. Vi si conservano corpi di defunti in modo diverso: in casse chiuse di legno, di pietra, di bronzo, come nel caso per esempio del signor Crispi, già capo del governo italiano. Il Crispi riposa in questo luogo dentro una bara chiusa. Ma, vi sono anche casse di vetro, attraverso cui si può vedere il morto con l’espressione che aveva al momento del trapasso. In un’unica cassa si trovano inoltre numerosi scheletri di individui scomparsi, i cui volti il visitatore può scorgere. Tale vista rattrista il cuore e da essa l’animo trae ammonimento.

Questi due gruppi di defunti hanno il privilegio di essere “collocati in aspettativa” in questo luogo, qualora appartengano a famiglie ricche, che possono versare al convento quanto esso richiede per acconsentire a tale privilegio. Vi è un altro gruppo di defunti imbalsamati, sistemati in piedi ed ai lati del locale, con i vestiti che avevano al momento di morire. Si tratta di salme di monaci e di preti che hanno voluto “essere posti in attesa” in questo posto, da dove poi risalire con la sua benedizione. Le loro figure sono deprimenti: a guardarle stringe il cuore, per cui risparmiamo al lettore la loro descrizione. Basti raffigurarsi un cadavere con quanto di più ripugnante la morte possa lasciare raffigurato in un corpo umano.

L’altro cimitero è invece, come il resto dei camposanti, all’aperto, ed i morti sono seppelliti nel ventre della terra. È uno dei posti più belli e tra quelli più puliti, con le tombe dalla bella architettura, all’ombra di cipressi cresciuti in perfetto ordine. Ci fu detto che: “coloro che qui vengono sepolti sono principi e persone facoltose. I poveri vanno altrove, in modo confacente alla loro condizione di povertà”. Come se fosse stato loro stabilito, per decreto, la disuguaglianza anche dopo la morte. La quale, invece, non solo rende uguali i ricchi alle categorie sociali meno abbienti, ma trasforma i loro corpi morti in alimento per vermi tra i più repellenti, così come accade a tutto il mondo animale.

Mi fu detto che il Governo, dopo essersi insediato a Roma, vietò la sepoltura nel primo dei cimiteri cui si è fatto cenno, ordinando che i morti venissero seppelliti solo in quei cimiteri che hanno le caratteristiche del secondo, ora ricordato, o della stessa tipologia. Ha permesso che nelle cappelle fossero “riposte in attesa” solo le salme del papa e del re, e di nessun altro. Soltanto le casse con i defunti appartenenti alle due categorie citate possono stare in chiesa. Ciò è un buon decreto del Governo; colui che si è celato al popolo mentre era in vita dietro la propria maestà, non può non essere da ammonimento dopo la morte per la gente comune

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