Atene contro Siracusa (Parte VIII)

Mentre il manicomio dello scandalo delle Erme, i preparativi ad Atene per la spedizione in Sicilia procedevano a vele spiegate, tanto che il contingente fu pronto a partire in occasione delle Adonie, che quell’anno cadavano a metà giugno.

Feste che ad Atene celebravano il dolore per la scomparsa di Adone e la gioia per il suo ritorno; sotto certi aspetti, erano una sorta di carnevale, dato che non erano feste pubbliche. Lo lo scoliaste al v. 389 della Lisistrata di Aristofane precisa che la città non le finanziava né le organizzava; si svolgevano tra profumi, vino e pranzi nelle abitazioni private. Il commediografo greco Difilo definisce le Adonie un autentico bordello e della loro licenziosità ci informa anche Menandro.

Tutto questo rese ancora più rovente l’atmosfera della partenza, che così descrive il nostro Tucidide, dipingendo un ritratto sublime della psiche umana

Per conto loro, invece, gli Ateniesi e alcuni alleati presenti in città discesero con l’aurora del giorno stabilito al Pireo, e montarono sulle navi pronti a puntare al largo. Era sceso in loro compagnia anche il resto della gente d’Atene, si può dire in massa: cittadini e forestieri. Quelli del posto accompagnavano per un saluto ciascuno i propri cari: quello un amico, l’altro un parente, l’altro ancora un figliolo. Camminavano, e ad ogni passo si fondeva alla speranza una nota di pianto: negli occhi il quadro superbo della conquista, ma dentro l’angoscia di non rivedere i volti amati, fantasticando su quelle tappe sconfinate di mare che separavano dalla patria la loro meta.

Ed ecco fu l’ora, e in procinto di separarsi verso un futuro denso di minacce, sentivano insinuarsi nei cuori uno sgomento più forte di quando decretarono in assemblea la campagna oltremarina: pure era una consolazione accompagnare con l’occhio la generosità spiegata in ogni particolare, e cogliere il senso di forza che dall’ordinato complesso spirava. I forestieri e l’altra moltitudine erano accorsi curiosi, nel presentimento d’assistere a un’esperienza di singolare interesse, a un progetto che pareva chimerico.

Tra l’altro Tucidide, nella sua saggezza, oltre a riecheggiare il concetto eschileo dell’hybris, l’orgogliosa tracotanza che porta l’uomo a presumere della propria potenza e fortuna e a ribellarsi contro l’ordine costituito, sia divino che umano, immancabilmente seguita dalla vendetta o punizione divina, evidenzia il problema di fondo di una spedizione di questo genere, nata più per motivi di prestigio, che per effettive esigenze strategiche: l’enorme costo imposto sia al tesoro statale, sia ai singoli ricchi ateniesi. Se fosse andata male, la casse vuote della città, avrebbero portato a un crollo dell’impegno militare attico e reso molto più difficile il controllo dell’impero e la riscossione dei tributo, dando il la a una spirale recessiva.

Poiché fu questo il primo armamento varato con le proprie forze da un’unica città con equipaggi interamente greci, il più largo di mezzi e il più magnifico tra quanti, fino a quei tempi, s’erano mai allestiti. Per numero di unità navali e di fanterie anche la campagna di Pericle contro Epidauro, poi condotta da Agnone contro Potidea, non era riuscita inferiore: all’offensiva navale partecipavano allora quattromila opliti cittadini, trecento cavalieri e cento triremi, oltre a cinquanta provenienti da Lesbo e da Chio. Al seguito, naturalmente, una folla varia di alleati. Ma l’azione in quella circostanza si protendeva per breve raggio, allestita con uno spiegamento di forze ordinario. Quest’ultima flotta, invece, salpava per una campagna che si presagiva di lunga durata, forte di un duplice armamento per affrontare, ove si presentasse l’urgenza uno scontro sia sui mari che di fanterie.

La squadra navale esigeva un impegno poderoso da parte dei trierarchi e dell’economia statale. Il tesoro pubblico passava ai marinai una dracma giornaliera di soldo a testa: aveva inoltre fornito gli scafi di sessanta vascelli da combattimento, quaranta di navi per trasporto truppe, con ai remi ciurme selezionate. I trierarchi s’erano assunti spontaneamente l’obbligo di versare alla classe dei traniti e al personale specializzato di bordo un soprassoldo sulla paga corrisposta di denaro statale, provvedendo inoltre ai fregi e alle preziose suppellettili di ogni bastimento; e ogni trierarca aveva profuso energie e capitali senza risparmio, purché il proprio vascello spiccasse per il lusso degli ornamenti e la scorrevolezza sul mare.

Nell’armata terrestre militavano, tratti da leve meticolose, elementi scelti, in mezzo ai quali s’era accesa una rivalità appassionata tra chi sfoggiasse le armi migliori e l’equipaggiamento più efficiente. Si trovò che non solo in seno all’armata dominava lo spirito d’emulazione, a seconda del servizio cui ciascuno era stato assegnato, ma che l’operazione nel suo complesso si poteva intendere più come una parata dimostrativa della potenza e grandezza ateniesi agli occhi degli altri Greci, che un reale armamento ai danni dei nemici. Se infatti si fosse tenuto calcolo dello sforzo finanziario sostenuto dall’erario pubblico e delle somme che i partenti recavano via con sé; delle spese già versate dallo stato e dei fondi consegnati agli strateghi in partenza; delle cifre elargite dai singoli per attrezzarsi e da ogni trierarca per armare la propria nave, oltre a quelle tenute con se di riserva, in vista d’impegni futuri e inoltre, senza contare il soldo governativo, di tutto quanto era prevedibile che ciascuno si rifornisse per far fronte ad ogni evenienza di viaggio, presagendo un lungo periodo di campagna; e con l’aggiunta del liquido che per ragioni di traffico ognuno, armato o mercante, portava con sé all’imbarco l’importo in talenti delle fortune che uscivano da Atene toccava, nell’insieme, una quota ragguardevole. E questa spedizione rimase celebre non meno per lo spettacoloso ardimento e il fulgido quadro che offriva all’occhio, che per la supremazia strategica sul nemico che si andava ad attaccare; perché inoltre, era l’offensiva transmarina inferta agli obiettivi più remoti che mai in passato dalle proprie basi, e l’impresa scortata dalle speranze più liete per l’avvenire, nate ammirando le disponibilità presenti.

Ormai le truppe gremivano le navi e s’era già tutta stivata l’attrezzatura che avrebbero portato via con sé, quando uno squillo di tromba segnalò il silenzio. E gli equipaggi, non da ogni singolo vascello, ma ad una voce, guidati dall’araldo, ripeterono le preghiere di rito prima del distacco; e in ogni angolo della flotta, attingendo dai crateri colmi di vino con coppe d’oro e d’argento tutti, truppa e ufficiali, libarono. Si fondeva alla preghiera anche la voce dell’altra gente stipata sui moli: cittadini e quanti, per sentimento d’amicizia, s’erano raccolti laggiù. Poi s’intonò il peana e conclusa la cerimonia le navi si staccarono, uscendo dapprima in lunga fila dalla rada, poi sfidandosi subito in velocità fino ad Egina. Allora gli Ateniesi misero senz’altro le prue su Corcira, meta di raccolta di tutte le altre squadre in arrivo dai porti amici.

Arrivati a Corcira, la nostra Corfù, che ricordiamolo, era stata uno dei casus belli della guerra del Peloponneso e raggiunto lo scopo dimostrativo nei confronti dei nemici, che da una parte rimasero certo atterriti dal mostrare i muscoli di Atene, dall’altra tirarono un sospiro di sollievo, in fondo era meglio che sprecassero le loro risorse in terre lontane, piuttosto che utilizzarle ai loor danni, decisero di riorganizzare il contingente, per semplificarne il comando e la logistica e probabilmente su suggerimento di Nicia, mandarono un’avanguarda, sia per saggiare le potenziali alleanze e comprendere dove sbarcare in Sicilia, sia per capire l’effettivo stato delle finanze di Segesta, sulla cui ricchezza, lo stratega ateniese aveva, giustamente, parecchi dubbi

Gli Ateniesi frattanto con tutti gli alleati stazionavano già nel mare di Corcira. Come misura preliminare gli strateghi passarono in rivista l’armata assegnandole la disposizione da conservare sia nella fase di ormeggio che nelle operazioni d’alloggio a terra. Ripartirono l’esercito in tre settori, poi sorteggiati uno per stratego: ad evitare che accostando compatti si incontrassero difficoltà di rifornimento d’acqua, negli attracchi ai moli e nel reperire vettovaglie nei porti. Tra l’altro, la disciplina di marcia si assicurava meglio con questa regola, e il comando diveniva più agile, direttamente agli ordini, divisione per divisione, del proprio stratego. In un secondo momento, gli strateghi mandarono tre navi avanti, in Italia e in Sicilia, per accertare quali città avrebbero loro offerto accoglienza. S’era data istruzione, al ritorno, di farsi incontro alla flotta, allo scopo di conoscere in anticipo i punti precisi di sbarco.

Così Tucidide ne approfitta per dare il dimensionamento effettivo del contingente di invasione ateniese

Concluse queste operazioni iniziali, gli Ateniesi sciogliendo ormai le vele da Corcira iniziavano la traversata alla Sicilia con i mezzi seguenti. Disponevano in tutto di centotrentaquattro triremi, oltre a due navi di Rodi a cinquanta remi (tra esse cento erano attiche, di cui sessanta unità veloci; il rimanente per trasporto truppe; il resto della flotta apparteneva a Chio e agli altri alleati). In tutto gli opliti erano cinquemilacento (tra cui millecento ateniesi forniti dalle classi di leva cittadine, settecento erano teti imbarcati come combattenti sulle navi; gli altri partecipavano in qualità di alleati: parte tributari, parte Argivi, cinquecento, parte milizie di Mantinea, che con le truppe mercenarie assommavano a duecentocinquanta). Complessivamente gli arcieri erano quattrocentottanta (tra cui ottanta provenienti da Creta); c’erano poi settecento frombolieri di Rodi, centoventi fuoriusciti di Megara con armatura agile. Seguiva da ultimo un solo bastimento per trasporto di truppe a cavallo, con trenta cavalieri a bordo. Erano dunque tali le proporzioni del primo contingente di spedizione che varcava il mare alla guerra con in coda un convoglio di trenta vascelli da carico, in cui era stivato tutto l’occorrente in vettovaglie, con a bordo fornai, muratori, carpentieri e un’attrezzatura completa per opere di fortificazione e d’assedio. Di fianco al convoglio veleggiava un centinaio di battelli da carico requisiti: liberamente s’era invece aggregato un nutrito gruppo di legni mercantili e altri bastimenti, per ragioni di traffico

Dall’elenco fornito da Tucidide saltano agli occhi due cose. La prima, il grosso errore tattico, dovuto alla scarsa presenza della cavalleria nella spedizione. Tra l’altro, ad Atene, i contigenti dei cavalieri, pur non uguagliando in qualità e quantità quelli tessali, erano di gran lunga superiori a quelli delle altre polis.

Il cavaliere ateniese indossava il petasos, una corazza anatomica, stivaletti, chitone, una clamide nera, ed era provvisto di 2 giavellotti e una sciabola. Ad esso veniva conferito un assegno giornaliero per l’acquisto del foraggio, un contributo per l’acquisto del cavallo, che annualmente veniva sottoposto a controllo come stabilito dalla Bulé, in occasione della dokimasia. Il contingente era suddiviso in Philè di 100 hippikon comandati da un filarca. Ciascuna ala di cavalleria, composta da 5 philai veniva comandata da un hipparca con carica annuale. Ciascuna philè conferiva all’hipparchia 5 prodromoi, cavalieri con compiti di esplorazione e recapito messaggi.

Di fatto, la loro tattica era abbastanza semplice: si avvicinavano alla falange oplitica avversaria, lanciavano i giavellotti, per infastidirla, poi caricavano i fuggitivi. Ben diversa, la cavalleria nell’esercito siracusano, molto più numerosa, meglio corazzata e armata: era dotata di una lancia più pesante e lunga dello xiston macedone e la spada monofilare makhaira. Con la carica scompaginavano la fanteria nemica, per poi farsi largo a spadate nella mischia. E proprio questa differenza di numeri e di tattiche, fu causa di diversi problemi per gli ateniesi.

La seconda, l’enorme costo operativo della spedizione. Facciamoci i conti della serva. Dai resoconti riguardo alla battaglia di Potidea (433 a.C.) si conosce che un oplita prendeva 2 oboli al giorno. Successivamente però, la paga di ogni singolo soldati salì a 4 oboli quotidiani cioè 20 dracme d’argento al mese; durante la spedizione ateniese il salario toccò le 30 dracme mensili. Con un esercito di 5100 opliti si sarebbe spesi teoricamente per i due anni di spedizione circa 600 talenti (30 dracme × 24 mesi × 5100 opliti). Considerando le perdite e gli opliti di rinforzo la cifra si avvicina ai 1000 talenti.

Il costo medio dei marinai era di 3 oboli al giorno durante il periodo di Pericle, quello di una trireme era di 200 dracme al giorno, ovvero 12 talenti l’anno.La flotta di 134 triremi sarebbe quindi costata teoricamente oltre 3200 talenti per i due anni della spedizione (1 talento mensile × 24 mesi × 134 triremi). Le prime perdite significative si fecero sentire solo dopo il primo anno di spedizione: in totale quindi, comprendendo perdite e rinforzi, Atene dovette pagare almeno 3000 talenti. I cavalieri costavano circa 12 oboli al giorno. La loro paga sarebbe in totale costata ad Atene circa 5 talenti.

Le 700 unità leggere costarono dai 35 ai 58 talenti. I 480 arcieri richiesero circa 38 talenti, visto che la loro paga era di 4 oboli al giorno, ovvero 20 dracme al mese (20 dracme × 24 mesi × 480 arcieri = 230 400 dracme ≈ 38 talenti). Simile era la paga dei frombolieri che costarono circa 45 talenti.

Per cui, complessivamente, 4146 talenti. Ogni talento attico equivale a 26 kg di argento puro. Di conseguenza, 107.796 kg di argento ossia, al prezzo medio di 700 euro a kg, il totale di 75.547.200 euro, che vanno raddoppiati, considerando i costi di varo della flotta. Con 150.000.000 di euro, anche in caso di vittoria, l’economia ateniese ne sarebbe stata comunque prostrata.

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