Pippo Spano

Parlando delle guerre hussite, ho accennato di sfuggita a una figura, che sicuramente, meriterebbe maggior fama e certo la sua vita non sfigurerebbe in una serie su Netflix: si tratta di Filippo Buondelmonti degli Scolari, meglio noto come Pippo Spano.

Pippo nacque nel 1369 a Tizzano, nei dintorni di Firenze, da Stefano e da una Antonia di cui si conosce solo il nome, da una famiglia di mercanti, alquanto prospera: per essere pronto a prendere in carico le attività di famiglia, a tredici anni divenne apprendista del mercante fiorentino Luca del Pecchia, che si stava arricchendo con il commercio con l’Ungheria.

Per cui, Pippo si trasferì a Buda, dove si fece ben volere dalla locale colonia toscana, tanto che, a valle della chiusura delle attività di del Pecchia in Ungheria, si fecero in quattro per trovargli un nuovo lavoro: grazie a loro nel 1385 entrò al servizio dell’arcivescovo di Esztergom, Demeter Kaniszai, lavorando come impiegato che oggi definiremmo ufficio acquisti della diocesi. Onesto e incorruttibile, gli fu affidato il compito di raccogliere il denaro per combattere i turchi che minacciano il Danubio.

In tale occasione fece amicizia con il funzionario regio Miklós Kanizsai, l’equivalente del nostro capo dell’Agenzia delle Entrate, tanto che nel 1389, alla morte di Demeter, lo raccomandò al fratello János, nuovo arcivescovo di Eszetergom e soprattutto gran cancelliere del regno d’Ungheria.

János nominò Pippo suo capo contabile; bazzicando la corte, nel 1390, accadde un evento imprevisto che gli cambiò la vita. Pippo era Doboj, in Bosnia, all’epoca possesso ungherese, dove era stato spedito da János a indagare sulla contabilità cittadina, dato che il gran cancelliere era convinto su come i magnati locali stessero barando sulle entrate e sulle uscite, intascandosi parte delle tasse di spettanza regia. Pippo esaminò con attenzione i libri contabili e non solo si accorse della malversazione, ma scoprì, per puro caso, come questa servisse a finanziare una rivolta contro il re Sigismondo d’Ungheria. Avvertita la corte di Buda, organizzò anche la trappola che permise di catturare i trentadue congiurati, che furono ammazzati a coltellate, due alla volta, nel castello di Ozora.

Con quell’azione Pippo conquistò anche la fiducia del re, cosa che diede il via alla sua carriera. Sempre come capo della contabilità e revisore dei conti economici, accompagnò nel 1396 Sigismondo alla battaglia di Nicopoli contro i Turchi: rendendosi conto di come le cose si stessero mettendo pessimamente per la coalizione crociata, ebbe la prontezza di spirito di impadronirsi di una barca, di farci salire, quasi a forza, Sigismondo, il cardinale Kaniszai e il conte Ermanno di Cilla e di fuggire a fuggire verso la foce del Danubio, spacciandosi per poveri pescatori, dove furono portati in salvo dalle galee veneziane.

Come premio, nel 1397, Pippo ottenne il privilegio di amministrare il castello di Simontornya. Con l’acquisizione di questa residenza divenne nobile di fatto, entrando così nella ristretta cerchia della classe dirigente magiara; ma formalmente la sua nobilitazione si concretizzò con l’accordo matrimoniale con Borbála Ozorai, figlia di un ricco proprietario terriero, che aveva conosciuto durante la sventata congiura di Doboj. Già all’epoca, l’aveva chiesta in sposa, ma il padre aveva rifiutato la sua richiesta, visto che riteneva disonorevole avere come genero un impiegato: ora, invece, le cose erano cambiate.

Nella circostanza, Borbála ottenne dal re (2 giugno 1398) il diritto di primogenitura, ossia il privilegio di ereditare i beni paterni come fosse il figlio maschio maggiore. Il 5 novembre 1399, Pippo ottenne anche due privilegi: il diritto di tenere mercato settimanale a Ozora e quello di esercitare lo ius gladii «pro extirpandis furibus et latronibus», ossia la responsabilità di comandare la milizia locale e di amministrare la giustizia L’ex apprendista mercante aveva in tal modo ottenuto il pieno possesso del villaggio di Ozora (da cui derivò il nome di Ozorai Pipo con cui è ancor oggi conosciuto in Ungheria).

Nel 1400, Pippo scoprì una nuova congiura contro Sigismondo, capitanata dal barone magiaro Stefano Lackfi, che voleva porre sul trono di Buda il re di Napoli Ladislao d’Angiò. Sigismondo d’Ungheria si disse disposto a un compromesso, tanto da convocare un’assemblea di nobili a cui fu invitato anche Stefano Lackfi, a cui fu consegnato un salvacondotto, a prendervi parte con i suoi fautori. In realtà era una trappola, organizzata dallo stesso Pippo. Appena giunsero in presenza del re i ribelli furono catturati, disarmati e uccisi su due piedi. Gli immensi possessi dei Lackfi, comprensivi di otto fortezze e di duecentocinquanta villaggi, furono divisi tra il re ed i suoi fedeli. Ovviamente, una parte fu incamerata anche da Pippo, che ottenne il titolo di governatore della Camera del sale della Transilvania, che gestiva l’estrazione e il commercio del salgemma e che fruttava proventi favolosi.

Il 28 aprile 1401, il suo vecchio protettore, János l’arcivescovo e il conte palatino Detre Bebek organizzarono una congiura contro il re, che fallì anche per l’intervento di Pippo, che fece da scudo umano a Sigismondo. Lo ritroviamo assieme al sovrano a Pozsony, l’odierna Bratislava, il 21 settembe 1402, in occasione della stipula del contratto che designava l’arciduca d’Austria, Alberto IV, erede di Sigismondo al trono magiaro. Nonostante il suo modesto incarico di conte camerario, Scolari figurava già allora tra i grandi del regno: era il quarantottesimo tra i centodieci praelati, barones, nobiles, proceres che avevano accompagnato il re a Pozsony.

Pippo trasse ulteriore giovamento per la sua carriera dalla seconda congiura ordita contro il sovrano all’inizio del 1403. Anche questo nuovo complotto era pianificato per portare sul trono d’Ungheria il re di Napoli Ladislao d’Angiò-Durazzo: ora, Pippo, che sino a quel momento non era nulla più che un burocrate di successo, si improvvisò militare. Arruolò 700 cavalieri e scoprì un’inaspettato talento militare, stupendo i suoi avversari per la sua brutalità spietatezza delle sue condotte di guerra: era noto per tagliare la mano destra dei prigionieri da lui rilasciati, per impedire che potessero riprendere le armi in futuro. In tale campagna, conquistò il castello di Visprino e contrasta i ribelli che sconfisse sul fiume Raab. Attaccò a Esztergom dove si era fortificato il cardinale Kaniszai, mettendola a ferro e fuoco per poi costringere l’esercito angoino a reimbarcarsi per Napoli.

Come premio, ricevette dal re il castello di Temesvár (oggi Timisoara in Romania) e la contea di Temes con l’ambito titolo di ispán, cioè governatore, da cui derivò il suo soprannome di ‘Spano’, entrando così nella cerchia dei maggiori signori territoriali forniti di banderium del Regno d’Ungheria. La carica di governatore di Temes era una delle maggiori del regno, data anche la crescente importanza assunta da questa contea dopo che gli Ottomani si erano fatti sempre più minacciosi ai confini meridionali dello Stato magiaro.

Scolari esercitò la giurisdizione anche sulle contee di Csanád (Cenad), Arad, Krassó (Caraş), Keve (Kovin), Csongrád e Zaránd (Zarand). Inoltre, tra il 1409 e il 1413, fu anche governatore della contea di Fejér. Non possedeva la facoltà di legiferare nei propri domini, ma aveva la delega del sovrano a presiedere le assemblee locali e poteva elargire donazioni; come governatore di contea era investito anche di funzioni giudiziarie; infine, in qualità di giudice partecipava alle sessioni del tribunale presieduto dal conte palatino, il quale rappresentava il sovrano nella gestione degli affari giudiziari. Rivestì inoltre la carica di sommo tesoriere dal 21 aprile 1407 al 10 luglio 1408.

Nel frattempo, combattè contro i Turchi, lanciando la moda di impalare i prigionieri, e sconfisse Tvartko II di Bosnia. Nel luglio del 1409, Ladislao d’Angiò-Durazzo re di Napoli e rivale di Sigismondo nella contesa del trono d’Ungheria, per 100.000 ducati vendette la città di Zara a Venezia. Tale cessione comportò un immediato deterioramento dei rapporti diplomatici tra la Serenissima e la corona ungherese, fino ad allora rimasti sostanzialmente buoni. Sigismondo infatti, eletto nel 1410 anche imperatore di Germania e dei Romani, era vivamente interessato a quei territori della Dalmazia che, insieme a quelli del Friuli, fungevano da importanti luoghi di passaggio e di collegamento tra i due suoi domini.

Per cui, incaricò Pippo di trovare un accomodamento diplomatico con i veneti e un’alleanza contro Ladislao. Nel 1410 organizzò con grande pompa la sua ambasceria, si fa accompagnare da numerosi gentiluomini e da una scorta di 300 cavalli. Nel suo viaggio italiano, fece tappa a Firenze, fermandosi per quaranta giorni in un palazzo posto all’angolo tra il Canto dei Giraldi ed il borgo degli Albizzi fatto costruire dal fratello Matteo con il suo denaro, soggiorno che, come vedremo, colpì la fantasia dei suoi concittadini. Fu accolto a Ferrara da Niccolò d’Este; ad agosto si incontra a Bologna con l’antipapa Giovanni XXIII.

Visto che i veneziano rifiutavano qualsiasi accordo, Pippo appoggiò la causa di Brunoro della Scala e di Marsilio da Carrara, rispettivamente pretendenti delle signorie di Verona e di Padova, ospitandoli presso di sé una volta cacciati dal governo veneziano nel 1404, anno in cui inizia la grande espansione veneziana nell’entroterra veneto.

Così, nel 1411 scoppià la guerra tra Venezia e l’Ungheria: Pippo, alla testa di 16.000 ungheresi e boemi, invase il Friuli, prendendo e saccheggiando Monfalcone, Marano, Portogruaro, Ceneda, Serravalle, Belluno, Feltre, il Trevisano, il Veronese ed il Padovano (dove sperava nell’insurrezione antiveneziana a favore degli spodestati Carraresi, Scaligeri e da Camino).

Pippo, assieme a Sigismondo ed alla testa di 6.000 cavalieri, entrò a Udine il 28 settembre 1411, dopo che la città aveva chiesto invano protezione al duca d’Austria Ernesto “Il Ferreo” d’Asburgo; Udine fu costretta a pagare un alto prezzo per evitare il saccheggio; il 30 settembre cadde anche Cividale.

Anche i veneziani invasero il Friuli causando stragi e saccheggi: il nobile friulano Tristano Savorgnan, dopo essere stato assediato quattro mesi nel proprio castello di Povoletto, fece atto di sottomissione alla Serenissima e riparò subito a Venezia dove fu nominato provveditore. Proprio Tristano Savorgnan si rese protagonista di un’azione ardita: con 400 cavalieri, numerosi fanti e innalzando false insegne ungheresi ingannò la guarnigione che presidiava le mura cittadine e riuscì ad entrare a Udine, ma venne scoperto e subito cacciato (28 marzo 1412). Carlo I Malatesta, al soldo di Venezia, con 8.000 cavalieri e 6.000 fanti saccheggiò anche i territori di Enrico IV conte di Gorizia (maggio-giugno 1412).

Neppure l’Istria fu risparmiata dal conflitto: Venezia occupò Buie, Portole, Rozzo e Colmo, mentre gli ungheresi occuparono il castello di Montona credendolo di Venezia, scoprendo invece che era presidiato da milizie patriarcali. I due contendenti si affrontarono per il controllo dei territori appena occupati; Venezia realizzò 22 miglia di fossi e terrapieni lungo il Livenza, che fu pattugliato da una flottiglia munita d’artiglierie; Filippo Scolari con 3.000 cavalieri e truppe raccolte nelle guarnigioni (boemi, tedeschi, ungheresi ed alcuni feudatari friulani) attaccò di sorpresa all’alba il campo veneziano a Motta di Livenza (24 agosto 1412).

Carlo Malatesta venne ferito tre volte negli scontri e Taddeo del Verme (anch’egli ferito nello scontro) furono alla fine soccorsi da un contingente di cavalleria condotta da Ruggero “Cane” Ranieri e Crasso da Venosa, i quali riuscirono a respingere gli attaccanti che lasciarono sul campo più di 1.300 tra caduti e feriti. Guglielmo da Prata ed altri tre capitani furono fatti prigionieri, e cinque delle sei bandiere furono perse. Passati all’offensiva, i Veneziani posero l’assedio a Udine (15 ottobre 1412), riuscendo a sconfiggere Filippo Scolari, solo per venire cacciati dall’esercito guidato da Sigismondo, divenuto frattanto re di Germania, che fu accolto in città il 13 dicembre 1412. Venezia occupò tuttavia i porti della Dalmazia ed assoldò Pandolfo III Malatesta signore di Fano, Brescia e Bergamo, ma nessuno raggiunse un successo decisivo, tanto che si raggiunse una pace di compromesso.

Dopo la guerra con Venezia, Pippo prese le armi, con mediocri risultati, più però per colpa di Sigismondo che sua, contro gli hussiti, e, con più successo, contro i Turchi. Quest’ultimi, alla notizia della sua presunta morte, nel 1422, invasero la Va. Su richiesta del despota di Serbia Stefano Lazarevic e del nipote di questi Giorgio Brankovic mosse contro gli avversari alla testa di 5000 cavalli e di 10000 uomini. Giunse a Golombaz e vincs in battaglia campale i turchi che subirono la perdita di 20000 uomini: non ebbe però il tempo di assaporare il frutto della vittoria. Assistette al combattimento da una portantina, essendo gravemente ammalato di gotta e al termine dello scontro, gli venne un collasso per gli strapazzi sopportati e perdette quasi la parola. Aggravatosi a Várad, fu portato a Lippa (Lipova), dove si spense il 27 dicembre 1426. Fu seppellito in una cappella a Székesfehérvár, da lui fatta costruire nel 1425, accanto a quella dei re d’Ungheria.

Pippo non fu solo un guerriero spietato: fu un amante dei libri e della cultura, amico degli umanisti cardinale Branda Castiglione e Poggio Bracciolini e un mecenate, prodigo elemosiniere e finanziatore di opere civili e religiose. Fece costruire a Ozora, oltre al castello, un monastero di osservanti francescani, abitato dal 1423 e un un acquedotto che avrebbe dovuto portare l’acqua dal lago Balaton a Ozora. A Lippa, finanziò la costruzione dell’ospedale di S. Elisabetta.

Fu anche un amante dell’arte e molto probabilmente fu lui a chiamare in Ungheria Masolino da Panicale, che stava lavorando insieme a Masaccio agli affreschi della Cappella Brancacci, per far dipingere la sua cappella a Székesfehérvá. Alla sua morte nel 1426 lasciò 5.000 fiorini d’oro all’Arte dei Mercatanti di Calimala, per far costruire una chiesa camaldolese, dedicata alla Vergine e ai dodici Apostoli, che fu commissionata al Brunelleschi, la famigerata Rotonda di Santa Maria degli Angeli.

Opera che tra l’altro, non fu mai completata, perché la Repubblica fiorentina requisì il lascito per sopperire alle spese della guerra contro Lucca (dal 1437), rimase il rudere alto circa sette metri, che fu poi chiamato dal popolo il Castellaccio. Esso era inserito nel muro di confine dell’orto del monastero, finché non venne coperto con un tetto nel XVII secolo. Nel XIX secolo si costruirono sopra alcune stanze e il locale servì come studio allo scultore Enrico Pazzi. Fu ristrutturata da Rodolfo Sabatini solo nel 1937 seguendo il disegno del suo ideatore ma senza riuscire a dare un aspetto unitario all’edificio, che rimane comunque diviso in parte bassa con i tipici costoloni in pietra serena, e parte alta senza decorazioni. La scelta operata dal progettista fu quella di completare le strutture rinascimentali con una nuova porzione dal linguaggio asciutto e più legato alla contemporaneità – coprendo l’aula in assoluta autonomia, così da non turbare l’architettura brunelleschiana con eccessivi contrasti. ha ospitato a lungo le aule del Centro linguistico d’Ateneo, oggi spostate in via degli Alfani, ed oggi appartiene ancora all’Università di Firenze, sebbene non venga utilizzato.

La rotonda di Santa Maria degli Angeli è l’unico edificio a pianta centrale progettato da Brunelleschi senza doversi misurare con strutture continue. Dell’assetto originario resta, tra le varie testimonianze, un disegno abbastanza fedele di Giuliano da Sangallo, che mostra un impianto a simmetria raggiata con asse verticale, ispirata all’edificio esquilino del tempio di Minerva Medica.

La pianta è ottagonale e su ciascun lato si apre una cappella, circondata attorno all’aula centrale da arcate e lesene in pietra serena. L’altare doveva trovarsi probabilmente al centro, coperto da una cupola. Ciascuna cappella, di forma quadrata con due nicchie ai lati che la facevano sembrare ellittica, aveva una parete piana verso l’esterno, mentre negli spazi dei pilastri erano tagliate nicchie esterne forse destinate ad essere decorate da statue. Le nicchie interne dovevano essere in comunicazione l’una con l’altra, in modo da generare un andamento circolare dello spazio.

Come detto, sia il per il lusso del suo soggiorno fiorentino, sia per la sua storia di self made man, colpì la fantasia dei suoi concittadini. Compare infatti nella Novella del Grasso legnaiolo, racconto di una celebre beffa ordita da Brunelleschi, che, nonostante il ritratto serioso che gli danno i libri di Storia dell’Arte, non avrebbe sfigurato tra i protagonisti di Amici Miei, ai danni dell’ebanista Manetto Ammanatini, detto Il Grasso.

Brunelleschi fece credere a Manetto di essere un’altra persona, un certo Matteo Mannini, fannullone che viveva alle spalle dei parenti. Con la complicità di un gran numero di persone, la beffa riuscì al punto di far dubitare alla vittima della propria stessa identità. Se vi ricorda la storia di Gasperino er Carbonaro del Marchese del Grillo, avete ragione, è una delle sue fonti di ispirazioni. Comunque alla fine della vicenda per evitare il ridicolo il povero legnaiolo è costretto a trasferirsi in Ungheria al seguito di Pippo Spano, dove peraltro farà fortuna.

Pippo è anche protagonista del Ciclo degli uomini e donne illustri affrescato da Andrea del Castagno, realizzato tra il 1448 e il 1451 nella villa Carducci di Legnaia presso Firenze, per il gonfaloniere di Giustizia Filippo Carducci.

Filippo Carducci fece decorare ad Andrea del Castagno la loggia della villa, che successivamente venne trasformata in salone. Il ciclo, ispirato da esempi padani, celebra il valore delle virtù morali degli uomini, che venivano innalzati a una dimensione eroica. Se fino ad allora i personaggi erano spesso tratti dalla Bibbia e dalla mitologia, quindi modelli astratti e fuori dal tempo; nel ciclo di Legnaia, a parte le figure femminili, vennero scelti personaggi del passato prossimo di Firenze, ancora vivi nella memoria. Questa particolare iconografia si ispirò a Boccaccio, ma anche a Plutarco, il cui Mulierum virtutes era stato tradotto dal latino entro il 1495 da Alamanno Rinuccini, cugino di Andrea Carducci e nipote di Filippo.

Questa decorazione è costituita da singole immagini, quasi in finto rilievo, in nicchie rettangolari, allineate su una lunga parete: tre uomini d’arme, Pippo Spano, Farinata degli Uberti e Niccolò Acciaioli; tre letterati, Dante, Petrarca e il Boccaccio; e tre figure femminili, la Sibilla Cumana, la regina Ester, la regina Tomiri; inoltre, sopra una porta, una Madonna col Bambino tra angeli a mezzo busto, sotto un padiglione (iconologia imitata più tardi da Piero della Francesca nella Madonna del parto, a Monterchi); ai lati della porta sono riapparse in restauri (1949) le figure di Adamo ed Eva e il Crocefisso.

Andrea del Castagno assolve il suo compito senza rinunziare al suo dinamismo e al suo plasticismo (che, anzi, appare, dal pretesto stesso della finta scultura, singolarmente accentuato); rende in modo virtuosistico e realistico la qualità della materia (anche nei finti marmi delle nicchie) e si dimostra perfettamente al corrente dei tentativi di epigrafia classicheggiante nelle stupende iscrizioni che commentano le raffigurazioni degli eroi e delle eroine.

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