La coppa di Nestore

Come accennato in un altro post, il primo stanziamento storicamente noto dei coloni greci in Italia è nell’isola di Ischia. Paradossalmente, benché ne parlassero Strabone

Pithekoussai fu un tempo abitata da Eretriesi e anche da Calcidesi i quali, pur avendo ivi prosperato grazie alla feracità del suolo e alla lavorazione dell’oro, abbandonarono l’isola in seguito ad una disputa; più tardi essi furono spinti fuori dell’isola da terremoti ed eruzioni di fuoco, mare e acque bollenti … E anche Timeo dice che gli antichi raccontano molte cose meravigliose a proposito di Pithekoussai, e che solo poco prima del suo tempo, l’altura chiamata Epopeus (l’attuale Monte Epomeo), al centro dell’isola, scossa da terremoti, emise fuoco e respinse la parte tra sé e il mare nel mare aperto; e la parte di terra che era stata ridotta in cenere, dopo essere stata sollevata alta nel cielo, piombò giù di nuovo sull’isola come un turbine; e il mare si ritrasse per tre stadi, ma non molto dopo essersi ritirato, tornò indietro e con la corrente di ritorno allagò l’isola; e di conseguenza il fuoco sull’isola fu estinto, ma il frastuono fu tale che la gente sulla terraferma fuggì dalle coste entro la Campania. Le sorgenti dell’isola hanno fama di curare chi soffre di calcoli

e Tito Livio

La città di Palaepolis era non lontana dall’attuale sito di Neapolis. Entrambi i luoghi erano abitati dalla stessa gente, che era venuta originariamente da Cuma, mentre i Cumani fanno risalire la loro origine da Calcide in Eubea. Grazie alla flotta che li aveva portati dalla loro città natia, essi esercitarono notevole influenza lungo la costa del mare sulla quale vivevano, essendo prima sbarcati sulle isole di Aenaria e Pithekoussai, ed essendosi poi avventurati a trasferire la loro base sulla terraferma.

gli studiosi per secoli erano molto scettici su tale testimonianza. Le cose cambiarono quando, nel 1949, il poco più che trentenne archeologo tedesco Giorgio Buchner (1914 – 2005), già profondo conoscitore dell’isola (i genitori si erano stabiliti definitivamente a Ischia, in località Sant’Alessandro, nel 1943) ottenne la delega della soprintendenza per iniziare gli scavi in località San Montano, nel comune di Lacco Ameno.

Buchner, infatti, trovò le prove concrete della colonizzazione ai tempi della Grecia a Pithecusa, letteralmente l’isola delle scimmie. Il perché di questo strano nome, già nell’Antichità aveva scatenato una ridda di ipotesi: l’erudito alessandrino Xenagora (intorno al 90 a.C.) faceva derivare Pithekoussai da pithekos, in greco “scimmia” e metteva in relazione tale derivazione con la leggenda della presenza a Ischia di Ercole e di quelle simpatiche canaglie dei Cercopi e della loro metamorfosi.

Ipotesi che stranamente, negli ultimi anni sta ritornando in voga, grazie a un frammento di un cratere di fabbricazione locale risalente al Geometrico Recente, famoso per l’ con la iscrizione retrograda dipinta “… inos m’epoiese” (” … inos mi fece”), che è la più antica firma di vasaio che sia mai stata trovata nel mondo greco. Nella decorazione appare una figura, che era stata interpretata come una sfinge o un’arpia: di recente, invece sta andando di voga la sua rilettura, come la rappresentazione di una bertuccia.

Per cui, con un volo di fantasia, ha fatto immaginare ad alcuni come in epoca protostorica esistesse a Ischia una colonia di queste scimmiette, analoga a quella di Gibilterra e che questa colpisse la fantasia dei primi esploratori greci. Il problema è che resti ossei di questa presunta colonia, non sono mai stati ritrovati…

La seconda ipotesi, la formulò Plinio il Vecchio, in un suo momento di lucidità intellettuale: sostenne come il nome dell’isola non avesse nulla a che vedere con le bertucce (non a simiarum multitudine), ma derivasse invece dai dolii (a figlinis doliorum), in greco pithoi, in relazione sia alla produzione ceramica locale, sia all’esportazione di vino e olio prodotti da Ischia… I resti archeologici sembrerebbero propendere verso tale direzione. Infine c’è sempre l’ipotesi del falso somigliante, ossia che i greci si siano limitati a un calco fonetico del nome che i locali davano all’isola.

L’archeologia, arricchendo le scoperte di Giorgio Buchner, ci sta dando un’idea abbastanza precisa della storia arcaica di Ischia. Per prima cosa, la presenza sia di ceramica della cultura appenninica, sia micenea, ha reso evidente come l’isola fosse integrata nella rete commerciale che aveva come fulcro l’emporio di Vivara: probabilmente, nella tarda età del bronzo, l’economia locale era incentrata sulla produzione e l’esportazione del vino.

Poi, abbiamo potuto datare, grazie ai ritrovamenti di Punta Chiarito, ad anticipare la prima colonizzazione greca poco prima dell’800 a.C. Questa non era orientata alla creazione di una polis, ma al popolamento diffuso, data la presenza di fattorie indipendenti, che in qualche modo, si integravano con l’economia delle popolazioni locali. A queste, doveva essere associato un emporium, per favorire l’esportazione dei prodotti agricoli e il commercio con l’Etruria. Ad esempio, a Pithecusa si lavorava anche il ferro, come dimostrato dal rinvenimento di uno scarto di fibula e scorie, probabilmente provenienti dall’Isola d’Elba e dalle colline metallifere della Toscana, attestate in località Mazzola

Emporium che doveva essere nei pressi diLacco Ameno e che doveva essere multietnico: oltre agli etruschi, vi era una forte presenza di commercianti fenici, che non solo monopolizzavano i commerci con la Siria e l’Egitto, ma avevano avviato la produzione di ceramica di imitazione orientale, che veniva rivenduta nel Sud Italia e nel Latium Vetus.

A riprova di questa presenza, è un’anfora da trasporto importata, di una fabbrica greca non ancora individuata con precisione in una tomba del Tardo Geometrico I, che reca incisi diversi graffiti. Questi si riferiscono in parte all’uso dell’anfora come contenitore commerciale: in lettere fenicie vi è scritta la parola Kpln, che significa “il doppio”, mentre su una delle anse si trovano dei segni numerali che sono stati interpretati come la cifra “200”. Queste indicazioni sulla capacità del contenitore devono, con tutta probabilità, essere state incise dal mittente, e fanno presupporre che il destinatario pitecusano fosse in grado di comprenderle. All’utilizzazione della stessa anfora quale tomba di neonato fa invece riferimento un segno triangolare, identificabile con un plurivalente simbolo religioso semitico, ben noto in cimiteri fenici e punici. E’ quindi evidente che almeno uno dei genitori dell’infante seppellito nell’anfora era di origine orientale.

Commerci che aumentarono notevolmente la prosperità dell’isola, come testimoniato dalla cosiddetta Coppa di Nestore, una delle più antiche testimonianze della lingua greca. La coppa è una kotyle, ossia una tazza piccola, larga non più di 10 cm, di uso quotidiano, decorata a motivi geometrici. Fu importata nella colonia greca di Pithekoussai, l’odierna Ischia, da Rodi, secondo alcuni insieme a una partita di vasi contenenti preziosi unguenti orientali, che tra il 720 e il 710, insieme con altri 26 vasi, tra cui 4 crateri, fu gettata sul rogo di un ragazzo di 10-14 anni, per poi accompagnarlo nella tomba, che fu portata alla luce nel 1955 dagli archeologi Giorgio Buchner e Carlo Ferdinando Russo.

La coppa è un reperto straordinario perchè reca inciso su di un lato in alfabeto euboico in direzione retrograda, ossia da destra verso sinistra, come nella consuetudine fenicia, un epigramma formato da tre versi, il primo con metro giambico e il secondo e terzo perfetti esametri dattilici, che allude alla famosa coppa descritta nell’Iliade di Omero, tanto grande che occorrevano quattro persone per spostarla:

Poesia che cosi dice

Io sono la bella coppa di Nestore,
chi berrà da questa coppa
subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona

Se l’alfabeto greco nasce intorno al 770 a.C. come adattamento di quello fenicio, mediata dalla presenza di comunità di commercianti e artigiani immigrati, presenti non solo a Ischia, a Cipro, a Rodi, ma anche nell’Eubea e nella Grecia continentale, sin da subito un utilizzo ben più ampio di quello contabile della Lineare B.

Inoltre, in quella che al greco medio dell’epoca doveva apparire come l’estremo confine del mondo conosciuto, c’era un ricco commerciante o agricoltore che conosceva l’esistenza di Nestore e che aveva forse ascoltato un aedo recitare il corpus di canti che secondo la tradizione erano stati raccolti e formalizzati una generazione prima, intorno al 760 a.C. e che al contempo, sapesse leggere, scrivere e avesse un’idea chiara della metrica dell’epoca e che in un’epoca cosi arcaica, si dedicassero al Simposio.

E me lo immagino, tra le case di Pithecusa, banchettare brindando e spettegolando, improvvisando canti e poesie e non disdegnavano nemmeno di cimentarsi in danze ed acrobazie, di certo, a causa dei fumi dell’alcol, non impeccabili, con gli amici che battono il ritmo con ramoscelli, di alloro o di mirto, gli àisakoi.

Perchè, come scriveva Alceo

Beviamo.
Perché aspettare le lucerne?
Breve il tempo.
O amato fanciullo, prendi le grandi tazze variopinte,
perché il figlio di Zeus e di Sèmele
diede agli uomini il vino
per dimenticare i dolori.
Versa due parti d’acqua e una di vino;
e colma le tazze fino all’orlo:
e una segua subito l’altra

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