L’urbanistica di Cuma

L’urbanistica dell’antica città di Cuma, vuoi o non vuoi, è stata fortemente condizionata dalla peculiare orografia dei suo territorio, frutto dell’attività vulcanica dei Campi Flegrei: di conseguenza, la polis fu ripartita in due zone, l’acropoli e la città bassa, disposta lungo la linea di costa.

L’acropoli sorgeva su quello che viene oggi definito come monte di Cuma, ossia un antico cratere, alto circa ottanta metri, dotato di pareti scoscese in tufo e quindi praticamente inattaccabile, accessibile solo dal lato meridionale; fu su questa zona che si sviluppò il primo nucleo della città, attraversato da una strada, chiamata Via Sacra, che conduceva ai principali templi, fino a raggiungere la sommità del monte: la strada aveva inizio con due torri, di cui una crollata insieme a parte del costone della collina e l’altra restaurata in epoca bizantina e di cui sono visibili i ruderi

La parte bassa invece si sviluppò a partire dall’epoca sannitica ed in maggior misura durante l’età romana, nella zona circostante l’acropoli e si estendeva dal monte Grillo alla costa: era caratterizzata da tipici edifici romani, come il Foro e le Terme.

Sul versante nord dell’Acropoli si conservano alcuni tratti delle poderose mura che cingevano la città e la monumentale Porta Mediana. La parte più antica delle mura risalirebbe alla fine del VII sec. a.C., ma se ne conserva una porzione esigua non perfettamente leggibile, mentre in seguito nella prima metà del VI sec. a.C. le mura sono meglio conservate e costituite da una doppia cortina edificata in grossi blocchi di tufo squadrati riempita di terreno e scaglie di tufo, della larghezza totale di circa 5 metri. Le mura più antiche subiscono ristrutturazioni alla fine del VI sec. a.C. e nel V secolo a.C. vengono costruite due “ali” in corrispondenza dell’apertura della porta, che monumentalizzano il varco.

Sotto le mura passava una grandissima fogna per lo smaltimento delle acque e questo ci fa capire che la città anche nelle sue fasi di vita più antiche aveva già una strutturazione molto complessa con grandi opere, come le fognature e le mura fortificate, insomma una città molto ricca e potente. Appena fuori dalle mura è stato ritrovato un deposito in cui era deposta una gran quantità di ossa di cavalli, che presentavano ferite provocate da frecce e spade. Si tratta dunque di una fossa dove probabilmente furono seppelliti i cavalli morti durante una grande battaglia e forse una delle grandi battaglie avvenute in quel periodo a Cuma, quella del 524 a.C. contro gli Etruschi, nella quale si distinse il giovanissimo Aristodemo, futuro tiranno della città.

Nel III sec. a.C. la cortina è oggetto di un poderoso potenziamento: viene costruita una ulteriore cortina che si aggiunge a nord di quella esistente insieme ad un rafforzamento fatto di setti murari in blocchi di tufo posizionati perpendicolarmente alle due grandi cortine, e il tutto riempito con terreno e scaglie di tufo. Nel II sec. a.C. con l’ingresso nell’egida romana viene meno l’esigenza di fortificare e difendere militarmente la città: così alle mura si addossano le gradinate di uno stadio.

Le mura e la Porta Mediana continuano a vivere fino al VI sec. d.C., svolgendo un ruolo fondamentale durante l’assedio bizantino, con continui rialzamenti del piano pavimentale e ristrutturazioni, dovuti probabilmente alle alluvioni che dal III sec. d.C. in poi si verificano nella piana della città bassa.

L’ingresso monumentale della città era l’Arco Felice, costruito nel 95 d.C. per consentire il passaggio della via Domitiana attraverso il monte Grillo. Ai ipotizza che per la sua edificazione sia stato necessario ampliare il taglio nel monte che, forse, già esisteva in epoca greca: il monumento veniva, così, ad acquisire sia la funzione di contenimento per eventuali frane e smottamenti del terreno sia di viadotto per il collegamento fra le due parti della cresta del monte Grillo.

L’arco venne progettato per essere contemporaneamente porta urbana ed arco trionfale, oltre che parte del sistema difensivo; alto circa 20 metri, si presenta, ancora oggi, a fornice unico sormontato da un altro arco a tutto sesto e sostenuto da due pilastri laterali con nicchie, le quali dovevano presumibilmente ospitare delle statue.

Grazie ad incisioni del XVII e XVIII secolo è possibile sapere qual’era l’aspetto originario: sormontato, all’origine, da un attico con la targa per ospitare l’iscrizione e nicchie ai lati in corrispondenza delle sottostanti. Inoltre due torrette a pianta quadrangolare sormontavano lo stesso attico e l’intero arco era rivestito con marmi e stucchi. La facciata ovest è oggi quella meglio conservata e dell’originaria struttura romana sono oggi visibili solo l’intradosso e parte della facciata occidentale.

La particolare orografia della zona costrinse gli architetti del tempo a realizzare numerose opere ingegneristiche, per lo più gallerie, in modo tale da collegare le diverse zone della città: oltre alla Grotta, Cocceio probabilmente realizzò anche la cosiddetta Crypta Romana, una galleria scavata interamente nel tufo che attraversa la collina dell’acropoli e collega il Foro della città antica con il mare. Viene realizzata ad opera di Agrippa, generale di Ottaviano Augusto durante la guerra civile (44-31 a.C.) a scopo difensivo; fa parte infatti di un sistema di gallerie che dal litorale cumano conducevano fino al porto di Augusto (Portus Iulius) nel bacino del Lucrino.

Con la pax augustea la Crypta cessa la sua funzione militare per diventare semplice collegamento tra l’area portuale e il cuore della città, e più tardi in età domizianea viene arricchita con un ingresso monumentale in opera reticolata con nicchie, dove dovevano trovare posto delle statue oggi perdute. In età tardo-antica la galleria diventa in alcuni tratti luogo di sepoltura e nella parte centrale, quella corrispondente alle cisterne, diventa luogo di culto con l’edificazione di una piccola basilica rupestre, della quale restano poche tracce: resti di una scaletta ricavata sulla parete meridionale, i simboli cristiani della corona e della spiga graffiti sulla sommità della volta e una croce apicata sulla parete nord.

La galleria non segue un percorso rettilineo, perché intercetta alcune strutture preesistenti, la cosiddetta Cava Greca e le grandi cisterne situate al centro del percorso sotterraneo, che vengono inglobate per garantire una riserva d’acqua al servizio della galleria stessa.

Il primo tratto, costituito da un corridoio d’ingresso originariamente lungo circa m. 30 (come si può desumere da un piedritto ancora in sito appartenente all’arco occidentale), è coperto da una volta a botte, su cui sono ancora visibili le tracce dell’armatura lignea usata per la messa in opera. Le pareti, di roccia tufacea, presentano un paramento in opera reticolata con ammorsature in tufelli. La ghiera del fornice orientale, a blocchetti di tufo, è sormontata da due file di cubilia.

Superato questo corridoio si accede a un grande vestibolo a pianta rettangolare (lung. m. 26 ca.), il cui pavimento originario doveva essere ad un livello più alto dell’attuale. La parete a sinistra, in opera vittata, presenta quattro grandi nicchie in opera reticolata, destinate a ospitare statue, ma anche funzionali a scaricare il peso della muratura; la parete di destra reca tracce di numerosi restauri. La volta si impostava a una quota superiore rispetto a quella dell’ingresso. In prossimità dell’ingresso, sulla volta tufacea, furono scolpiti gli strumenti utilizzati dagli scavatori: piccone, maglio, bipenne e cunei. Da qui il percorso si snoda sotto il Monte di Cuma, piegando poi a gomito verso la città bassa.

L’illuminazione della galleria era assicurata da una serie di pozzi aperti nella volta. Nell’ultimo tratto sulla destra, furono ricavate due grosse cisterne con gradinate per la decantazione dell’acqua: i paramenti, in opera reticolata, sono rivestiti da uno spesso strato di cocciopesto per tre metri di altezza; successivamente due tagli praticati nelle gradinate le misero in comunicazione con la galleria.

Nel V sec. d.C., quando la città bassa fu abbandonata sulla spinta delle pressioni barbariche, la crypta perse la sua funzione di collegamento. Successivamente, durante la guerra greco-gotica (VI sec. d.C.), il generale Narsete, per espugnare la città, fece scavare una serie di cunicoli nella volta, provocandone il crollo, allo scopo di far franare la soprastante torre posta a guardia dell’ingresso dell’acropoli.. Da allora la Crypta andò progressivamente a interrarsi.

Non si conoscono notizie certa sulla posizione del porto di Cuma; alcuni hanno ipotizzato che un primitivo porto, quello greco, fosse posizionato in una insenatura ai piedi dell’acropoli, la quale a quel tempo si affacciava direttamente sul mare: tale ipotesi è confermata dal ritrovamento in zona di numerose ceramiche greche. È inoltre possibile che in tale periodo la città avesse due porti, probabilmente all’interno del lago di Licola, ora prosciugato, in quanto Dionigi di Alicarnasso afferma che Aristodemo sostò con la sua flotta nei porti di Cuma. A seguito della conquista sannita nel 421 a.C. il porto conobbe un periodo di decadenza, tanto che con l’arrivo dei Romani, Marco Vipsanio Agrippa ne dovette costruire uno nuovo, collegato tramite un canale al lago Fusaro, il quale disponeva anche di una chiusa, utilizzata per le operazioni di dissabbiamento: nei pressi dell’uscita della Crypta sono state rinvenuti banchine, un bacino di carenaggio, un blocco in tufo in opera reticolata, alto circa otto metri ed un lungo muro con degli speroni, probabilmente un faro, anche se non è stato possibile fare ulteriori indagini a causa dello sfruttamento agricolo della zona. Il porto di Cuma venne sicuramente abbandonato a seguito della concorrenza dei porti di Miseno e Pozzuoli, nel periodo dopo le guerre civili.

Il quartiere a nord delle terme del Foro fin dalla fondazione della città greca ha assunto una funzione residenziale e conserva assi stradali perpendicolari, i cui tracciati non si modificano nel tempo, ma restano sempre gli stessi e continuano ad essere ristrutturati ed utilizzati a partire almeno dal VI sec. a.C. fino al III d.C. Qui allora è possibile comprendere come cambiano le tecniche costruttive e le tipologie di abitazione nel corso dei secoli, seguendo un’ideale linea del tempo che va dalla fondazione della città greca alla piena età romana.

Le case di VIII e VII sec. a.C. sono costruite in blocchetti di tufo non squadrati e un impasto di argilla cruda e paglia molto resistente; hanno uno o più vani e ampi spazi esterni utilizzati anche per attività produttive. In seguito dal VI al III secolo a.C. si diffonde l’uso di costruire in grossi blocchi di tufo ben squadrati e le case, della tipologia a corte, cominciano a disporsi una vicino all’altra formando un quartiere segnato dagli assi stradali. Con i Romani, a partire dal II sec. a.C. si costruisce in muratura e il quartiere residenziale si riempie di case e botteghe per la vendita, fino a quando nel II sec. d.C. tutte le abitazioni che presumibilmente appartenevano a nuclei separati vengono unite da un solo proprietario che trasforma il quartiere in un’unica grande domus che ingloba parte dell’asse stradale orientale e occupa tutto l’isolato. Questa ha la tipica struttura della domus urbana con atrio centrale colonnato e gli ambienti che vi si dispongono intorno.

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