Atene contro Siracusa (Parte IX)

Ovviamente, a Siracusa, tutto lo spiegamento di forze ateniese non passò inosservato: per cui si riunì l’assemblea cittadina, sia per chiarirsi assieme le idee sulle intenzioni attiche, sia per decidere il da farsi. Paradossalmente, le posizioni dell’ecclesia siracusana, erano simmetriche e opposte a quelli presenti nel suo equivalente ateniese.

I popolari, che ad Atene erano rappresentati sia da Alcibiade, sia da una pletora di demagoghi, a Siracusa mantenevano una posizione più cauta, simile a quella di Nicia: ritenevano difficile che la polis greca si impegnasse in una guerra dall’esito incerto e lontana dai suoi obiettivi immediati. La dimostrazione di forza serviva soltanto a ottenere migliori condizioni a favore dei suoi alleati in un’eventuale trattativa.

I conservatori, invece, avevano una posizione simile ad Alcibiade, convinti come l’imperialismo fosse una necessità vitale per lo stato ateniese. Per cui, la polis attica, per mantenere la sua potenza, dovesse per forza avere mire sulla Sicilia.

Posizione che fu espressa da un politico che avrà un’importanza crescente negli eventi successivi, Ermocrate, il cui discorso è riportato, più o meno fedelmente, da Tucidide

Inverosimili forse, come già è toccato ad altri, potranno suonarvi le indicazioni che sto per rivelare sulla concreta e prossima minaccia di un’offensiva ateniese. Mi rendo conto: chi dà una notizia o riferisce un evento che non pare credibile, oltre a non convincere, si guadagna anche la reputazione di persona senza criterio. Ma non sarà questa paura a serrarmi la bocca: la patria corre pericolo, ed io sono convinto di avere notizie più fidate di chiunque da annunciare. Atene prende di mira proprio noi, e voi fate quell’aria stupita! Un’armata immensa, di navi e fanterie: formalmente per onorare l’alleanza con Segesta e restituire a quelli di Leontini la loro sede, ma il movente originale è la passione per la Sicilia, in particolare per la nostra città, poiché s’aspettano, se la riducono sotto di sé, d’aver via libera per nuove conquiste.

Badate che spunteranno in un lampo: disponete di mezzi, si provveda al loro migliore impiego, per respingerli con efficacia più energica. Non fate che per il vostro disprezzo il nemico vi sorprenda indifesi, o che l’incredulità v’induca a lasciar troppo correre. Se poi la verità si fa strada, non ispiri sgomento il loro passo temerario, con quella grandiosa macchina da guerra. Poiché ci infliggeranno qualche perdita, ma intanto si dovranno esporre a un’uguale tempesta di colpi; né la circostanza che ci assalgano con un poderoso apparato costituisce per noi un punto a sfavore, anzi ripensando alla lega con gli altri della Sicilia, questo particolare ci tornerà utile (l’improvviso turbamento farà più risoluti gli alleati a prestar man forte alla nostra reazione).

Con una profonda lucidità strategica, Ermocrate rassicurò la cittadinanza, probabilmente qualcuno nell’assemblea spaventato, proponeva la resa, evidenziando, proprio con l’esempio delle Guerre Persiane, il perché, l’ampiezza dello sforzo bellico nemico potesse essere la principale causa della sua possibile sconfitta: da una parte, un esercito così numeroso, rendendo esplicita l’ambizione di dominio ateniese, invece di dividere il fronte dei potenziali nemici, lo cementava. Dall’altra, come successe con Serse, avrebbe avuto difficoltà confrontarsi con il nemico più insidioso e tenace: la logistica e la necessità di sfamare tutte le truppe.

Poi sia che ci riesca d’eliminare fino all’ultimo uomo il nemico, o di rigettarlo in mare, umiliando tutte le sue ambizioni (nessuno, son sicuro, nessuno dei gloriosi programmi ateniesi coglierà nel segno) sarà la nostra vittoria più splendida, e dal profondo dell’anima mia la presento con fiduciosa certezza. Nella storia greca o del mondo barbaro è rarissimo il caso di un’offensiva numerosa che, giunta a gran distanza dai propri porti, abbia felicemente coronato la missione. Poiché gli aggressori non possono soverchiare in numero le genti del luogo e i loro confinanti (l’allarme è un efficacissimo cemento per i popoli). E se la loro potenza si spegne per la difficoltà di rifornirsi in territori ostili, essi lasciano ai paesi aggrediti un’eredità di gloria, anche se l’origine del disastro si deve addebitare principalmente ai loro stessi errori. Non fu proprio il caso degli Ateniesi il cui nome echeggiò celebre nel mondo quando l’offensiva dei Persiani, che aveva scelto a bersaglio pareva, precisamente Atene, crollò sotto quell’insperata catena di disfatte. Chi ci proibisce di sperare in un successo altrettanto lieto?

Ma nel concreto, come impedire che Atene possa imporre la sua supremazia tattica, trasformando una rapida campagna di conquista in una guerra d’attrito. Per prima cosa con un’iniziata diplomatica in grande stile, per creare un’ampia coalizione, che comprenda i Siculi, proprio per creare terra bruciata dinanzi al nemico, le altri polis siciliane e della Magna Grecia, altri possibili obiettivi ateniesi e le popolazioni italiche, fonte inesauribile di mercenari.

Poi, stupendo molti dei presenti, data l’antica rivalità con i punici, propose anche di ricercare l’alleanza con Cartagine. Da una parte, il politico siracusano era consapevole del principio

Il nemico del mio nemico è mio amico

e che probabilmente il successivo obiettivo dell’espansionismo ateniese, in caso di successo sarebbe stata la stessa metropoli africana. Dall’altra, sapeva bene come la politica punica in Sicilia non era orientata alla conquista delle polis greche, ma all’indirect rule e alla difesa dei suoi interessi commerciali: obiettivi che sarebbero stati probabilmente messi in crisi dall’imperialismo ateniese. Infine, nella campagna diplomatica si sarebbe dovuta coinvolgere anche la Lega Peloponnesiaca, in modo da scatenare la guerra in Grecia, danneggiando gli interessi più immediati degli ateniesi e costringendoli così alla smobilitazione, per difendere il cortile di casa

Peccato che Ermocrate avesse fatto i conti senza l’oste. Siculi e polis magnogreche temevano più un imperialismo vicino, quello siracusano, che uno lontano, per cui, per quanto possibile, si mantennero neutrali. I mercenari italici applicavano il motto

dove non c’è guadagno la remissione è certa

per cui corsero in massa ad arruolarsi sotto le bandiere di chi pagava di più, ossia gli ateniesi. Infine, Cartagine si mantenne alla finestra, neutrale, facendo un ragionamento assai cinico: nel caso di vittoria ateniese, la polis greca, per il principio della coperta troppo corta, avrebbe avuto difficoltà a combattere contemporaneamente contro le truppe puniche, gli spartani e persiani, per cui, nel caso i suoi opliti avessero cercato di marciare sull’Epicrazia, sarebbe stati ributtati in mare e la metropoli africana avrebbe imposto facilmente il suo dominio sulla Sicilia.

Lo stesso sarebbe avvenuto in caso di vittoria siracusana, dato che la polis siciliana sarebbe stata così indebolita da non poter contrastare una nuova offensiva cartaginese. Cosa che avvenne regolarmente ai tempi della guerra di Imilcone, scatenata proprio dalle ambizioni dello stesso Ermocrate

Infine, gli spartani, piuttosto che combattere in Grecia, preferirono mandare aiuti militari in Sicilia..

Animo dunque, e provvediamo alla difesa della città. Intanto si ricorra ai Siculi: con questi rinnoviamo più saldi legame d’intesa, con quelli si tentino le strade per un accordo di solidarietà e d’alleanza. Spediamo ambascerie in tutti gli altri centri della Sicilia, ammonendo che si corre tutti l’identico rischio, e verso l’Italia, con l’intento di farcela amica, o almeno ostile ad Atene. A mio giudizio sarebbe utile anche un appello ai Cartaginesi. Non li coglieremo impreparati vivono costantemente all’erta tesi al momento in cui Atene sferrerà l’attacco alla loro città. Sicché potrebbe accadere questo: nel dubbio, se lasceranno al destino il corso degli eventi quaggiù, che la rovina si ripercuota poi a loro danno, prevarrà il consiglio di fornirci, in segreto o a viso aperto, in un modo o nell’altro, qualche soccorso. Di questi tempi dispongono dei mezzi più cospicui del mondo per farlo, se acconsentono: possiedono riserve auree e d’argento illimitate, con cui si ha in pugno la sorte della guerra, e di qualunque altra operazione. Facciamoci vivi anche a Sparta, a Corinto, con la proposta di aiuti rapidi in Sicilia e di una ripresa intensa della lotta in Grecia.

In parallelo a questa offensiva diplomatica, Ermocrate proponeva una condotta di guerra audace, basata sul principio del

Chi mena per primo, mena due volte.

In pratica suggeriva di attaccare con un audace raid la flotta ateniese mentre traversava lo Ionio. Nel caso fosse andata bene, il nemico sarebbe stato distrutto. Nel caso lo scontro non fosse stato decisivo, la flotta siracusana si sarebbe rifuggiata a Taranto, dove, con’applicazione ante litteram della dottrina della fleet in being, avrebbe impedito lo sbarco ateniese sulle coste pugliesi.

Dato che il tempo avrebbe aumentato i costi di una spedizione bloccata a Corcira, gli ateniesi, dopo l’inverno, se ne sarebbero tornati al Pireo con la coda tra le gambe

E passo a illustrarvi un’iniziativa che personal mente ritengo del più sicuro effetto strategico, ma che per certo s’insabbierà, senza scuotervi, nella vostra inerzia ordinaria. Se noi tutti, gente di Sicilia, in massa o altrimenti prendendo con noi quanti più armati possibile posta in assetto fino all’ultima nave attualmente nei nostri arsenali, con riserve di vettovaglie per due mesi, ci risolvessimo ad avanzare incontro agli Ateniesi fino a Taranto e al promontorio Iapigio per ficcar loro in testa che prima di contenderci la Sicilia, dovranno sudar sangue per passare lo Ionio, sarà per loro un avvertimento terribile e li sforzeremo a riflettere che la nostra cintura di protezione ha salde basi su una sponda amica (Taranto di sicuro ci accoglie), mentre davanti a tutti i loro convogli e alla flotta s’apre una traversata immensa, al largo, durante la quale, prolungandosi la navigazione senza scalo, diventa penoso conservare l’ordine di combattimento. Per noi invece sarà un gioco trafiggere le unità isolate, mentre il grosso s’accosta lento lento, a brevi strappi. Poniamo il caso che si alleggeriscano e che ci si rovescino addosso con le unità veloci in formazione serrata: si faranno sotto a forza di remi, e quando piomberemo su di loro li coglieremo sfiniti.

Se poi la mossa non ci parrà conveniente, saremo sempre in tempo a ripiegare su Taranto, mentre il nemico, preso il largo con vettovaglie limitate, in vista di uno scontro diretto, dovrebbe trovarsi in pessime acque circondato da coste spopolate e ostili: quindi o si arresterà subendo il blocco o, nel tentativo di costeggiare, si vedrà costretto a rompere i contatti con il resto della spedizione, mentre il suo spirito di fiducia vacillerà nel sospetto che i centri costieri si rifiuteranno di aprire i propri porti. Sicché personalmente credo che frenati da queste logiche previsioni non leveranno nemmeno gli ormeggi da Corcira, ma dopo aver ponderato a lungo e a fondo, dopo essersi fatti una idea con accurate ricognizioni di che mezzi disponiamo e a che altezza siam giunti, ci si sarà spinti ormai nel mese invernale; o attoniti per la nostra sorprendente reazione lasceranno cadere ogni proposito offensivo, soprattutto poiché, a quanto affermano le mie fonti, il loro stratego di maggiore esperienza ha ricevuto contro voglia il comando, e sarà ben felice di prendere a volo il pretesto, se si noteranno sul nostro fronte movimenti difensivi degni di rispetto. So bene che li raggiungerebbero notizie esagerate sul nostro armamento: e i sentimenti degli uomini, e le loro opinioni si plasmano sul sentito dire. È un formidabile vantaggio assumere con piglio risoluto l’iniziativa o, in caso di aggressione lasciar intender chiaro che si è pronti a respingere chiunque: ci si crea il credito di gente pari al rischio. E sarà questa l’impressione da noi istillata agli Ateniesi.

Il loro assalto si fonda su una presunzione, che noi non prenderemo le nostre misure. Costoro hanno motivi validi per sottovalutarci, poiché non abbiamo fatto lega con Sparta per distruggerli. Ma se osservano in noi questo temperamento insospettabile, più della nostra reale potenza d’urto li sconcerterebbe la reazione imprevista. Datemi fiducia dunque: soprattutto realizzate con audacia il mio disegno. Altrimenti urge fornire al più presto ogni altro preparativo di guerra. E stia in ciascuno incrollabile la certezza che il senso di superiorità sugli aggressori si conferma nello slancio operoso di resistenza. In questi momenti la mossa che può riuscire più opportuna è l’azione regolata dal sentimento di una minacciosa presenza, nella consapevolezza che gli apparati difensivi più responsabili e franchi sono quelli accompagnati dalla tensione costante per un pericolo atteso. E l’offensiva nemica è già in moto, lo so bene, già a vele spiegate e solca le nostre acque.

Come spesso accadrà in futuro, Ermocrate, a differenza del suo allievo Dioniso, sottovalutava i mezzi necessari per realizzare nel concreto le sue grandi ambizioni. Qualcuno nell’assemblea gli fece notare come la flotta ateniese era senza dubbio, per qualità e quantità, superiore a quella siracusana, per cui un’improbabile battaglia navale nello Ionio, si sarebbe conclusa con una batosta dei siciliani. Dinanzi alla sconfitta siracusana, Taranto, anche a malincuore, si sarebbe schierata dalla parte del più forte, Atene, per evitare problemi. Nell’improbabile caso che ciò non fosse avvenisse, gli ateniesi avrebbe sicuramente ottenuto l’alleanza di Messapi e Lucani, sempre desiderosi di espandere i loro domini ai danni dei greci. Per cui, l’audace piano rischiava di fare vincere gli ateniesi ancor prima che sbarcassero sulle spiagge siciliane…

2 pensieri su “Atene contro Siracusa (Parte IX)

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