La casa del Jazz

Molti romani amanti della musica conoscono la Casa del Jazz, per i concerti di grande qualità che vi si tengono: molto meno nota, però la sua storia di gran fascino, a cominciare dal committente, Arturo Osio, uno dei fondatori del Partito Popolare italiano e uno dei padri nobili del movimento cooperativo.

Nel 1924 Arturo conosce un personaggio diversissimo da lui per cultura, carattere e ideologia, il famigerato Roberto Farinacci e stranamente i due diventano amici, tanto che il ras di Cremona fa stalking a Mussolini, per nominare il nostro eroe direttore generale dell’Istituto nazionale di credito per la cooperazione, un ente pubblico voluto da Luigi Luzzatti e Francesco Saverio Nitti che dal 1913 opera nel campo del credito cooperativo, che era in crisi a causa dell’impossibilità di recuperare i crediti per decine di milioni di lire, a causa della crisi economica provocata sia dalla riconversione dell’economia di guerra, sia dall’epidemia di Spagnola, che anche se trascurata dagli storici, ebbe impatti molto simili alla nostra pandemia.

In teoria, Arturo, scelto per tranquillizzare il Vaticano, che aveva fornito parecchi soldi nel Credito Cooperativo, avrebbe dovuto guidare l’istituto verso una liquidazione “morbida”, a tutela dei maggiori investitori.

Però, in collaborazione con Farinacci, Arturo fa partire un’azione di lobbying su Mussolini, che porta nella riforma del credito attuata nel 1926, una serie di decreti poi riuniti nella prima legge bancaria italiana che, pur mantenendo il modello tedesco della banca mista, introduce la differenziazione tra “azienda di credito” (la banca di depositi, erogatrice di credito a breve termine), e “istituto di credito” (la banca di affari che finanzia piccola e grande industria e investe al medio e lungo periodo); la prima è la tradizionale banca dei piccoli risparmiatori, che in base alla nuova normativa reinveste i depositi in operazioni a basso rischio di breve durata e ha l’obbligo di accantonare un fondo di riserva per poter restituire in qualsiasi momento il denaro depositato dai clienti.

Arturo sfrutta al meglio questa opportunità legislativa, assicurando i clienti che i propri capitali non sono immobilizzati in imprese industriali col rischio di sfumare in caso di fallimento, bensì impiegati per finanziare operazioni di sicuro ritorno come le produzioni cinematografiche, una delle fissazioni del fascismo, il piccolo artigianato, l’agricoltura e le casse di mutuo soccorso per categorie di lavoratori. La sicurezza di poter riavere in ogni momento il proprio denaro, senza i problemi frapposti dalle banche miste che si trovano spesso a corto di liquidità, fa crescere l’istituto a danno di queste ultime al punto che dopo poco meno di due anni, nel 1929, il ministero delle finanze accorda la costituzione della Banca Nazionale del Lavoro e della Cooperazione e la fondamentale qualifica di Istituto di Credito di Diritto Pubblico (ICDP), sotto il diretto controllo del Ministero del Tesoro, che sancisce la nascita della prima grande banca di depositi italiana slegata dal settore dell’industria. Nel “nuovo” istituto confluiscono undici piccole banche cattoliche che si uniscono nella Banca delle Marche e degli Abruzzi (le regioni in cui operano), controllata al 100% dalla BNLC, che nel decennio degli anni ’30 conosce una tale espansione da farla diventare la prima banca di credito italiana per numero e valore dei depositi.

La crescita di quella che sarà la nostra BNL e la sua opposizione alla svolta filo tedesca della politica mussoliniana, porta prima a una campagna di denigrazione nei suoi confronti, accusandolo

uomo più che corruttibile, corruttore, chiacchierone e depravato, nonché il tacito, sollecito e pressante finanziatore di bagordi e di orge a cui volutamente riusciva a farvi partecipare gerarchi e personalità

e poi alla sua epurazione. Per consolarsi di questa progressiva eclissi, Arturo si dedicò alla sua villa romana in viale di Porta Ardeatina 55. Nel 1936, infatti, aveva comprato a prezzo di favore un vecchio casale seicentesco abbandonato: per ristrutturarlo, diede l’incarico all’ingegner Cesare Pascoletti, lo strutturalista di Piacentini, progettista del ponte Testaccio, le più importanti sedi della Banca Nazionale del Lavoro a Roma e in Italia e del Museo della Civiltà romana, che prima op poi riaprirà e direttore dei lavori della demolizione della Spina di Borgo.

Cesare, utilizzando materiali e accostamenti cromatici della tradizione romana antica, ideò un edificio di struttura sobria ed elegante, dal corpo allungato, scandito sul lato orientale da un portico d’ingresso ad archi. La decorazione degli interni fu affidata a Amerigo Bartoli, amico di Bottai, all’epoca pittore assai alla moda, che dipinse una veduta di Piazza Navona, mentre all’esterno, rimangono di incerta attribuzione i rivestimenti pavimentali del portico posteriore, a mosaico bianco e nero, con soggetti marini tratti dal repertorio romano di età imperiale.

Nel 1939 l’architetto paesaggista Pietro Porcinai, all’epoca non ancora famoso, riprendendo l’impianto planimetrico presentato nel progetto di Pascoletti del 1937, propose per la sistemazione del giardino schemi di piantagioni con essenze arboree e arbustive che delimitavano il perimetro dell’intero complesso e accompagnavano i percorsi nella villa.

A fine anni Settanta, la villa fu comprata da Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda della Magliana, er Secco di Romanzo Criminale. Benché, nel curare il suo look, Enrico fosse ancora più fissato der Dandy, era solito vestirsi di bianco dal panama alle scarpe, utilizzando anche un bastone come appoggio, i suoi gusti in termini di architettura e decorazione erano mediocri, tanto che la villa divenne un tempio del pacchiano e del pessimo gusto, insomma, cringe, per usare un termine che sta andando tanto di moda sui social.

Villa Osio è stata confiscata e nel 2001 assegnata al Comune di Roma grazie alla legge 109/96, la legge Pio La Torre che regola le disposizioni in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati o confiscati alle mafie. Una lapide con i nomi delle vittime di mafia è ben in vista all’ingresso a testimonianza della vittoria rappresentata dalla restituzione del bene ai cittadini.

L’inaugurazione avviene nell’aprile del 2005, la direzione è affidata a Luciano Linzi e la gestione all’Azienda speciale Palaexpo, che in nome e per conto del Comune di Roma gestisce inoltre le Scuderie del Quirinale, il palazzo delle Esposizioni e la Casa del cinema, trasformandola nella nostra Casa de Jazz, che, certo, l’amministrazione Raggi potrebbe curare un poco meglio.

All’interno della villa patronale si trova un auditorium multifunzionale da 150 posti, progettato per concerti, proiezioni, guide all’ascolto e conferenze; un sistema di registrazione consente di salvare e diffondere gli eventi in programmazione. Nella stessa struttura vi sono una mediateca ed una biblioteca aperte al pubblico, una libreria e una caffetteria. I due edifici secondari ospitano sale di prova e registrazione, una foresteria a disposizione dei musicisti e un ristorante.

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