Il Palazzo dei Normanni (Parte I)

Come citato altro volte, l’attuale palazzo dei Normanni sorge sul Castrum punico della Paleapolis, anche se non proprio corretto, possiamo paragonare all’acropoli delle città greche, che doveva essere il cuore amministrativo e commerciale della città.

Cartagine, tra l’altro, aveva un dominio molto lasco sulle sue colonie siciliane: i suffeti, gli equivalenti dei consoli romani, non erano nominati dalla città africana, ma eletti dal senato cittadino, il locale consiglio degli anziani, dei commercianti più ricchi e dei grandi proprietari terrieri.

In cambio della protezione militare essa garantiva a Cartagine soltanto un dazio del 5% sul valore delle merci che transitavano dal suo porto. Un porto dal quale passavano enormi quantità di prodotti africani (olio e vino, soprattutto), destinati al mercato interno ed all’esportazione, e dal quale partiva il grano, prodotto in abbondanza nell’entroterra, grazie anche al massiccio impiego di schiavia

L’arsenale, forse situato all’altezza del nostro palazzo Butera, era talmente attivo (le foreste dei dintorni erano allora ricchissime) che nel 406, durante la guerra contro Agrigento, insieme a Mozia poté apprestare una flotta di 40 triremi

I suffeti e il senato si riunivano forse in una sorta di Bouleuteria, per usare un termine greco, un’aula rettangolare, in cui probabilmente i sedili di legno si disponevano lungo le pareti, e da un secondo ambiente che fungeva da archivio. Alcuni studiosi hanno ipotizzato come fosse la famigerata aula viridis, ma questa sembrerebbe essere stata di dimensione molto più ampia di un Bouleuteria, dato che nel Medioevo era utilizzata per le assemblee cittadine palermitane, che dalle cronache, sappiamo essere state assai frequentate.

A causa degli sbancamenti, delle demolizioni e delle ricostruzioni effettuate da Arabi, Normanni e Spagnoli, dei resti cartaginesi è rimasto ben poco: al piano inferiore delle Sale Duca di Montalto, in seguito ad una campagna archeologica effettuata nel 1984, sono tornati alla luce elementi architettonici appartenenti all’antica cinta muraria punica della città di Palermo, risalenti circa al V secolo a. C.; tra tali testimonianze spiccano una postierla che ha mantenuto inalterato il suo aspetto originario, i resti di una delle antiche porte della città e parte dei conci realizzati con cura e perfettamente squadrati.

Purtroppo, si sa poco della Panormos in età romana, alcuni accenni delle fonti coeve, tutti comunque di carattere per lo più economico e poco inerenti la topografia della città e qualche ritrovamento saltuario: però non è da escludere che vi sia stata una continuità di utilizzo del Palazzo dei Normanni, in cui poteva esservi la sede dei decurioni locali, i membri del consiglio dei municipi e delle colonie romane (ordo decurionum o anche senatus). In molte città il loro numero era nominalmente 100; la designazione avveniva generalmente da parte dei quinquennales, e la carica era a vita e conferiva onori e privilegi. La funzione del consiglio, in origine solo consultiva, divenne presto deliberativa. Dal 2° sec. d.C. l’istituzione incominciò a decadere, tanto che lo Stato ne impose l’obbligatorietà e l’ereditarietà delle cariche.

Dati i ritrovamenti delle domus ellenistiche e romane di Villa Bonanno, è possibile che l’area della Paleopoli, adiacente probabilmente al Foro e al Capitolium, dovette essere occupata da un quartiere di gran lusso, abitato dai ricchi commercianti, tra cui forse il curator portensis kalendarii, il funzionario curatore del porto cittadino, responsabile registro del traffico navale, dei dazi dovuti alla città di Palermo, dei prestiti marittimi concessi con fondi cittadini ad alto tasso ai naviganti, talmente prospero, da pagare di tasca sua le venationes nell’Anfiteatro locale, ancora non identificato dagli archeologi.

L’area fu parzialmente abbandonata a causa del terremoto cretese del 21 luglio 365 d.C., che Ammiano Marcellino, testimone oculare degli avvenimenti, chiamò il giorno dell’orrore. Fu il terremoto più forte registrato nel mar Mediterraneo con una magnitudo ricostruita compresa tra 8.3 e 8.5 e che provocò anche uno tsunami onde di 9 m di altezza sulla costa meridionale di Creta, che arrivarono fino a Cipro e in Palestina verso est, sulle coste della Calabria e della Sicilia verso ovest e che provocarono grandi danni verso sud in Tunisia, in Tripolitania a Leptis Magna e a Sabratha , in Cirenaica, ad Apollonia (con onde di 15 m di altezza), a Cirene e ad Alessandria d’Egitto (onde di 12 m che penetrarono nell’interno per almeno 2 km).

A titolo di curiosità, ecco la descrizione dello storico, che fa ancora venire i brividi

Il 21 Luglio improvvisamente orrendi fenomeni si verificarono in tutto il mondo, quali non sono descritte né nelle leggende né nelle opere degli storici degni di fede. Poco dopo il sorgere del giorno un terremoto scosse tutta la stabilità della terra, il mare si disperse lontano e si ritirò volgendo indietro le onde in modo che, scoperte le profondità del mare, apparvero alla vista vari tipi di animali conficcati nel fango ed estese valli e montagne che erano state relegate sotto immensi flutti dalla natura primigenia e che vedevano per la prima volta i raggi del sole. Molte navi si conficcarono sull’arida terra e moltissime persone si aggiravano liberamente tra quel che rimaneva delle onde del mare per catturare pesci ed altri animali simili. Ma in quel momento i flutti mugghianti del mare si sollevarono e scagliandosi violentemente su isole e tratti di terraferma spianarono numerosi edifici nelle città e ovunque si trovassero. La massa delle acque causò la morte di migliaia di uomini che rimasero sommersi. Alcune navi furono trovate circondate dal cadavere dei naufraghi. Altre navi, scagliate fuori dal mare, finirono sulla sommità dei tetti, come ad Alessandria. Altre furono scagliate fino a 2 miglia dentro la terra. Io stesso di passaggio in Messenia vidi una nave spartana in disfacimento per la lunga putrefazione

Benché la zona fosse utilizzata in parte come necropoli, le mura e il castrum dovette essere in qualche modo tenuto operativo e restaurato, tanto che Belisario preferì attaccare la città lato mare, dalla parte della Cala, almeno come racconta Procopio di Cesarea

Accorgendosi di non poter espugnare la città per via di terra, Belisario ordinò alla flotta di entrare nel porto giusto al di sotto delle possenti mura. Quando fu proprio sotto le mura gli uomini sugli spalti iniziarono ad urlargli contro. Accadde però che, invece di scappare, quelli iniziarono ad attaccare le navi. A quel punto Belisario fece riempire tutte le scialuppe di arcieri ed ordinò che fossero sollevate sopra gli alberi maestri, sicché gli arcieri tempestarono di frecce i difensori. A quel punto, avendo subito molte perdite ed essendo profondamente impauriti, cedettero la città a Belisario.

Il generale bizantino, oltre a restaurare la vecchia cattedrale, che sarà ricostruita dal vescovo Vittore nel 592, per poi diventare la grande moschea e tornare a essere poi la nostra Santa Maria Assunta, e fare erigere come ex voto Santa Maria la Pinta, mise mano al vecchio castrum, che ospiterà un presidio militare, e ai relativi edifici amministrativi, dato che la città, secondo Gregorio Magno, la cui mamma era palermitana e che ebbe parecchi mal di testa, a causa delle strampalate iniziative dei vescovi locali, era governata da due defensores, sempre eletti dai maggiorenti locali.

Le cose cambiarono con la conquista araba, i cui racconti, debbono però essere presi con le molle. Basti pensare che la prima narrazione è la storia scritta da Ibn al-Aṯir, che fu al servizio dei governatori di Aleppo e Mossul, be quattro secoli dopo. Si tratta sostanzialmente di un’opera di ta’rīḫ, cioè di un’opera annalistica scritta per la celebrazione del potere, dipendente da fonti a noi spesso non giunte e per di più non sempre citate dall’autore; la sua prima versione fu completata alla fine del XII secolo e rivista e aggiornata tra il 1223 e il 1231, in cui probabilmente le vicende siciliane servivano come metafora delle irrisolte questioni dell’epoca in Siria e Palestina.

Il nostro tardo cronista, con parecchia fantasia, così racconta

I musulmani si diressero allora contro la città di Palermo e la assediarono e la strinsero. Il principe (ṣāḥib) chiese allora la salvezza (’amān) per se stesso, per la sua gente e per i suoi beni, e avendola ottenuta, se ne andò per mare al paese dei rūm. I musulmani entrarono nella città nel mese di rağab dell’anno 216 [agosto-settembre 831] e non vi trovarono altro che tremila uomini, mentre ve ne erano stati durante l’assedio settantamila ed erano morti tutti. Ebbero luogo tra i musulmani di Ifrīqiya e quelli di al-Andalus dissensi e contestazioni, ma poi giunsero a un accordo e rimasero così sino all’anno duecentodiciannove [dal 16 gennaio 834 al gennaio 835]

I numeri citati sono di certo, per i dati archeologici, esagerati: probabilmente, i due defensores, appena si trovarono fuori dalle mura l’esercito musulmano, invece che combattere, decisero di evacuare la città, approfittando di un salvacondotto, facendo trasferire parte di cittadini nei territori ancora sotto il dominio dei rum, i rhomanoi, i romani, così si facevano chiamare i bizantini, lasciando gli arabi spagnoli e i berberi tunisini a scannarsi tra loro.

Palermo, Balarm o Madīna, la città per eccellenza, divenne subito il centro amministrativo della Ṣiqiliyya, tanto che nell’845, la sua zecca era già attiva: i governatori aglabiti, inizialmente, posero la loro dimora nel castrum, ma gliene incolse.

Balarm, città multietnica e multireligiosa, era ahimé, politicamente un manicomio: ai contrasti etnici tradizionali tra arabi e berberi, si aggiungero anche quelli con i burocrati bizantini che si erano convertiti, per non perdere la poltrona e che si sentivano, a torto o a ragione, discriminati. A questi si aggiungevano contrasti economici, i siciliani non volevano pagare le tasse a Tunisi e, ai tempi dei fatimidi, religiosi. Gli sciiti, pur avendo ottimi rapporti con cristiani ed ebrei, cacciarono a pedate i sunniti dall’isola, i quali si rifugiarono in massa nella Calabria bizantina, costringendo a tripli salti mortali i governatori di Rhegion, i quali in maniera pragmatica dovettero gestire problemi inaspettati relativi alla tolleranza religiosa e ai matrimoni misti.

Ora il fatto che nei trattati di pace tra Balarm e Rhegion si citasse la questione moschea nella città calabrese, non era per tentare di convertire i cristiani locali o per umiliarli, ma per imporre la dottrina sciita agli espatriati sunniti, che da questo orecchio non ci volevano proprio sentire, tanto che nelle guerre tra i due lati dello stretto di Messina, si schierano sempre dalla parte dei bizantini. Paradossalmente, l’esercito di invasione normanno era costituito, per una buona parte, di sunniti che volevano tornarsene a casa in Sicilia.

Per cui, a Balarm, ribellioni erano quotidiane: ora il castrum bizantino era ben difeso contro i nemici esterni, ma poco rispetto a quelli interni. Nel 909-910 i palermitani si ribellarono in massa contro l’emiro al-Hasan perché i suoi funzionari gravavano i cittadini di eccessive imposte. I cittadini si erano affollati intorno al palazzo incendiandone le porte, tanto che l’emiro, per salvarsi, si era gettato dal proprio edificio su quello di un vicino rompendosi una gamba. La facilità d’ingresso della popolazione e la caduta dell’emiro su una costruzione vicina lascia supporre la presenza di un palazzo emirale con circostanti edifici civili nella città vecchia, anche se non chiarisce dove esattamente ubicare questi edifici rispetto al successivo palazzo dei re normanni
.
Nell’autunno del 937 i Palermitani sollevatisi contro l’emiro Sàlim Ibn Rasid erano stati assediati nel Cassaro vecchio. Il luogotenente Halìl ‘ibn ‘Ishàq ‘ibn al-Ward, entrato in città con un grosso esercito, aveva ripristinato l’ordine e per risolvere il problema alla radice, fece costuire un nuovo palazzo alla Kalsa, meglio difeso.

Supposto che Palazzo dei Normanni fosse il centro del potere degli Aghlabiti (830-910) e dei primi Fatimiti, del periodo non è rimasto molto, se non i ritrovamenti di ceramiche con colori sovrapposti chiamate jaspé o splashed ware del X secolo, considerate le invetriate dipinte più antiche del mondo islamico.

Non ci sono neppure tracce del periodo successivo alla caduta dell’emirato kalbita, quando Balarm fu oggetto di un esperimento istituzionale unico, nel mondo arabo. Lo sciismo locale era ovviamente convinto che nell’attesa dell’epifania dell’ultimo Imam, nessun potere politico fosse pienamente legittimo.

Però, nel frattempo, qualcuno doveva pure governare, in questo basso mondo… Però, questo ingrato compito, piuttosto che a qualche più lontano discendente del profeta Muhammad, che la pace sia con lui, doveva toccare all’Umma dei fedeli, che avrebbero eletto i loro rappresentanti nel consiglio cittadino. Per cui, inizialmente, questi erano eletti dai maschi musulmani adulti: ora, però, le donne musulmane evidenziarono come anche loro fossero parte dell’Umma e che quindi avessero diritto di voto. Dopo qualche discussione, tale tesi fu accettata dagli imam locali.

Questo provocò un ulteriore problema: a Balarm i matrimoni misti erano comuni, tanto che i maschi ereditavano la religione del padre e le figlie quella madre. Ora le moglie cristiane ed ebree cominciarono a protestare vivacemente, sentendosi discriminate rispetto a quelle musulmani, evidentemente rompendo l’anima in quantità industriale ai loro mariti, che concessero anche a loro il diritto di voto. Ulteriore effetto valanga: i maschi cristiani ed ebrei si inalberarono, dicendo perché le donne possono votare e noi no ? Così, nacque in sistema elettorale complicatissimo, in cui c’era sì il suffragio universale, ma c’era un peso differente a seconda della categoria del votante.

Il voto del maschio musulmano valeva 1. Il voto di un maschio cristiano o ebreo e di una donna musulmana valeva 1/2. Il voto di una donna cristiana valeva un 1/4. Il voto di uno schiavo, un 1/8. Fortuna l’elettorato passivo era molto più semplice: per essere elegibile, dovevi essere uomo, musulmano e ricco.

Questo accrocco, oltre a concentrare il potere nelle mani di un consiglio (giamà‘a) di sceicchi (shuyùkh) costituito da imam, da giuristi e dai ricchi armatori che si dedicavano al commercio tra l’Italia e il Mediterraneo orientale, isolò Balarm dal resto del mondo islamico, che preferì vedere la città governata da infedeli, ma protettori dei sunniti, piuttosto da eretici e piuttosto strampalati sciiti.

Ora, nonostante la mancanza di resti, possiamo formulare delle ipotesi su come dovesse apparire il Palazzo dei Normanni all’epoca islamica, basandosi sia su edifici successivi, come la Zisa, la Cuba, la Torre Pisana, il palazzo degli emiri berberi ziriti ad Ashir e le contemporanee rovine della Qal’a dei Banu Hammàd in Algeria.

Edifici bassi, estesi in larghezza, con le pareti decorate con arcate cieche, i cui ambienti sono disposti secondo un asse di simmetria, che può essere longitudinale o latitudinale ne definisce sempre il rapporto gerarchico e cerimoniale, decorati con iu muqarnas, i quali non creano nessuna spaziale dilatazione illusionistica con la loro geometrica composizione tridimensionale a carattere essenzialmente isolante, ma provocano ricercati effetti di ambiguità materica e strutturale, uniti da portici e circondati da un ampio parco.

Un pensiero su “Il Palazzo dei Normanni (Parte I)

  1. Pingback: Il Palazzo dei Normanni (Parte II) | ilcantooscuro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...