La Cisterna di via Cristoforo Colombo

Settembre 1940. Benché da qualche mese l’Italia sia entrata in guerra, continuano a pieno regime i lavori di sbancamento per la costruzione della Via Imperiale, l’odierna Cristoforo Colombo, che dovrà unire il centro di Roma con il quartiere fieristico dell’E42, l’Esposizione Universale di Roma; è ancora presente, in Mussolini e nei suoi gerarchi, l’illusione che la vittoria, grazie all’alleato germanico, sia prossima e che nel 1942 si possa festeggiare in pompa magna il ventennale della Marcia su Roma.

Così, nei pressi della Garbatella, si comincia a demolire un vecchio casale medioevale, così descritto in documento del Settecento

“.. una casetta di due stanze, una terrena per comodo d’attrezzi ed una superiore per uso de lavoranti…una casa per uso del vignarolo composta di due piani, uno terreno viene formato di tre stanze, due delle quali con cisterna servono per uso di tinello…e l’altra per il torchio ed altr’uso di una grotta…il piano coperte a tetto…”.

Casale che era di proprietà del senatore Roberto De Vito, sottosegretario alle Poste, fondatore dell’Istituto Postelegrafonici, che aveva fatto dono all’ente previdenziale della attigua Villa 9 Maggio, convitto per le figlie dei dipendenti postali.

Tra una picconata e l’altra, però emergono i ruderi di epoca romana, che fanno impazzire gli archeologi. Inizialmente si ipotizza come siano i resti di un tempio a pianta circolare, poi si parla di un mausoleo; i lavori vengono interrotti a causa delle guerra e il mistero rimane. Solo nel 1946, quando gli archeologi riescono a penetrare dentro l’edificio, finalmente se ne chiarisce la natura.

Si tratta infatti di un’enorme cisterna: lo prova il rivestimento interno in cocciopesto, un impasto di calce e terracotta tritata fine, la malta idraulica che i romani usavano per impermeabilizzare le murature destinate a contenere acqua. Appurato questo, la cisterna di via Cristoforo Colombo, cade nel dimenticatoio, anche perché all’epoca, la sua posizione è alquanto periferica.

Le cose cambiano però nel 1961, quando cominciano i lavori di costruzione dell’edificio alle sue spalle, che, per decenni, sarà un ufficio prima della Sip, poi della Telecom, infine della TIM, per essere poi lasciato da qualche a seguito del piano di razionalizzazione degli spazi.

In tale occasione, si provvede sia al restauro, sia allo svuotamento del rudere: tali lavori terminano nel 1969 infine, nei primi anni ’90, sponsor la Sip, viene attuata un’opera generale di studio, di restauro conservativo e di sistemazione monumentale affidata all’archeologa Anna Maria Ramieri, attività che mio papà, che lavorava proprio lì accanto, dovrebbe ricordare molto bene.

La cisterna aveva all’esterno un diametro che misurava circa 20 metri e a giudicare dai bolli impressi nei mattoni (i romani usavano bollare il materiale laterizio col nome o la sigla del fabbricante o del proprietario dell’opera), fu eretta poco prima del 120 d.C., nel periodo compreso tra la morte di Traiano e l’inizio dell’impero di Adriano.

Il suo interno si presenta come una sorta di vestibolo trapezoidale, che fungeva da fossa di decantazione e che immette in un corridoio anulare coperto a volta e suddiviso in dieci vani comunicanti tramite archi. In origine c’erano solo due aperture verso un secondo corridoio concentrico, sempre coperto a volta ma senza divisioni interne, dal quale, attraverso un percorso si entrava nell’ambiente centrale che ha un diametro di quasi 3 metri ed è chiuso da una cupola.

Come accennato, tutta la cisterna era rivestita di cocciopesto ed infatti presenta ancora i cordoli atti ad eliminare gli spigoli vivi. A seguito del cambiamento d’uso della struttura è probabilmente scomparso l’acquedotto che doveva provvedere alla sua alimentazione idrica, mentre si è conservato un condotto di scarico che dal vestibolo portava all’esterno in prossimità della scala moderna di accesso.

Secondo ricostruzioni ed ipotesi, la cisterna doveva essere parzialmente interrato o del tutto ipogeo: la sua capienza è valutata in diverse centinaia di migliaia di litri d’acqua. Si è potuto stabilire che è rimasta in funzione almeno fino al IV secolo e che alla fine di questo secolo o all’inizio del V sulla sua copertura fu realizzato un ambiente destinato alla pigiatura di prodotti agricoli (uva? olive?), sicuramente anteriore all’edificazione del casale, all’interno del quale venne inglobato.

Alla cisterna è addossato un secondo edificio circolare, non comunicante con questa, che conserva internamente quattro pilastri. E’ costruito in opera laterizia e datato alla prima metà del III sec. d.C. Era una sorta di ambiente di servizio di un sistema idrico per lo sfruttamento agricolo.

Inizialmente, si era stato ipotizzato che fornisse acqua per vaste coltivazioni floreali, legata alle necropoli della zona: rose e viole in particolare, i fiori più usati per onorare i defunti. Recentemente, però, sono stati rinvenuti ra via P. Seteria e via P. Giuliani ( II – IV secolo d.C.) i resti di una villa rustica, per cui, il complesso doveva irrigare i suoi vigneti.

Nell’area era presente anche un sepolcreto , visto il frammento di un sarcofago riutilizzato nella copertura della cisterna ed altre epigrafi funerarie.

Un pensiero su “La Cisterna di via Cristoforo Colombo

  1. a ridosso delle mura aureliane, una costruzione rustica di qualche potente dell’epoca, come nel suburbio ce n’erano a centinaia, fuori e dentro le mura…

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