La sfida del debito cinese

Il boom economico americano degli anni Roaring Twentie è stato spesso attribuito alla politica economica iperliberista voluta dai Repubblicani: molto probabilmente, un contributo importante la diede la crescita esponenziale del debito.

L’ innovazione tecnologica e l’adozione da parte delle fabbriche americane delle teorie produttive di Taylor, ricordiamoci Tempi Moderni di Chaplin, aveva fatto aumentare notevolmente la produttività degli operai, senza che però questo corrispondesse a un effettivo aumento dei salari.

Per evitare che le merci prodotte rimanessero invendute, le banche, che ricordiamoci erano tra gli azionisti delle fabbriche, aprirono i cordoni della borsa, inondando di liquidità la media borghesia americana, che, vedendo grazie al credito concesso gonfiato il proprio potere di acquisto, sostenne la domanda di beni di consumo durevole. Ad esempio, nel 1929 il 60% di tutte le automobili e l’80% delle radio domestiche furono acquistati con credito rateale.

In teoria, ciò aveva creato una sorta di circolo virtuoso: il problema è che i debiti devono sempre essere pagati. Per cui, per rimediare una fonte di reddito in più, l’americano medio investì i risparmi e l’eccesso di liquidità a Wall Street, gonfiando la bolla speculativa.

In parallelo a questo, anche per il tentativo di sostituire l’egemonia inglese, gli USA inondarono di dollari l’Europa: nel periodo dal 1924 al 1931, quasi 6 miliardi di dollari di credito americano si riversarono in Europa, equivalenti nel 2021 a circa 92 miliardi di dollari. Se si aggiungevano i prestiti di guerra statunitensi del Tesoro e i costi della guerra stessa, un totale di 40 miliardi di dollari di fondi statunitensi era entrato in Europa in meno di 15 anni, un quinto del PIL totale americano nel 1914. Una parte servì alla ricostruzione, una volta ad alimentare i consumi degli europei che compravano merci americane

Ovviamente, questo non poteva durare: il primo campanello d’allarme suonò il 24 ottobre 1929 alla Borsa di New York fu inequivocabile: 13 milioni di azioni furono vendute a prezzi al ribasso. Il martedì successivo, il 29 ottobre, dopo una settimana di perdite incessanti, vennero vendute altri 16 milioni di azioni.

Il crollo provocò una crisi di liquidità immensa nella borghesia americana, che non aveva più soldi per pagare i debiti: il timore che questo provocasse il crollo delle banche, portò alla corsa agli sportelli, nel tentativo di salvare il salvabile. Così la crisi di liquidità si estese dai consumatori alle banche, che, risultando insolventi, trascinarono nella crisi le industrie nelle quali avevano investito.

Il crollo del potere d’acquisto portò al calo di consumi, che fece tornare al pettine i nodi della sovrapproduzione. Per contenere la crisi gli USA, che non riuscivano ad aumentare le esportazioni, Per contenere la crisi, che fino a quel momento avevano propugnato l’importanza del libero scambio, sposarono l’adozione di politiche protezionistiche per estromettere i prodotti stranieri e a proteggere le produzioni interne. Analogamente, anche alcuni Paesi europei ed il Giappone furono costretti ad adottare le stesse misure per tutelare la propria bilancia commerciale.

Nonostante questo, dopo qualche mese la situazione sembrò essersi rimessa: già a metà del 1930 le economie mondiali si stavano stabilizzando e il Dow Jones ritornò a salire. Ma il peggio doveva ancora venire: per salvare la banca e rilanciare l’economia, stimolando investimenti e commercio, l’Austria annunciò di aver avviato trattative con la Germania per creare un’unione doganale.

Il governo francese però, preso dalla paranoia, richiese sull’unghia il rimborso immediato di circa $ 300 milioni di crediti a breve termine dovuti dalla Germania e dall’Austria alle banche francesi, per esercitare pressioni su entrambi i paesi affinché sospendessero l’unione doganale, il che fece scoppiare una crisi bancaria a Vienna e Berlino.

Infatti, nel maggio del 1931 il Creditanstalt di Vienna, l’istituto di credito più importante d’Austria, fallì. La Creditanstalt aveva assunto crediti esteri, soprattutto americani, a breve termine dalle più diverse banche per prestarli a sua volta a lunga scadenza a funzionari dell’industria che non erano in grado di rimborsarli, accumulando gravi sofferenze.

Per abbellire la posizione i dirigenti vararono un piano di riacquisto di azioni proprie allo scopo di farne salire il corso. L’operazione condotta nel momento in cui i depositi si stavano già contraendo, sommato all’impatto delle richieste francesi, squilibrò ancora di più il rapporto liquidità/depositi rendendo il Creditanstalt insolvente. Problemi di Vienna, verrebbe da dire…

In realtà, provocò il cosiddetto effetto farfalla: saltò fuori questo metodo poco sano di affari della Creditanstalt era prassi bancaria corrente in Europa. Il mondo intero fu preso da terrore panico per questi rischiosi affari creditizi. Innervosito, ogni direttore di banca cercava di recuperare i crediti che erano stati concessi dal suo istituto. Nel maggio e nel giugno del 1931 ebbe così inizio la fatale gara alla denuncia dei crediti e il pericoloso sistema del reciproco ritiro dei crediti, provocando un’epocale crisi creditizia. Il 12 luglio chiuse i suoi sportelli a Berlino la Danat-Bank, il 31 luglio il Reich dovette intervenire a sostegno della Dresdner Bank, su cui erano stati investiti notevoli capitali americani e inglesi.

Il 20 settembre Londra dovette sacrificare il gold standard, il sistema di cambi fissi e di parità aurea che aveva governato l’economia mondiale dalla nascita del capitalismo moderno in poi, provocando a sua volta una serie di crisi monetarie in non meno di 39 paesi. L’effetto a cascata coinvolse anche la Francia e la Germania, favorendo l’ascesa nazista. Infine, il mancato pagamento dei debiti europei, diede il colpo di grazia alle banche americane, dando il via alla Grande Depressione.

Sfiga vuole che oggi esista uno stato che si trova in una situazione analoga agli USA del 1929: si tratta della Cina. Pechino, visto il crollo decennale delle esportazioni, dovuto alla recessione mondiale, ha fatto indebitare sino all’inverosimile i suoi concittadini, nella speranza di fare crescere il mercato interno: manovra che avuto parziale effetto, visto che il cinese medio, oltre a giocare in borsa, si è buttato sul mercato immobiliare, creando così due bolle speculative.

A questo si sono aggiunti i debiti delle imprese industriale, sempre per mitigare gli effetti della crisi, sia quelli dei governi locali, per rilanciare, tramite gli stimoli keynesiani legati alle costruzione di infrastrutture, l’economia. Tutto giusto, peccato che a Pechino si siano fatti prendere la mano. La somma del debito totale del Paese (privato, pubblico e industriale) è pari al 340% del PIL: per fare un paragone, nell’Italia affogata dal debito pubblico, tale valore è pari al 234%, la media UE è del 252%, mentre negli USA del 1929 era del 311%.

In parallelo, Pechino, sempre come gli USA negli anni Venti, per motivi politici ha concesso prestiti a destra e manca in giro per il Mondo: in cambio del denaro, a un tasso anche assai conveniente, i Paesi destinatari dovevano favorire gli investimenti cinesi nella loro economia. La crisi dovuta Covid, oltre a rendere assai meno redditizi tali investimenti (d’altra parte, ad esempio, il costruire da parte di Huawei un data center in Papua Nuova Guinea, non mi sarebbe parsa un’idea brillante neppure in pieno boom economico) ha messo pure in forse la restituzione di tale prestiti.

In questo caos, Pechino poco può fare: un approccio nazista o ateniese, espansionismo per scaricare sui vicini il costo dei propri debiti, non è praticabile per la presenza USA nel Pacifico. Una ristrutturazione del debito interno ed esterno, oltre a provocare una spirale di malumore nei suoi concittadini difficilmente gestibile, ne minerebbe ulteriormente la credibilità internazionale

Insomma, Pechino deve solo sperare che la probabile ripresa a seguito della fine della pandemia, renda più sostenibile il suo debito: e noi ci accodiamo alle sue preci, perché gli impatti di una Grande Recessione cinese, a livello globale sarebbero ben poco piacevoli..

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