Palazzo dei Normanni (Parte V)

Con l’arrivo degli Angioini e la riorganizzazione sia dell’amministrazione siciliana, sia di quella di Palermo, il Palazzo dei Normanni fu progressivamente marginalizzato, cominciando una fase di profonda decadenza, tanto che in occasione dei Vespri Siciliani, fu messo a ferro e fuoco dai rivoltosi. Scacciati gli angioini, Pietro III d’Aragona si trasferì nel palazzo dimorandovi appena tre anni.

Tuttavia, i nuovi arrivati, molto più concentrati sui loro domini spagnoli, preferirono da una parte delegare il governo ai nobili siciliani, che ovviamente esercitavano il potere dai loro palazzi, come affermazione di autonomia e indipendenza dall’autorità reale, dall’altra nei loro soggiorni palermitani, gli aragonesi preferivano abitare nei pressi del Porto, il cuore economico della città.

Dopo la fine del potere chiaromontano e la definitiva restaurazione aragonese in Sicilia. L’Hosterium magnum di Andrea Chiaromonte, confiscato dopo la sua morte dalla corona, viene eletto a sede del governo monarchico, anche per imporre, con un’immagine simbolica, l’autorità regia sui turbolenti baroni locali. In seguito, per concessione reale, diventa sede viceregia dal 1468 fino al 1517, quando, per ragioni di sicurezza, i viceré trasferirono la propria residenza nel Castello a mare.

Nel frattempo, la mancanza di manutenzione, intorno al 1340, provocò un crollo rovinoso del Palazzo, che così, non solo fu abbandonato, ma utilizzato come cava da cui trarre materiale edilizio utilizzato per la costruzione di luoghi di culto o cimiteri.

Sia per cercare di mettere fine a questo malcostume, il Palazzo dei Normanni era diventato, nelle cronache dei viaggiatori, la Ruina Magna, sia per permettere all’arcivescovo di tenere sotto controllo l’Inquisizione locale, che da una parte tendeva a essere troppo indipendente dal Potere, dall’altra continuava a prendere iniziative strampalate, era molto tollerante con gli eretici, più o meno dichiarati, ma era inflessibile su questioni di morale ordinaria, insomma era più facile finire sul rogo per adulterio che per divergenze teologiche, il suo Tribunale fu trasferito nel 1513 a Palazzo dei Normanni.

Cosa di cui i viceré si pentirono presto, dato che gli Inquisitori, sia perché non sopportavano gli Arcivescovi, sia perché la nuova sede era messa maluccio, ci pioveva dentro e parecchie volte i frati domenicani rischiarono di lasciarci le penne per i crolli, cominciarono a inondarli di quantità industriali di petizioni per traslocare in una nuova sede.

Nel frattempo, aumentavano le preoccupazioni per una potenziale invasione da parte dei Turchi e dei loro alleati, gli stati barbareschi del Nord Africa. Per cui, il viceré Ferrante Gonzaga, nel 1536, affidò all’ingegnere bergamasco Antonio Ferramolino il progetto per modernizzare le difese di Palermo, costruendo una cinta bastionata: nel progetto ovviamente, furono riviste anche le difese del Palazzo dei Normanni e con sommo sollievo degli Inquisitori, riparati i suoi tetti.

Le cose cambiarono ulteriormente nel 1553, quando il viceré Juan de Vega decise di spostare la sede viceregia nel Palazzo Reale. I motivi di tale scelta furono molteplici: per prima cosa, l’area, che era diventata malsana per l’impaludamento dei fiumi palermitani, era oggetto di una riqualificazione urbanistica, che ne stava aumentando il valore economico e l’importanza urbanistica.

Poi, era stata appena terminato il bastione di San Pietro: così Palazzo dei Normanni si trovò all’improvviso molto più sicuro di Castello a mare, come detto a rischio di improvvisi attacchi turchi. La vecchia reggia, inoltre, presentava anche il vantaggio di non essere circondata interamente dal tessuto urbano, trovandosi a ridosso della cinta di fortificazioni, e di potere quindi accedere agevolmente al territorio circostante attraverso Porta Nuova, facilitando la fuga in caso di rivolte.

Infine, c’erano una serie di motivazioni sia simboliche, sia politiche: imitando quando fatto in Spagna nelle ristrutturazioni dei «reales alcàzares» e di altri «sitios reales» avviate per volontà di Carlo V, e del figlio Filippo, il viceré, da una parte si appropriava della storia e della tradizione locale, evidenziando la legittimità del potere asburgico, diretto erede degli Altavilla, dall’altra nel omologava le forme architettoniche a quelli iberiche, evidenziando come Palermo, nonostante le sue peculiarità e velleità autonomiste, non era nulla più che una delle tante città spagnole.

Ovviamente gli autonomisti locali, che avevano come portavoce intellettuale Tommaso Fazello, contestarono ferocemente questa ristrutturazione, con la scusa di tutelare l’eredita normanna, tanto da definire un edificio che si reggeva in piedi per miracolo

In questa rocca ci sono dappertutto parecchie stanze separate, molto belle per i mosaici e le pietre preziose, conteste dei segni propri della magnificenza regale, attraversate in tutti i sensi da tappeti tinti di porpora, in cui si distinguevano disegni di meravigliosa eleganza e fattura. I pavimenti erano lastricati di mattoni di marmo e di porfido, che pareva quasi un sacrilegio doverli calpestare

Anche perché, per l’epoca, questa tipologia di ristrutturazione era molto rispettosa: si trattava di ampliare e rinnovare gli antichi palazzi attraverso interventi puntuali concentrati soprattutto sugli elementi più rappresentativi dell’edificio, come la facciata o le corti interne, ma nel rispetto, ove possibile, delle strutture preesistenti.

In maniera del tutto simile agli esempi spagnoli, i maggiori interventi realizzati nella reggia palermitana nella seconda metà del XVI secolo sono costituiti, sostanzialmente, dalla realizzazione di due cortili posti ai lati della chiesa di S. Pietro, la preziosa cappella palatina dei re normanni costruita per volere di Ruggero II, e da una imponente e austera facciata rivolta verso la città a definizione dei nuovi appartamenti di rappresentanza.

L’interposizione della chiesa fra i due cortili, in particolare, sembra reiterare la soluzione proposta da Alonso de Covarrubias per l’Alcàzar di Madrid, come è visibile da un noto disegno a lui attribuito risalente al 1536 circa, dove l’antica cappella quattrocentesca insieme allo scalone monumentale costituisce la struttura intermedia fra le due corti.

Come il fratello madrileno, distrutto nel grande incendio del 1734, l'”alcazar” palermitano era caratterizzato da una pianta asimmetrica e la facciata irregolare, visto che, per entrambi i casi, vi era il problema delle preesistenze architettoniche e delle differenti altimetrie presenti nel sito. In più, in entrambi i casi, i cortili furono utilizzati come spazi comunitari, per il mercato o per cerimonie pubbliche, cosa che all’epoca comprendeva anche le esecuzioni capitali: peculiarità che colpì e scandalizzò i viaggiatori stranieri, abituati una maggiore privacy da parte del Potere.

Per prima cosa, il viceré de Vega trasferì il tribunale dell’Inquisizione a Castello a Mare, poi, intervenne sul problema più evidente dell’edificio, la Torre Rossa, che stava in piedi per miracolo, che fu demolita e ricostruita. Negli anni sessanta e settanta del Cinquecento, una serie di interventi coinvolgeranno la zona a nord-ovest della cappella Palatina. Nel 1567 sono documentati lavori alla facciata verso la città secondo un progetto che prevedeva la realizzazione di tre ordini di loggiati coperti con volte a crociera: tale soluzione, non gradita dal viceré Gargia di Toledo perché reputata poco funzionale e fu quasi immediatamente abbandonata, rinviando la definizione del prospetto.

Risale, invece, al 1569 l’inizio dei lavori per la costruzione della «sala nova», destinata ai Parlamenti Generali (odierna «Sala d’Ercole»), e degli ambienti sottostanti; questi interventi saranno portati a conclusione con la realizzazione, negli anni immediatamente successivi, del portico a due ordini che definisce tali appartamenti e del cortile pensile detto «della Fontana», la cui costruzione comportò la demolizione dell’antica torre normanna detta «Chirimbi», mentre sul lato nord-ovest del cortile furono mantenute buona parte delle vestigia medievali, la «Torre Pisana» e parte della «Joaria».

La parte a sud-est della cappella di S. Pietro fu oggetto di un notevole intervento proprio alla fine del XVI secolo con la realizzazione, a partire dal 1599, di buona parte del «Cortile Grande» o «Maqueda», da Bernardino Cardines duca di Maqueda, viceré dal 1598 al 1601: un’opera di grande imponenza, per i suoi tre ordini di logge e di grande difficoltà progettuale, dati i preesistenti livelli del palazzo da collegare uniformemente. Nello stesso periodo, fu iniziata la costruzione dello scalone monumentale del Palazzo.

Nel 1616 Juan Gaspar Fernández Pacheco y Zúñiga, V marchese di Vigliena, V duca d’Escalona definì la parte centrale dell’ala est dotandola di un elegante prospetto in stile rinascimentale e un patio interno. Ventuno anni dopo, nel 1637, il presidente del Regno Luigi Moncada, duca di Montalto, adeguò l’antico deposito delle munizioni, trasformandolo in sala delle udienze estive del Parlamento, arricchendolo d’affreschi, opere dei più celebrati artisti dell’epoca come Vincenzo La Barbera, Giuseppe Costantino, Pietro Novelli e Gerardo Astorino. Per tale motivo gli ambienti comunicanti assunsero la denominazione di Sala Duca di Montalto. Il cortile colonnato noto col nome di Galleria fu poi con la sede principale per i giudici e i presidenti della Gran Corte Civile e Criminale.

Ovviamente, anche per le rivolte dei Seicento, i viceré si impegnarono a rafforzare a oltranze le difese del Palazzo. L’ultimo intervento architettonico dei viceré spagnoli risale al 1696, quando Pedro Manuel Colón de Portugal, discendente di Cristoforo Colombo, dispose la copertura del camminamento tra reggia e Porta Nuova.

Ora, il recupero del Palazzo dei Normanni da parte dei viceré spagnoli, spostando il centro politico della città dal Porto al Piano della Cattedrale, ebbe un impatto determinante nella ristrutturazione urbanistica della città. La necessità di realizzare un adeguato collegamento tra il Palazzo Reale e la zona di Piazza Marina per prima cosa portò al raddrizzamento e all’ampliamento del vecchio Cassaro, decisione che mise a disposizione un possibile spazio urbano a disposizione delle esigenze di rappresentanza dei nuovi ceti dominanti: ciò scatenò la corsa, da parte degli ordini religiosi e dei nobili, ha costruire palazzi e conventi sulla nuova strada, con facciate monumentali che dovevano testimoniare la loro ricchezza e il loro potere.

Monumentalizzazione che fu accentuata da Marco Antonio Colonna con i suoi progetti di costruzione di Porta Nuova e Porta Felice. Il viceré Maqueda, visto il ruolo fondamentale, anche per la costruzione del Molo Nuovo, stava assumendo il Cassaro, decise di creare un nuovo asse viario, perpendicolare a questo, per rendere più scorrevole la circolazione all’interno della città: incrocio, che monumentalizzato, porterà alla nascita dei nostri Quattro Canti.

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