Atene contro Siracusa (Parte XIV)

La fuga di Alcibiade, però, non risolse per nulla i due grandi limiti della spedizione ateniese, la mancanza di una guida unitaria e di obiettivi strategici chiari. Anzi, se possibile accentuò ancora di più l’ostilità tra Nicia, favorevole all’approccio minimalista, ridurre a mal partito Selinunte e poi trattare un compromesso con Siracusa, e quello più aggressivo di Lamaco, orientato alla conquista della polis siciliana.

Alla fine, a far decidere il da farsi, fu la mancanza di fondi: per cui, prevalse inizialmente la linea della prudenza: l’esercito ateniese fu diviso in parti, ognuno sotto il comando di un stratega. Nicia si sarebbe trasferito a Segesta, con la scusa di provvedere alla difesa della città; in realtà il suo scopo era di convincere con le cattive, più che con le buone a fare sganciare agli alleati il denaro promesso.

Lamaco avrebbe invece compiuto un raid dimostrativo nei confronti di Selinunte, più che per un assalto vero e proprio, visto le vicende del successivo assedio cartaginese, la polis non sarebbe stato un avversario così ostico, per cercare di convincerla a trovare un compromesso con Segesta. Fatto questo, gli ateniesi se ne sarebbero tornati a casa, almeno in teoria.

La realtà fu ben differente, anche se, leggendo bene il racconto di Tucidide, ci sono parecchie cose che non tornano e su cui lo storico fa l’omertoso

Conclusa così questa vicenda, gli strateghi ateniesi rimasti in Sicilia, ripartito l’esercito in due settori e trattone ciascuno a sorte il proprio, puntarono con tutta l’armata su Selinunte e Segesta, con l’intento di porre in chiaro se i Segestani avrebbero messo a disposizione i fondi richiesti e di farsi un’opinione su come si presentava Selinunte, studiando insieme la materia del dissidio che l’opponeva ai Segestani. Veleggiando con la costa siciliana a sinistra, lungo la riva bagnata dal golfo Tirrenico, attraccarono a Imera, l’unico centro greco in questa zona della Sicilia. Ma non avendo ricevuto ospitalità, avanzarono. Durante il tragitto conquistarono Iccara, una piazzaforte siciliana ostile ai Segestani: era una località sulla costa. La popolazione fu resa schiava, e la città consegnata ai Segestani (che erano intervenuti con un corpo di cavalleria). Per parte loro, gli Ateniesi si ritirarono attraversando il paese dei Siculi con l’armata terrestre fino a Catania: le navi effettuarono il periplo, con a bordo gli schiavi. Nicia invece, appena lasciata Iccara, si diresse a Segesta dove regolò le altre questioni e riscosse trenta talenti, per ricongiungersi finalmente all’esercito.

Gli schiavi di guerra, venduti, fruttarono un incasso di centoventi talenti. Corrieri ateniesi si presentarono sempre a bordo di navi, agli alleati di Sicilia, con l’invito di concorrere con truppe mentre con la metà delle proprie milizie comparvero a Ibla Geleati, città nemica, ma non l’occuparono. E l’estate finiva.

Gli ateniesi, lasciata Catania, imbarcarono le truppe, andarono con la flotta verso nord, superando lo stretto di Messina, per poi costeggiare la costa tirrenica della Sicilia, sino ad Himera, l’ultimo avamposto greco prima della epicrazia cartaginese. Imera, dinanzi alla richiesta di alleanza da parte degli ateniesi, vista gli antichi rapporti con i Siracusani, fece orecchie da mercante.

Gli ateniesi, invece di tornarsene indietro, ripresero a navigare, traversando indisturbati le acque dei domini punici, sino a giungere all’altezza della città sicana di Hykkara, sita a Monte d’Oro, nel territorio di Montelepre e il cui porto era nei pressi della nostra Carini: entrambe le località a uno tiro di schioppo da Zyz, la Palermo punica.

La leggenda riportata da Tucidide afferma che Cocalo, figlio del ciclope Briareo e re dei Sicani, ordinò la costruzione di una nuova città fortificata, che servisse per contrastare la vicina Segesta, città degli Elimi; del progetto venne incaricato Dedalo, che scelse una località fra la stessa Segesta e Panormos e la chiamò Hykkara per ricordare il figlio Icaro. Secondo lo storico Timeo di Tauromenio il nome della città è da collegarsi alla presenza molto diffusa nella zona di un pesce chiamato Hykas o Ikkaron.

Hykkara, nell’indifferenza cartaginese, fu messa a ferro e fuoco e assegnata in possesso ai segestani: la popolazione venne ridotta in schiavitù; fra queste una bambina di nome Laide, la cui madre Timandra era stata l’amante dello statista ateniese Alcibiade, che fu venduta a Corinto e che divenne una delle più famose etere di quel periodo.

Compiuta l’impresa, la flotta continuò il periplo della Sicilia, tornando a Catania. Le truppe di Lamaco, dopo avere compiuto l’azione dimostrativa ai danni di Selinunte, che però fece orecchie da mercante, se ne ritornò alla base via terra, mentre Nicia, con il resto dell’esercito, raggiunse Segesta, che pagò sull’unghia i famigerati 30 talenti, pari a 550.000 euro. In più, ottenne, dalla vendita dei prigionieri, 120 talenti, pari a 2.200.000 euro. Ora, dato il prezzo medio di uno schiavo dell’epoca era pari a 200 dracme, ne furono venduti circa 3600.

Data la presenza del corpo di spedizione ateniese in Sicilia, i Selinuntini evitarono di attaccare Segesta, per cui alla lunga, un accordo si sarebbe potuto trovare: ma l’improvviso riempirsi delle casse, diede agli ateniesi la possibilità di continuare a oltranza la campagna, facendo prevalere la linea aggressiva di Lamaco… Però, la ricostruzione fornita da Tucidide, ha un problema, data la presenza di un convitato di pietra chiamato Cartagine.

I punici, come dargli torto, erano abbastanza paranoici nei confronti di qualsiasi mossa dei siracusani e degli altri greci di Sicilia: bastava molto meno, del vedere parecchie centinaia di triremi ellenici navigare tranquilli al largo della Cala e migliaia di opliti andare a spasso per la Conca d’Oro, per scendere sul sentiero di guerra. Il perché siano stati buoni e tranquilli, non reagendo a quella che poteva essere considerata una potenziale minaccia o almeno una provocazione, è un mistero. Come è difficile da spiegare, quest’improvviso apparire dal nulla di tutto questo denaro, visto che i segestani, non solo piangevano miseria, ma addirittura avevano truffato gli ambasciatori di Atene.

A pensare male, si può sospettare che Cartagine, convinta sia che Atene non avesse nessuna possibilità di vincere su Siracusa, dopo decenni di lotte conosceva bene i suoi polli, sia che però la sua campagna militare ferisse a morte la polis siciliana, abbia stretti un accordo con Lamaco, non solo concedendo una benevola neutralità, comprensiva di libertà di azione e movimento, ma che abbia addirittura finanziato il proseguo della campagna militare. Dinanzi a tale situazione, Nicia si dovette arrendere al fatto compiuto.

Cartagine, comunque fosse andata, avrebbe trionfato su un nemico prostrato, come accadrà negli anni successivi, applicando l’antico principio del tra i due litiganti, il terzo gode. Tucidide, consapevole di questo, ha probabilmente nascosto ai suo lettori questo fatto

Però Nicia, sempre poco convinto dell’escalation della spedizione, cercò di guadagnare tempo: da una parte continuò, imitando Alcibiade, ma con assai minore talento dialettico, la moral suasion nei confronti delle altre polis siciliane, affinché isolassero Siracusa, dall’altra convinse Lamaco a compiere un raid nei confronti di Hybla Gereatis fu un’antica città della Sicilia orientale, che non siamo ancora riusciti ad identificare.

La città era associata ai Galeoti, stirpe di sacerdoti legati agli antichi culti micenei, che avevano forti legami, anche rituali, con le élite siracusane; minacciarla, le avrebbe forse spinte a trattare. Entrambe le iniziative si risolsero con un buco nell’acqua: però, intanto, il tempo passava e l’estate, la stagione in cui greci preferivano combattere, stava passando..

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