Ludi Saeculares

Approfitto del Natale di Roma, città che ha visto di tutto e di più e che sopravviverà anche all’attuale malgoverno, per parlare delle cerimonie più solenni dell’Antichità, i Ludi Saeculares, in origine i Ludi Tarentini, che nell’Urbe si tenevano per tre giorni e tre notti che delimitava la fine di un saeculum (secolo) e l’inizio del successivo. Un saeculum, presumibilmente la massima lunghezza possibile della vita umana, era considerato durare tra i 100 ed i 110 anni, in base alla teoria pitagorica che riteneva che il genere umano si rigenerasse con un ciclo di 440 anni diviso a sua volta in 4 periodi di 110 anni in una successione di 4 ere: età dell’oro, del bronzo, degli eroi, del ferro.

Teoria che sembra scema, ma che in fondo rispecchia la stessa volontà, di noi moderni, di sistematizzare l’evoluzione umana. In fondo c’è poca differenza, dal punto di vista della simbologia che vi proiettiamo sopra tra l’età dell’oro e il Paleolitico: in fondo, anche da molti intellettuale, questo è visto come il tempo felice in cui l’Uomo viveva in comunione con la Natura, lontano dalle contraddizioni della civiltà

Poi, se vogliamo fare i puntigliosi, gli storici ellenici identificavano l’età degli eroi con il nostro Tardo Elladico e facendo il conto sulle generazioni il passaggio tra questa e l’età del ferro coincide con la nostra datazione della crisi dei palazzi micenei.

La principale differenza tra i pitagorici e moderni e che loro seguivano una concezione ciclica del Tempo, derivata forse dall’antica tradizione indoeuropea, mentre noi quella lineare ebraica.

Tornando ai Ludi Saeculares, secondo la leggenda ebbero origine con un nobile antenato sabino della Gens Valeria chiamato Valesus o Volusus. Il praenomen Valesus diede poi origine al nomen Valesius (testimoniato da epigrafi del VI sec. a.c.), trasformatosi successivamente in Valerius.

Valesus sarebbe giunto a Roma a seguito di Tito Tazio: quando i suoi bambini si ammalarono seriamente, lui pregò i propri dei di curarli, offrendo in cambio la sua vita. Una voce gli disse di portarli a Tarentum e di dargli da bere acqua del fiume Tevere, scaldata su un altare di Dis Pater (Dite) e di Proserpina, divinità che noi associamo agli Inferi, considerandole come una sorta di equivalente latino di Ade e di Persefone.

In origine, però, entrambe svolgevano un ruolo differente: Dite o Dis Pater è il dio delle ricchezze del sottosuolo, sia delle miniere, sia dei semi che devono ancora germogliare. Proserpina, invece, il cui nome potrebbe derivare dal latino proserpere (“emergere”), era la dea che proteggeva la crescita del farro e in generale dei cereali.

A riprova di questo abbiamo una testimonianza del buon Cicerone

La totalità della sostanza terrestre considerata nella pienezza delle sue funzioni fu invece affidata a Dis Pater che è lo stesso che dire Dives (il ricco), il Ploutos dei Greci; denominazione giustificata dal fatto che ogni cosa ritorna alla terra e da essa trae origine. A Dis Pater si ricollega Proserpina (il nome è di origine greca, trattandosi di quella dea che i Greci chiamano Persefone) che simboleggerebbe il seme del frumento e che la madre avrebbe cercata dopo la sua scomparsa.…

Pensando di dovere navigare sino a Taranto, Valesus prese una barca e cominciò a discendere il Tevere, per raggiungere il porto di Ostia, ma giunto all’altezza di Campo Marzio, nel luogo chiamato Tarentum una voce gli intimò di fermarsi.

Luogo, il Tarentum, che era situato tra il Tevere e la nostra Chiesa Nuova, circa all’altezza della sede TIM di via del Pellegrino. Valesus scaldò l’acqua del fiume e la diede ai bambini, essi guarirono miracolosamente e si addormentarono. Quando poi si svegliarono, informarono Valesius che era apparsa loro in sogno una sagoma e gli aveva detto di scavare nel punto in cui usciva del vapore e di fare sacrifici a Dite e Proserpina. Scavando, Valesius trovò che un altare a quelle divinità era stato seppellito in quel luogo, e compì il rituale come gli era stato indicato.

Altare che, come testimoniato dal Lanciani, fu ritrovato nell’inverno del 1886

Ebbe luogo nell’inverno tra il 1886 ed il 1887, durante la mia visita in America. In quel tempo i lavori di apertura e sbancamento di Corso Vittorio Emanuele avevano raggiunto un luogo che era considerato terra incognita dai topografi, e indicato con una macchia vuota nelle mappe archeologiche della città

Parlo della zona tra la Vallicella (la Chiesa Nuova, il Palazzo Cesarini, etc.) e le rive del Tevere vicino S. Giovanni dei Fiorentini. I rapporti parlano in maniera vaga del ritrovamento di cinque o sei muri paralleli, costruiti in conci di peperino, di gradini in marmo al centro di questo singolare monumento, di porte con stipiti ed architravi in marmo, che immettevano negli spazi tra i sei muri paralleli e, infine, di una colonna istoriata con fogliame.

Al mio ritorno a Roma, nella primavera del 1887, ogni traccia del monumento era scomparsa sotto Corso Vittorio Emanuele. Interrogai i capomastri, gli operai; consultai i registri delle imprese; ogni giorno visitavo i cantieri ancora attivi su ogni lato del Corso per la costruzione dei palazzi Cavalletti e Bassi: infine esaminai la “colonna istoriata con fogliame” che, nel frattempo era stata trasferita nel cortile del Palazzo dei Conservatori in Campidoglio.

Questo frammento di marmo, l’unico sopravvissuto agli scavi, mi ha dato la chiave per risolvere il mistero. Non era una colonna, era un pulvinus, o capitello, di un colossale altare marmoreo, degno di essere paragonato, per dimensioni e valore artistico, all’Ara Pacis scoperta sotto Palazzo Fiano, nonché a quella degli Antonini scoperta sotto Monte Citorio ed ad altre strutture monumentali simili.

Non ci fu allora esitazione nel determinare la natura delle scoperte fatte a Corso Vittorio Emanuele: era stato trovato un altare e questo altare doveva essere quello consacrato a Dis e Proserpina, dal momento che nessun altro altare è menzionato nella storia nel versante nord occidentale del Campo Marzio.

I disegni che illustrano la mia tesi, provano che l’altare si innalzava su una base di 10 mq, circondata su tutti i lati da tre o quattro gradini marmorei; che la base e l’altare erano circondati da tre setti murari posti ad un intervallo di 10 m l’uno dall’altro e che sul lato est della piazza scorreva l’ euripus, o canale, largo circa tre m e mezzo, profondo un m e venti e delimitato da blocchi di pietra, la cui pendenza verso il Tevere era di 1:100

A riprova di questa attribuzione, vi fu una successiva scoperta, risalente al 1890, sempre testimoniata da Lanciani

Il 20 settembre del 1890, gli operai addetti alla costruzione del collettore principale sulla riva sinistra del Tevere, tra Ponte S. Angelo e la Chiesa di S. Giovanni dei Fiorentini, trovarono un muro medievale costruito con materiali presi a caso dalle vicine rovine. Tra loro, c’erano uno o più frammenti che descrivevano la celebrazione dei Ludi Saeculares durante l’Impero.

Alla fine della giornata erano stati recuperati 17 pezzi, sette dei quali appartenevano alle testimonianze dei giochi celebrati sotto Augusto nell’anno 17 a.c., gli altri quelli celebrati da Settimio Severo e Caracalla nell’anno 204 d.c. Successive ricerche portarono alla scoperta di altri 96 frammenti, per un totale di 113, di cui 8 sono del tempo di Augusto, 2 del tempo di Domiziano ed il resto può essere datato a quello di Severo.

I frammenti del 17 a.c., ricomposti, formano un blocco alto tre m contenente 168 linee scritte fittamente. Questo monumento, oggi esposto alle Terme di Diocleziano, aveva la forma di un pilastro quadrato coronato da una cornice aggettante, con base e capitello di ordine tuscanico, ed era alto, in origine, quattro m.

Credo che non ci sia alcuna iscrizione, tra le trentamila raccolte nel volume VI del “Corpus”, che impressioni o colpisca di più l’immaginazione di questo rapporto ufficiale di una cerimonia di stato che ebbe luogo più di millenovecento anni fa alla presenza degli uomini più illustri del tempo.

La presenza di una sorgente sulfurea e l’associazione con l’etnos sabino, fa inoltre ipotizzare come l’altare fosse in qualche modo associata con Mephitis. In epoca repubblicana furono chiamati Ludi Tarentini, dal nome della pozza, ed erano celebrati con lo scopo di scongiurare la ricorrenza di qualche grave calamità da cui si era stati colpiti. Dal momento che le calamità erano contingenze che nessun uomo poteva prevedere, appare evidente che la celebrazione dei Ludi Tarentini non era connessa ad alcun particolare ciclo temporale, come ad esempio il saeculum.

Trascurando il racconto leggendario della loro celebrazione in occasione della cacciata dei Tarquini, sappiamo per certo che fossero celebrati sia nel 249 a.C., durante la Prima Guerra Punica, sia nel 146 a.C. durante la Terza Guerra Punica.

Il fatto che queste due celebrazioni avvenissero a circa cento anni di distanza l’una dall’altra, fece ipotizzare a Varrone come questi riti fossero conseguenza di qualche presagio contenuto nei Libri Sibillini e che dovessero seguire una specifica periodicità secolare.

Ipotesi che sarebbe finita nel dimenticatoio, se non avesse colpito la fantasia di Ottaviano, che le provava tutte, per legittimare il suo potere, spacciandosi sia come restauratore del mos maiorum, più o meno inventato, sia come iniziatore di una nuova età dell’oro, secondo la concezione ciclica dei Pitagorici.

Per cui, fissando arbitrariamente come data di prima celebrazione il 456 a.C., Augusto decise di celebrare in grande stile i Ludi Tarantini, chiamati per l’occasione Saeculares, nel 17 a.C. dal 31 maggio al 3 giugno, e che, sempre per l’influenza neopitagorica, all’epoca assai diffusa a Roma, basti pensare alla basilica sotterranea di Porta Maggiore, che questa cerimonia di dovesse ripetere ogni 110 anni.

Prima dei Giochi stessi, degli araldi andarono in giro per la città ad invitare il popolo ad “uno spettacolo a cui non avevano mai assistito e mai avrebbero rivisto in futuro”. I quindecimviri si riunirono sul Campidoglio e nel tempio di Apollo Palatino, e distribuirono gratuitamente ai cittadini torce, zolfo ed asfalto, da bruciare come mezzo di purificazione (questi rituali potrebbero esser stati mutuati da quelli in uso nei Parilia, le feste per l’anniversario della fondazione di Roma). Vennero offerti anche grano, orzo e fagioli.

In ottica della Pax deorum, fu decisa una duplice modalità rituale: la notte si sarebbero tenuti i sacrifici in onore delle divinità arcaiche, Dite e Proserpina, ma alle Parche, ad Ilizia, la custode del Parto e a Tellus (la Madre Terra). Il giorno, si sarebbero celebrate le cerimonie in onore di Giove, Giunone e di Apollo e Diana, quest’ultime divinità tutelari di Ottaviano.

Il tutto portò al seguente calendario

  • 31maggio – Notte – Campo Marzio – Parche – 9 agnelli femmine e 9 capre femmine
  • 1º giugno – Giorno – Campidoglio – Giove – 2 tori
  • 1º giugno – Notte – Campo Marzio – Ilizia – 27 libum (9 pezzi per ognuno dei 3 tipi)
  • 2 giugno – Giorno – Campidoglio – Giunone – 2 mucche
  • 2 giugno – Notte – Campo Marzio – Tellus – 1 scrofa gravida
  • 3 giugno – Giorno – Palatino – Apollo e Diana – 27 libum (9 pezzi per ognuno dei 3 tipi)

Dove il libum era una tipica focaccia romana, realizzata impastando del formaggio di pecora con della farina ed un uovo. Una volta formato il pane, esso veniva cotto posizionato su delle foglie di alloro. La ricetta ci viene fornita da Catone nel De agri cultura.

I ruoli chiave vennero svolti da Augusto e dal suo genero Marco Vipsanio Agrippa, in qualità di membri dei quindecimviri; Augusto partecipava da solo ai sacrifici notturni ma era accompagnato dal genero in quelli diurni. Dopo i sacrifici del 3 giugno, cori di ventisette ragazzi e ventisette ragazze cantavano il Carmen Saeculare, composto per l’occasione dal poeta Orazio. Questo inno veniva cantato sia sul Palatino che poi sul Campidoglio, ma le sue parole si concentravano, dato che chi pagava era Ottaviano, sulle divinità palatine Apollo e Diana.

Inno che cominciava così

Phoebe silvarumque potens Diana,
lucidum caeli decus, o colendi
semper et culti, date quae precamur
tempore sacro,
quo Sibyllini monuere versus
virgines lectas puerosque castos
dis, quibus septem placuere colles,
dicere carmen.
alme Sol, curru nitido diem qui
promis et celas aliusque et idem
nasceris, possis nihil urbe Roma
visere maiu
s.

Ogni sacrificio compiuto durante i Ludi Saeculares era seguito da spettacoli teatrali. Una volta che i sacrifici di maggior rilievo erano terminati, i giorni tra il 5 e l’11 giugno erano dedicati alle commedie greche e latine, mentre il 12 giugno si svolgevano le corse dei carri e l’esposizione dei trofei di caccia.

I Ludi furono celebrati anche dagli imperatori successivi, con parecchia confusione, dovuta a Claudio, che, come suo solito, non poteva non mettere bocca su questioni erudite: li fece infatti celebrare di nuovo nell’anno 47, per onorare l’ottocentesimo anno dalla fondazione di Roma e decretando come la cerimonia dovesse essere ripetuta ogni 100 anni esatti, che dovesse tenersi in occasione dei Parilia, il 21 aprile.

Per cui, i suoi successori si trovarono sempre davanti al dubbio se dare retta al decreto di Augusto o a quello di Claudio… Il primo a porsi il problema fu Domiziano, che, per risolvere il problema, scelse una data, 88 a.C., che pur usando come riferimento il 17 a.C. in un certo senso faceva la media tra periodicità decretata da Augusto e quella di Claudio. Domiziano che immortalò i vari momenti dei Ludi in una specifica coniazione numismatica, che andava dagli aurei alle assi.

Nel 148, Antonino il Pio decise invece di rifarsi al decreto di Claudio, celebrando i sacrifici non al Taurentun, ma sul tempio di Venere e Roma, anche celebrare il padre adottivo Adriano, che era stato l’ehm architetto di tale edificio, cosa che costò la vita ad Apollodoro di Damasco, poco convinto delle capacità imperiali.

Cassio Dione Cocceiano narra così la vicenda:

(Adriano) gli fece recapitare i disegni del tempio di Venere e Roma per fargli vedere come una così grande opera potesse essere realizzata anche senza il suo aiuto, e chiedendogli cosa gli sembrasse del progetto dell’edificio. Nella sua risposta, come primo punto, l’architetto dichiarò che si sarebbe dovuto costruire il tempio su di un piano sopraelevato, di modo che esso avrebbe potuto meglio dominare la Via Sacra dalla sua posizione rialzata, e che si sarebbero potuti così creare sottostanti locali capaci di accogliere macchine teatrali da tener nascoste, rendendo possibile la loro introduzione nell’adiacente teatro (Colosseo) senza che nessuno le vedesse in anticipo. Come secondo punto, a proposito delle statue delle dee, disse che erano troppo grandi per l’altezza delle loro celle. “Di fatto,” osservò, “se le dee volessero alzarsi dai loro troni per uscire dal tempio, sarebbero impossibilitate a farlo.” Quando egli scrisse tutto questo ad Adriano così, senza mezzi termini, l’imperatore ne fu irritato, e a maggior ragione dispiaciuto, essendo ormai troppo tardi per poter rimediare agli errori in cui era caduto, e incapace di contenere la sua rabbia e il suo rincrescimento, lo fece uccidere

Nel 204, però, Settimio Severo tornò alla tradizione augustea; Filippo l’Arabo, che secondo la tradizione ecclesiastica fu il primo imperatore cristiano, torno invece al conto di Claudio, celebrando nel 248 i mille anni dalla fondazione di Roma

Nel 314, però, Costantino, in tutt’altre faccende affaccendato, era ai ferri corti con Licinio, non celebrò i Ludi Saeculares, tanto che lo storico pagano Zosimo lo accusò, per questa mancanza, di avere provocato la decadenza dell’Impero

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