Le monete di Pio IX

Con il mio amico Enrico è da qualche giorno che stiamo, per divertimento, facendo bieche elecubrazioni sul valore delle monete pontificie ai tempi di Pio IX, rispetto ai nostri euro e al relativo potere di acquisto

Partiamo dagli assunti base di tali calcoli. Sino al 1866, la valuta pontifica era lo scudo che era suddiviso nei seguenti frazioni

1 scudo = 10 paoli = 100 baiocchi = 500 quattrini

A questo sistema, abbastanza semplice e lineare, si aggiungeva una pletora di altre monete, coniate sino al 1840, che però continuavano a circolare e che rispettavano una quotazione standard

1 doppia = 3 scudi = 30 paoli = 300 baiocchi = 1500 quattrini

1 testone = 3 paoli = 30 baiocchi = 150 quattrini

1 giulio = 20 baiocchi

1 grosso = 5 baiocchi’

1 carlino =7,5 baiocchi

per cui vi era anche l’equivalenza

1 doppia = 10 testoni = 40 carlini

1 scudo = 5 giuli = 10 paoli = 20 grossi

Insomma, per i bottegai della Roma pontificia, si rischiava di uscire pazzi. Il 18 giugno 1866, Pio IX, con un editto, mise fine a tutto ciò, introducendo il sistema monetario del Regno d’Italia, basato sulla lira, per due motivi. Il primo, ovvio, per semplificare questo manicomio, il secondo per aderire all’Unione Monetaria Latina, il tentativo ottocentesco di realizzare quanto oggi abbiamo con l’Euro.

Per semplificare cambi e commerci, il 23 dicembre 1865 Francia, Belgio, Italia e Svizzera raggiunsero una sorta di strano compromesso monetario: le monete d’oro e d’argento di questi paesi, pur diverse come nome e conio, avrebbero avuto lo stesso diametro, peso e percentuale di metallo prezioso e quindi lo stesso valore: al tempo era dato dalla quantità di metallo prezioso in esse contenute. Di conseguenza potevano circolare liberamente in tutti gli stati aderenti a tale convenzione.

Il perno del sistema fu il tasso fisso di cambio tra oro e argento, fissato a 1 : 15,5. Non vi era invece alcuna regolamentazione relativa alla della carta moneta, la quale non fu presa in considerazione. L’Unione Latina ebbe senza dubbio un gran successo. Vi aderirono Spagna e Grecia nel 1868 e Romania, Austria-Ungheria, Bulgaria, Venezuela, Serbia, Montenegro e San Marino nel 1889. Il problema di fondo, di tale accordo, però, era bimetallismo, basata sull’ipotesi di invarianza relativa dei prezzi dell’oro e dell’argento, supponendo che i volumi, le condizioni ed i costi di produzione dei due metalli rimanessero stabili. Ipotesi che però non si mantenne valida del tempo e che portò al fallimento di tale accordo.

Tornando a Pio IX, questo fissò, per l’adozione della nuova moneta un tasso di cambio pari a

1 scudo = 5,375 lire

che i commercianti romani, per semplificarsi la vita arrotondarono a 5. Basandosi sulle tabelle Istat,

1 lira del 1866 = 4,67 euro

per cui si avrebbe come

1 scudo = 25,1 euro

1 paolo = 2,51 euro

1 bajocco = 0,251 euro = 25 centesimi

1 quattrino = 0,05 euro = 5 centesimi

Estendendo tale rapporto all’altra pletora di monete

1 doppia = 75,3 euro

1 testone = 7,53 euro

1 giulio = 5,02 euro

1 carlino = 1,875 euro

1 grosso = 1,25 euro

Questo il valore in moneta attuale… Ma il relativo potere d’acquisto quale era ? Dagli articoli dell’epoca, sappiamo con 1 bajocco si acquistassero 6 once di pane, pari a 165 grammi. A Roma attualmente, un kg di pane costa in media Roma 2,63 euro, per cui sei once sarebbero pari a 44 centesimi. Per cui, il potere di acquisto era maggiorato del 74% rispetto all’attuale.

Ora, dato che un impiegato delle Poste Pontificie, equivalente al nostro sportellista prendeva 18 scudi su base quindicinali, il suo stipendio mensile come potere di acquisto tra 1500 e i 1600 euro, con una tassazione diretta ovviamente assai più bassa

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