La necropoli di Cuma

La Necropoli di Cuma è ubicata all’esterno della cinta muraria, davanti la Porta Mediana. Questa porzione di territorio che separava la città dalle sponde del lago di Licola era attraversato da tre strade che partendo dalla Porta Mediana si diramavano in tre diverse direzioni.

La più antica, risalente all’età arcaica, in direzione sud-nord collegava la città con Capua. La seconda era orientata a nord-est in direzione di Monte Grillo per poi procedere verso nord. La terza seguiva il percorso della cinta muraria per poi dirigersi verso il litorale.

L’area, così solcata dal sistema viario, è stata destinata, già da prima (X-IX sec. a.C.) della
fondazione della colonia greca, come necropoli, affiancata da un tempio demolito quando, nella prima metà del I sec. a.C. , per realizzare al suo posto un canale di scolo lungo il quale scorrevano le acque convogliate dagli scarichi fognari della città. Privata della sua funzione sacrale l’area venne occupata in breve tempo da numerose tombe.

La necropoli era stata oggetto di una serie di ritrovamenti fortuiti nel 1600: ma i primi scavi risalgono al 1755, quando l’ingegnere del Genio militare spagnolo, don Rocco Gioacchino Alcubierre, insieme all’ingegnere svizzero Karl Weber trovarono parte del sepolcreto di età romana, il quale fu poi indagato dal canonico Andrea de Jorio nel 1809 e nel 1815, e da Giuseppe de Stefano nel 1813. Altre indagini furono condotte tra il 1829 e il 1842 dal duca di Baclas, che si interessò soprattutto alle tombe di età sannita.
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Intorno al 1841, invece, l’architetto Bonucci, direttore degli scavi di Pozzuoli, scoprì molte tombe greche e romane, molte già depredate dai tombaroli. Un vero e proprio scavo sistematico, però, si ebbe soltanto nel 1852 quando il fratello del re di Napoli, Leopoldo di Borbone, Conte di Siracusa si interessò a questa zona; disinvolto, bello spirito, liberale, spregiudicato, fastoso, protettore di artisti, appassionato di pittura e di archeologia, cominciò gli scavi sistematici della necropoli, che furono seguiti da quelli dell’inglese Stevens, il primo ad adottare un approccio scientifico, lasciando un’ampia documentazione delle sue ricerche Giornali di Scavo e Taccuini.

Nel 1897, dato che gli scavi di Cuma sembravano essere diventati l’hobby dei re, il futuro Vittorio Emanuele III si dedicò ad alcuni saggi, che furono proseguiti da eruditi locali: la ricerca però subì un’interruzione tra il 1910 e il 1922 a causa dei lavori di bonifica del lago di Licola, che provocò anche la distruzione di parte della Necropoli.

Gli scavi ripreso solo nel 1961-62 quando, in seguito a lavori del Consorzio di Bonifica del Basso Volturno vennero fatte delle scoperte e le indagini vennero affidate a Johannowsky. Infine gli ultimi scavi nella necropoli risalgono al 1980, quando per la costruzione del depuratore di Licola, a 2,5 Km dalle mura settentrionali venne ritrovato un nucleo di circa 60 sepolture di fine IV-inizi III a.C. In anni più recenti, tra il 2001 e il 2008, il Centre Jean Bérard, invece,si è interessato allo studio della necropoli romana, della quale sono stati indagati i mausolei, i recinti funerari e circa 100 tombe isolate databili tra II a.C. e IV d.C.

Che cosa ci dice, questa necropoli, sull’evoluzione di Cuma? Il primo dato interessante emerge proprio dalla fase più, consistente tombe a fossa della prima età del Ferro: vi sono stati ritrovati una serie di vasi riconducibile alla seconda fase non molto inoltrata della cultura laziale (830-770 a.C.) il che implica una precocità dei rapporti commerciali tra i proto latini e la Campania, che sarà una costante nella fase arcaica della storia di Roma. Commerci che si amplieranno sempre più, sia con i contatti con i villanoviani, sia i con i greci, che porteranno a una precoce differenziazione sociale.

Con la nascita della colonia greca, la sua élite, nella tradizione degli Hippobotai euboici, aristocratici detentori del potere politico e militare, comincia farsi seppellire alla stregua dei nobili eroi di cui Omero riporta il complesso rituale: i resti del corpo bruciati sulla pira, deposti in un recipiente di bronzo o di altro materiale prezioso e avvolti in un panno di lino, prendono posto in un ricettacolo di tufo a forma di dado. Solo un corredo metallico (costituito da beni personali, da doni di prestigio, come gli scudi villanoviani e da armi) appare degno di accompagnare il defunto nel suo ultimo viaggio.

Scarsi invece sono i corredi delle tombe della fine del VII e del VI sec. con il bucchero che appare pressoché assente, al contrario della ceramica corinzia che è piuttosto abbondante e seriale; verso la fine del VI sec. a.C. fa la sua apparizione la ceramica calcidese. A partire dal V sec. a.C. è presente anche la ceramica attica, spesso di notevole qualità. Vanno segnalati, per il periodo arcaico, perché costituiscono una categoria di una certa consistenza, i bronzi, in parte certamente di provenienza etrusca (i bacini a orlo perlato, con motivo a treccia, le cosiddette <> formate da due lamine inchiodate, le situle a kalathos) o di altre provenienze ma giunti in Campania tramite i loro mercanti, a riprova di come la rivalità politica non interrompesse i rapporti commerciali e culturali.

Della ricchezza di monumenti sepolcrali che si addensarono, dall’epoca sannitica a quella imperiale, ai lati della via Vecchia Licola, sono oggi visibili solo pochi edifici funerari di particolare importanza. Le mura e le volte dei colombari di età repubblicana e imperiale, assai vicini quanto a tipologia a quelli della necropoli puteolana, che fino a pochi decenni fa affioravano per ogni dove, sono, tranne quello rinvenuto nel 1853 nel fondo di Stanislao Palumbo, ora ricoperti da folta vegetazione. E’ però visibile nel fondo Artiaco, una grande tomba sannitica a tholos.

Questo mausoleo circolare costituito da tredici filari di blocchi parallelepipedi di tufo (sei per il tamburo, sette aggettanti compongono la volta a cupola), internamente intonacato e forse dipinto, fu usato a lungo come ipogeo familiare della nota gens cumana degli Heii, la cui munificenza nelle opere pubbliche viene ricordata da tre iscrizioni osche rinvenute in più epoche nell’area del Foro in via Vecchia Licola, nei pressi delle Terme Centrali. Nelle tombe a cassa e a tegole della necropoli sannitica prevale la ceramica campana, che diventa sempre più scarsa dal III sec. a.C. in poi, ed è ampiamente documentata la ceramica locale.

Nel corso del II secolo a.C., il paesaggio funerario davanti alla Porta mediana è caratterizzato dalla presenza di diverse tombe a camera di tipo ipogeo, con volte a botte e facciata monumentale, costruite in blocchi squadrati di tufo. L’accesso alle tombe avveniva attraverso un lungo corridoio scavato nella terra (dromos), mentre la porta della camera funeraria era chiusa da un grande blocco di pietra. I monumenti erano destinati ad accogliere inumazioni plurime, deposte in cassoni o su letti funerari. La tipologia architettonica e i corredi mostrano l’alto livello sociale conseguito dai defunti

Uno dei più famosi, tra questi mausolei, ancora visibile, a cella rettangolare intonacata, sormontata da una costruzione poligonale in mattone, suscitò al momento della sua scoperta, nel 1853, particolare interesse a causa del ritrovamento di due individui – un uomo e una donna – seppelliti con la testa tagliata e, al suo posto, una maschera di cera.

Negli ultimi anni sono emerse ulteriori tombe di questa tipologia, come un monumento funerario a camera ipogea, databile al I sec. a.C., costruito in opera incerta con blocchetti irregolari di tufo legati con malta e destinato ad accogliere inumazioni. L’accesso alla camera, intonacata di bianco, avveniva attraverso un architrave arcuato monoblocco ed è presente una cornice aggettante sulla quale si imposta una volta a botte costruita in blocchetti di tufo di forma rettangolare disposti di taglio per filari. Il monumento, pur se già depredato, ha restituito alcuni oggetti dei corredi funerari tra i quali degli alabastra in alabastro, unguentari in ceramica, pedine da gioco in pasta vitrea ed elementi pertinenti a cassette lignee. Il rinvenimento di un balsamario in vetro documenta che il monumento è stato utilizzato fino alla prima metà del I sec. d.C.

Nel mese di giugno 2018 è stata riportata alla luce una nuova tomba riferibile alla stessa tipologia architettonica, ma dall’eccezionale decorazione figurata: sulla lunetta in corrispondenza dell’ingresso della camera funeraria, sono ancora visibili, infatti, una figura maschile nuda stante che sorregge nella mano destra una brocca in argento (oinochoe) e nella sinistra un calice; ai lati del personaggio, sono rappresentati un tavolino (trapeza) e alcuni vasi di grandi dimensioni tra i quali un cratere a calice su supporto, una situla e un’anfora su treppiede. Sulle pareti laterali s’intravedono verosimilmente scene di paesaggio. La decorazione è delimitata nella parte alta da un fregio floreale. L’intradosso della volta è giallo, mentre le pareti al disotto della cornice e i tre letti funerari sono dipinti di rosso.

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