Palazzo dei Normanni (Parte VI)

Per l’ingresso in città e la cerimonia d’incoronazione di Vittorio Amedeo II di Savoia e Anna Maria di Borbone-Orléans, la vigilia di Natale del 24 dicembre 1713, l’Alcazar di Palermo è ristrutturato in fretta e furia per ospitare i reali. I lavori ed il perfezionamento degli appartamenti trova il maggior intervento nel restauro della Sala dei Venti.

Se gli austriaci poco si interessano della struttura, nel 1735 la venuta di Carlo III, primo sovrano borbonico, a Palermo per l’incoronazione rende necessari «nuovi abbellimenti e ripari» secondo quanto riportato dal buon Mongitore nel suo Diario palermitano, ossia una serie di restauri e di adeguamenti funzionali, anche perché il nuovo re aveva maggiore interesse per Napoli che per la città siciliana.

Nello specifico, fu riorganizzato il sistema degli accessi: fu aperta la porta maggiore sul piano del palazzo che sostituiva l’accesso da una piccola porta; fu ingrandita la porta di san Michele e, intervento più importante, in quanto determinò la distruzione dello scalone cinquecentesco di collegamento tra il cortile della Fontana e la sala del Parlamento e di antiche strutture normanne come la torre Chirimbi, fu realizzata la rampa di san Michele, un accesso carrabile che conduceva direttamente al cortile della Fontana.

Fu inoltre realizzata una nuova cavallerizza e rinnovata la vecchia; e infine furono rinnovate le stanze della torre Greca, da destinare all’abitazione del re; fu rifatto il rivestimento dello scalone, utilizzando il marmo rosso di Castellammare al posto della pietra utilizzata nel 1601 che, secondo quanto riportato da Mongitore, non risulta ancora concluso nel 1735, anno della venuta di Carlo III a Palermo.

Secondo quanto riportato ancora dalle cronache di Mongitore «nel passo dal Palazzo alla porta Nuova avea alzato il viceré d’Usseda un grande stanzone per il gioco della Racchetta. Fu tolto via e restò libero il passo»; dunque fu demolita la stanza della “Racchetta”, ovvero un “camerone” fatto costruire al tempo del viceré Giovanni Francesco Paceco, duca di Usseda, il quale governò la Sicilia dal giugno del 1687 al 20 maggio 1696, dedicato alla pallacorda, l’antenato del nostro tennis. Tra l’altro, da un collega che lo ha come hobby, ho scoperto come si pratichi ancora e ci sono addirittura i relativi mondiali.

Qualche anno dopo, in occasione delle nozze di Carlo III con Maria Amalia, celebrate il 6 luglio 1738, fu rinnovato l’arredo della galleria del palazzo sostituendo i 37 ritratti dei viceré con quelli dei sovrani di Sicilia da Ruggero II a Carlo III, dipinti dal pittore rococò Guglielmo Borremans. Con Real Dispaccio del 28 marzo 1786 il principe di Caramanico, Francesco d’Aquino, viceré dal 1786 al 1795, riesce ad ottenere dalla corona un finanziamento straordinario per lavori «necessari, e urgenti per questo regio palazzo, ascendente ad onze 1033.2.3», finanziamento che avrà un duplice scopo: il primo, pro domo sua, per rinnovare gli appartamenti reale, dove il principe, come viceré risiedeva, il secondo dare un contentino ai brontoloni nobili siciliani, rendendo più fastosa la sala del Parlamento.

Lavori supervisionati da Salvatore Attinelli, architetto camerale dal 1778, carica che ricoprirà insieme a quella di direttore delle strade di Sicilia e rappresentante della Deputazione del Regno, mentre la decorazione fu affidata al pittore Giuseppe Velasquez, che realizzò nella sala del Parlamento, come promemoria per i locali baroni, à l’Allegoria della Monarchia protettrice delle Scienze e delle Arti, cancellata poi dagli interventi che saranno realizzati nel secolo successivo.

L’Allegoria inoltre ricordava i tentativi borbonici, alquanto confusionari, a sentire Goethe, di trasformare un’ala del palazzo in un museo di antichità siciliane. Come raccontato in un altro post, Alla fine del XVIII secolo la torre Pisana subisce un’importante trasformazione dovuta alla costruzione sull’ultimo livello del Real Osservatorio Astronomico per volere di Ferdinando IV di Borbone. Nel 1789 l’astronomo Giuseppe Piazzi e l’architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia furono incaricati dalla Deputazione dei Regi Studi di trovare un sito idoneo per la sistemazione della nuova struttura. La scelta, inizialmente indirizzata verso il Collegio degli Studi e poi sulla chiesa dello Spasimo, ricadrà, nel 1790, come riportato dallo stesso Piazzi, sul terrazzo di copertura della torre Pisana, considerato il sito più opportuno soprattutto perché offriva la possibilità di portare a termine i lavori in tempi relativamente brevi; periodo in cui tra l’altro, Marvuglia si dedica ai suoi studi sulla ricostruzione degli specchi ustori di Archimede, realizzando una serie di bizzarri e strampalati esperimenti proprio nella chiesa dello Spasimo.

Il 21 dicembre 1798 segna una svolta decisiva per il futuro del regno borbonico: il re Ferdinando di Borbone, III di Sicilia e IV di Napoli, e la regina Maria Carolina, con il loro seguito e l’intera famiglia reale, per sottrarsi alla minaccia costituita dalle truppe napoleoniche, fuggono da Napoli e sbarcano a Palermo sotto la protezione delle armi inglesi. La fuga del re dalla capitale, il conseguente trasferimento della corte e del governo borbonico in Sicilia rappresentano un nodo importante nella storia del regno meridionale e nel rapporto politico-istituzionale tra Napoli e Palermo.

Quest’ultima, nella mutata situazione internazionale, inizia ad assumere una posizione di primo piano, e si inizia a operare in modo tale che la capitale siciliana possa essere adeguata a rivestire il ruolo di sede ufficiale dei reali borbonici. La permanenza dei sovrani a Palermo alimenta infatti la speranza che la provvisoria residenza della corte diventi permanente e che la Sicilia, come già avvenuto con la dinastia normanna: di conseguenza, l’Alcazar, che svolgeva un ruolo essenzialmente amministrativo, torna a essere un Palazzo reale vero e proprio.

Per prima cosa, viene restaurata la Cappella Palatina, sia per evidenziare simbolicamente la continuità spirituale tra Altavilla e Borbone, sia perché, in maniera inaspettata, con la diffusione della sensibilità romantica, si stava trasformando in una sorta di attrazione turistica di massa.

Poi, i Borbone incaricano il buon Marvuglia di adeguare il complesso del Palazzo dei Normanni: inizialmente Giuseppe Venanzio ha carta bianca, ma quando Ferdinando si trova la sua solita proposta, buttiamo giù tutto e ricostruiamo in un mix di stile greco ed egiziano, comincia a mettere una serie di paletti. Così Marvuglia si dedica Marvuglia al coordinamento degli interventi negli appartamenti reali non solo consolidandoli, ma anche dirigendo i lavori di “rifinitura” degli stucchi e «li abbellimenti delle pitture nelle volte.

Negli stessi anni, Marvuglia si occupa inoltre su incarico del marchese del Vasto, maggiordomo maggiore del re, di vigilare sull’assetto delle costruzioni innalzate fuori porta Nuova, che avrebbero potuto disturbare la «visuale della flora di questo Real Palazzo», prospiciente sul piano di Santa Teresa, entrando in una faida, degna di Paperino e Anacleto Mitraglia, con don Salvatore Caruso, che fregandosene di tutti i regolamenti edilizi di Palermo e della forza di gravità, aveva deciso di aumentare a sproposito l’altezza del suo palazzo.

Faida che portò a una serie di polemiche, scherzi bizzarri e risse tra muratori, tutto nell’indifferenza dei Borboni, che sulla questione erano molto più tolleranti dei loro cortigiani. Sempre nell’ottica di rendere più vivibile e dignitoso il Palazzo, Marvuglia fece ripavimentare le piazze adiacenti, infine provvede a dividere l’antica «galleria dei viceré», ubicata al piano nobile dell’ala seicentesca, in due sale di minore dimensione, quelle che nel secolo successivo saranno denominate «sala gialla» e «sala rossa».

Con il ritorno della corte a Napoli nel 1801 si assiste a un periodo di stasi nel cantiere che riprende la sua attività nel 1806, in seguito al secondo soggiorno della corte a Palermo. Nel 1806 infatti le truppe francesi occupano nuovamente Napoli dove Napoleone riesce a insediare il fratello Giuseppe Bonaparte prima (marzo 1806 – luglio 1808) e Gioacchino Murat poi (agosto 1808 – ottobre 1815), che avrebbero governato con il titolo di re di Napoli costringendo i sovrani a rifugiarsi per la seconda volta in Sicilia.

Il 23 gennaio 1806 la corte borbonica infatti torna a Palermo, stavolta per un periodo un po’ più lungo ovvero fino al 1815. In quel periodo l’interesse borbonico fu concentrato sul Salone del Parlamento, che fu adibito all’esposizione della preziosa Quadreria di Capodimonte. Così Ferdinando decise di fare affrescare nuovamente le pareti e la volta della sala, affinché il salone presentasse “… uno stile più elegante e più grandioso”, incarico anche questa volta affidato a Velasquez.

Per il nuovo progetto aveva studiato e utilizzato le incisioni di Ottaviano e Volpato, stampate a Roma nel 1782, che riproponevano l’iconografia delle logge raffaellesche e aveva affidato a Benedetto Cotardi e ai suoi collaboratori, Benedetto Bonomo e Natale Campanella, le direttive cromatiche per i tondi, con i bassorilievi trompe-l’oleil entro le campiture geometriche, che perdevano così l’eleganza rococo, per adeguarsi alla nuova moda neoclassica

Secondo quanto riportato da Agostino Gallo, nella biografia dedicata a Giuseppe Velasquez, la scelta del ciclo delle fatiche di Ercole stava a simboleggiare la casa Borbone che difende, da forze estranee, il mantenimento in Europa dell’autorità regia vacillante. D’altronde la scelta del tema e della decorazione per il salone del Parlamento risultava coerente con la cultura e la simbologia araldica cara alla casa reale dei Borbone, infatti non a caso lo stesso sovrano aveva dedicato a Ercole uno dei viali della Real tenuta della Favorita a Palermo, dove aveva fatto collocare una copia dell’Ercole Farnese in cima a una colonna dorica, progettata dall’architetto Giuseppe Venanzio Marvuglia, al centro di una grande vasca. É assai significativo, inoltre, come la medesima denominazione della sala fosse stata data, qualche anno prima, anche alla sala dei viceré nella Reggia di Napoli, in seguito a un nuovo allestimento realizzato tra il 1807 e il 1809, che prevedeva l’esposizione di calchi in gesso di Ercole e della Flora Farnese.

Con il ritorno della corte a Napoli, i lavori sono interrotti, per riprendere con maggior lena con l’arrivo a Palermo di Leopoldo di Borbone…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...