L’assedio di Agrigento nella Prima Guerra Punica

Le vicende che portano la Repubblica Romana a intervenire a favore dei Mamertini, poco chiari dal punto di vista storico, Polibio e Diodoro Siculo danno due versioni differenti, però degenerarono rapidamente.

Il Senato, probabilmente visti i buoni rapporti con Cartagine, ipotizzava un intervento limitato, seguito con un compromesso con i punici: Roma avrebbe rafforzato il suo controllo sullo stretto di Messina, favorendo gli interessi delle città campane e dei senatori a loro libro paga, trasformato Siracusa uno stato cuscinetto, per dividere i suoi domini con quelli dell’epicrazia, e magari ottenuto qualche vantaggio in più per i suoi mercanti.

A Cartagine, la vedevano in maniera differente: per prima cosa, consideravano l’intervento romano una violazione dei trattati stipulati contro Agatocle e contro Pirro, poi, il loro intervento, alterava a suo svantaggio gli equilibri in Sicilia, con la perdita del suo indirect rule su Siracusa e Messina.

Per cui, come strumento di dissuasione nei confronti dei Romani, i punici cominciarono a rafforzare le loro guarnigioni, arruolando mercenari Liguri, Celti e Iberi; il Senato, non volendo apparire debole, in un’eventuale trattativa, rispose a questa escalation militare, incrementando il contingenti militar in Sicilia a quattro legioni, sotto il comando dei consoli Lucio Postumio Megello e Quinto Mamilio Vitulo.

La situazione era tesissima e bastava un nonnulla per fare degenerare la situazione: il casus belli fu legato alla questione Akragas, che era stata occupata da una guarnigione cartaginese e che Siracusa riteneva appartenere alla sua sfera d’influenza. Per cui, Gerone II chiese aiuto all’ingombrante alleato romano per sloggiare i punici.

Così, il contingente romano nel giugno del 262 a.C. marciò su Akragas dove i Cartaginesi tenevano una guarnigione comandata da Annibale Giscone. Le legioni romane si accamparono a circa otto stadi (circa 1.500 metri) dalla città. L’idea era replicare quanto accaduto a Messina: convincere Annibale Giscone a ritirarsi con le buone e al contempo aprire un tavolo di trattativa con i Cartaginesi, usando sia il bastone, la minaccia di una guerra, sia la carota, il riconoscimento del possesso dell’epicrazia.

Il problema fu che Annibale Giscone, vista la pessima fine fatta da Annone a Messina, crocifisso da punici per avere abbandonato la città, non aveva nessuna intenzione di evacuare Akragas: si rinchiuse con la guarnigione e la popolazione all’interno delle mura raccogliendo tutte le vivande possibili dal territorio circostante.

La città era preparata ad un lungo assedio e, in effetti, sembrava che tutto quello che si doveva fare era resistere in attesa che dalla madrepatria giungessero i rinforzi programmati; nel frattempo, probabilmente, si sarebbe raggiunto un accordo.

Dato che i consoli non si aspettavano questo, non essendo preparati ad assaltare la città, decisero di cominciare l’assedio: da una parte, grazie a Siracusa, non avevano problemi di rifornimenti, dall’altra, speravano sempre nei canali diplomatici.

Il problema, come racconta Polibio è che gli scontri degenerarono rapidamente

Essendo in pieno corso la mietitura e annunziandosi l’assedio di lunga durata, i soldati si impegnarono a raccogliere grano con più ardore del dovuto. I Cartaginesi, visti i nemici disperdersi per la campagna fecero una sortita e piombarono sui foraggiatori. Dopo averli facilmente messi in fuga, gli uni presero a saccheggiare il campo, gli altri si gettarono sui presidi. In seguito avvenne che i Cartaginesi si comportassero con maggiore prudenza e che, d’altra parte, i Romani provvedessero al foraggiamento con maggiore cautela.

Era guerra: aspettandosi l’arrivo di rinforzi da Cartagine, i consoli divisero in due l’esercito; una delle due metà rimase davanti alla città e l’altra fu spostata in direzione di Eraclea Minoa, ancora in mani puniche, da dove presumibilmente sarebbero giunti i Cartaginesi. I legionari costruirono due fossati uno per ripararsi dagli attacchi portati dalla città e l’altro per difendersi dall’esterno e una serie di fortificazioni in punti strategici, una tattica che sarà replicata da Cesare ad Alesia.

Passarono cinque mesi: evidentemente le trattative tra romani e punici fallirono e Cartagine a sua volta, decise di mostrare i muscoli. Le truppe puniche si raccolsero a Eraclea Minoa all’inizio dell’inverno 262-261 a.C. In Sicilia giunsero circa 50.000 fanti, 6.000 cavalieri e 60 elefanti comandati da Annone.

Benchè le cronache romane facciano le vaghe, è indubbio che il generale cartaginese ottenne numerosi successi: per prima cosa fece fallire il tentativo di bloccarlo a Eraclea Minoa, il che implica almeno una battaglia vinta, riuscì a impadronirsi delle scorte alimentari romane stipate a Erbesso emettere sotto assedio il campo romano.

Assediati da Annone, tagliati fuori dai rifornimenti di Siracusa e dalla possibilità di foraggiare liberamente i consoli romani dovettero decidere di scendere in campo per uno scontro diretto. Ovviamente questa volta fu Annone a non volersi impegnare. Più avesse indebolito i nemici affamati e -pareva- colpiti da un’epidemia e meno problemi avrebbe avuto in uno scontro campale. E, a quanto afferma Polibio, per due mesi le forze cartaginesi se ne stettero ad assediare il campo romano limitandosi a sporadiche scaramucce di cavalleria. Per fortuna dei Romani, Gerone di Siracusa riuscì a inviare un nuovo rifornimento che permise loro di scartare la pur ventilata ipotesi di abbandonare l’assedio.

Nello stesso tempo inoltre, la situazione all’interno della città, stretta d’assedio da oltre sette mesi, si stava facendo rapidamente disperata. Annibale Giscone, comunicando con i soccorritori tramite segnali di fuoco chiedeva un soccorso urgente e Annone dovette scendere in campo. Secondo Giovanni Zonara, furono i Romani a dover ingaggiare battaglia avendo limitate scorte di cibo a disposizione, ma Annone fu preoccupato da questa improvvisa decisione.

Ora sappiamo ben poco di come si svolse la battaglia. Zosimo, che però è molto tardo, afferma dispose le truppe di fanteria su due linee sistemando rinforzi ed elefanti in seconda fila e, probabilmente, disponendo la cavalleria alle ali, mentre i romani si schierarono su te linee. Dato che però era una prassi comune dell’epoca, può essere solo una deduzione, per altro credibile, dello storico.

La battaglia fu dura, lunga e il successo romano non fu netto: i legionari riuscirono a rompere l’assedio e fare ritirare le truppe di Annone, ma nel frattempo Annibale Giscone riuscì ad evacuare Akragas. Lui stesso riuscì ad attraversare i fossati e le linee romane e a mettersi in salvo, a quanto riferisce Polibio

“su una nave a sette ordini di remi che era stata del re Pirro”.

I romani, sempre affamati, si ritrovarono padroni di una città vuota e dovettero rinunciare ad ulteriori offensive. Il Senato, consapevole di questa vittoria di Pirro, non concesse il trionfo ai due consoli: ma l’opinione pubblica romana, invece, interpretò la battaglia come un grande successo. Sempre secondo Polibio

Non si fermavano ai ragionamenti iniziali e non si accontentavano di aver salvato i Mamertini, né dei vantaggi derivati dalla guerra stessa ma, sperando che fosse possibile cacciare del tutto i cartaginesi dall’isola e che, una volta avvenuto tutto ciò la propria potenza si incrementasse notevolmente erano presi da questi ragionamenti e dai progetti che ne derivavano

Per cui, il Senato, per biechi motivi di politica interna, decise di proseguire la guerra, anche perchè le città siciliane, con un errore di valutazione, considerarono il giogo romano assai più leggero di quello cartaginesi, passando in massa nel campo dell’Urbe.

Però, memori dell’esperienza di Pirro, i senatori individuarono lo Schwerpunkt cartaginese nel mare: per tagliare i rifornimenti alle fortezze dell’epicrazia, impedire uno sbarco punico in Italia, e aumentare la pressione sui nemici, era necessario varare una flotta. Sempre citando Polibio

Perciò, visto che le coste italiche erano sempre più attaccate da Cartagine mentre le coste africane restavano indenni, a Roma si decise di “prendere il mare”

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