Palazzo dei Normanni (Parte VII)

Paradossalmente, rispetto all’esilio della corte borbonica durante l’epopea napoleonica, negli anni trenta dell’Ottocento il cantiere del Palazzo dei Normanni è interessato da una cospicua attività edilizia, con uno sproposito di progetti, alcuni realizzati, altri realizzati e poi distrutti, oppure rimasti solo sulla carta.

Il merito è di Leopoldo di Borbone, conte di Siracusa, fratello minore di Ferdinando II, di cui ho già parlato in occasione degli scavi della necropoli di Cuma. Leopoldo, filo liberale e più acuto del resto del suo parentado, si era reso conto di come il principale vulnus del regno fosse la spaccatura tra le élite siciliane, pronte a difendere con le unghie e con i denti i loro privilegi, anche fiscali e preoccupate di essere sempre messe in secondo piano, e quelle napoletane.

Per cercare di colmare questa spaccatura e convincere i baroni siciliani a pagare le tasse, Leopoldo, in termini propagandistici e di comunicazione, cercò di glorificare dinastia borbonica attraverso il collegamento ai grandi sovrani normanni. Questo portò a una serei di operazioni culturali, in molte storie della Sicilia pubblicate in quel periodo i lineamenti di Ruggero II sono modellati su quelli di Ferdinando II, a feste pubbliche in stile neomedievale in cui Leopoldo appariva vestito come sovrano normanno, a una produzione di uno sproposito di quadri ispirati alle vicende degli Altavilla e una complessiva riqualificazione del Palazzo.

Il primo intervento riguarda la sala gialla, all’epoca chiamata la galleria dei pecoroni, per la presenza dei due arieti di bronzo di epoca greca, che tanto piacevano a Goethe, che era stata decorata da Giuseppe Velasquez qualche anno prima in stile neoclassico; Leopoldo decide di rifare tutto, scegliendo come tema centrale a figura di Ruggero II, incoronato re di Sicilia nel 1130, incarico che fu affidato ai principali pittori palermitani del tempo, Giuseppe Patania, Vincenzo Riolo e Giovanni Patricolo, zio di Giuseppe, l’inventore dello stile arabo normanno. Giovanni è un prete, come spesso accade a Palermo, e molta della sua produzione, andata purtroppo distrutta, riguardava spesso apparati processionali e decorazioni di chiese e conventi.

Giovanni, che appartiene a una famiglia di artisti che lavoravano assiduamente per i Borbone, ottiene da Leopoldo anche l’incarico di decorare altri ambienti del piano nobile, a partire dalla galleria alla pompeiana, dipinta con rappresentazioni mitologiche, prendendo spunto dalle scoperte archeologiche di Ercolano e Pompei, tra le quali, al centro della volta, Eros e Afrodite su un carro, imitando quanto commissionato da Francesco I per la reggia di Capodimonte.

Giovanni, tra il 1831 e il 1835, dipinse poi la decorazione neoclassica della sala di lettura e la cosiddetta “sala cinese”, con a una finta balconata prospettica oltre la quale campeggiano statuarie figure femminili e maschili abbigliate all’orientale, imitando quanto fatto nella Casina Cinese.

Giovanni dipinge due figure a tempera con le insegne reali nella sala degli Alabardieri, oggi identificabile con la sala dei viceré; e la volta della camera del trono, oggi non più visibile, secondo quanto attesta un disegno conservato alla Galleria Regionale di Palazzo Abatellis.

Al contempo, il posto di Marvuglia come architetto reale è preso da Nicolò Puglia, il progettista tra l’altro del carcere dell’Ucciardone, che coniuga una grande competenza come strutturalista, con una sorta di bizzarro eclettisto, che lo fa passare senza problemi da un neoclassicismo duro e puro a uno stile neomedievale degno di un romanzo fantasy.

Il primo intervento di Nicolò è infatti il restauro in stile della Cappella Palatina, a cui segue l’ennesima ristrutturazione degli appartamenti reali, in cui, però, saltò fuori la sala di Re Ruggero, per finire al restauro della facciata della Torre Pisana.L’analisi dei disegni, relativi a prima e dopo l’intervento di Nicolò, mostra che, riprendendo il motivo ad archi acuti tripartito leggibili nel secondo livello della torre Pisana e le tracce di una decorazione ad archi ogivali presente nel corpo ad essa accostato, ridisegna l’intero prospetto secondo lo “stile dovuto”, proponendo il motivo dell’archeggiatura gotica ai vari livelli, anticipando così la fantasia ricostruttiva di Giuseppe Patricolo e creando una sorta di falso storico. Questa moda neomedievale, continua anche negli anni successivi, portando alla decorazione in stucco della facciata est, che dall’equivalente dei nostri bandi di gara, richiede esplicitamente la replica dello “Stile Gotico Normanno”.

In parallelo, à affidata a Michele Patricolo, padre di Giuseppe, l’inventore dello stile arabo normanno, la sistemazione della Villa Reale, la piazza davanti a Palazzo dei Normanni, realizzando un impianto emiciclico ripartito in aiuole da un sistema di viali radiali e concentrici; di questi ultimi i due più esterni risultavano alberati e ad una quota inferiore rispetto a quella delle aiuole, in questo modo veniva risolto il dislivello del piano. Sistemazione che però fu distrutta ai tempi dei moti antiborbonici e che è stata sostituita dopo l’Unità d’Italia con l’attuale, opera Giovan Battista Filippo Basile

Sempre per monumentalizzare la piazza, Michele lanciò quella che divenne la fissazione dell’amministrazione comunale palermitana dell’Ottocento: la costruzione di un grande teatro lirico, cosa che poi porterà alla nascita del Massimo. Michele, tra l’altro, propose un progetto con un costo stimato di circa 45.000 onze, più di 8 milioni di nostri euro, caratterizzato da una facciata in stile neoclassico, con un colonnato ionico e statue come se piovessero e un interno in un non ben chiaro stile gotico.

La decisione di costruire un Grande Teatro Pubblico per il piano del palazzo Reale fu abbandonata sia per i costi, sia per le dimensioni ingombranti, ma qualche anno dopo, nel 1845, il progetto fu riproposto dallo stesso Michele, con delle minime varianti per piazza Marina. Anche questa seconda soluzione fu abbandonata probabilmente con lo scoppiare della rivoluzione e nel 1850 il Decurionato ripiegò per una serie di interventi, da effettuare con la minima spesa, sui teatri esistenti – ovvero il Santa Cecilia e il Santa Lucia.

A seguito della Rivoluzione del 1848, sono demoliti i bastioni secenteschi, evento che ha un impatto fondamentale sul Palazzo dei Normanni, trasformandola da una parte insediamento fortificato a “moderno” palazzo Reale, dall’altra costringendo a ripensare il suo rapporto urbanistico con la città, modificando la sua facciata lato piazza, dando origine all’attuale “manica lunga”, l’ala ovest, che va dalla porta di San Michele fino all’angolo con la via Vittorio Emanuele, attualmente in carico all’Esercito Italiano, che vi ha stabilito il Comiliter, il Comando militare territoriale della Sicilia. A seguito di quest’ultimo intervento, i lavori borbonici del Palazzo dei Normanni rientrano nell’ordinaria manutenzione.

Dopo l’Unità d’Italia fece parte dei beni del comando dei Corpi dell’Esercito e in occasione dell’esposizione nazionale del 1891 – 1892 furono rinnovati gli arredi degli appartamenti reali. Nel 1919 si delineò la possibilità di utilizzare il Palazzo come sede di accademie e nel 1923 fu destinato ad accogliere gli uffici della Soprintendenza ai monumenti, alcuni Istituti universitari, la Real Accademia di Scienze Lettere e Arti, la Biblioteca Filosofica, il Museo etnografico siciliano Giuseppe Pitrè, il Museo Nazionale e l’alloggio del Prefetto. Furono mantenuti per uso della casa reale alcuni appartamenti. Nel 1921 è stata acquisita la proprietà da parte del governo.

Negli anni ’30 del ‘900 furono portati avanti dei restauri da parte del sovrintendente ai monumenti Francesco Valenti, poi proseguiti da Mario Guiotto, che hanno riportato in luce alcune strutture normanne.

Nell’agosto 1943 fu requisito dalle truppe alleate. Poco dopo la fine della seconda guerra mondiale nel 1946, ebbero inizio i primi saggi archeologici volti a comprendere l’eventuali preesistenze al palazzo, ovvero le stratificazioni di manufatti e insediamenti anteriori agli interventi arabi.

Nel 1947 gli enti che lo occupavano furono trasferiti in altri immobili e fu denominato Palazzo dei Normanni. Nell’aprile 1947 divenne sede dell’Assemblea Regionale Siciliana. Dal 1976 al 1981 furono eseguiti lavori di trasformazione in alcuni piani del palazzo, curati da Rosario La Duca. Dopo il terremoto del 2002 che ha danneggiato alcuni interni, sono stati effettuati dei restauri sugli affreschi di Sala d’Ercole.

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