Le terme di Nerone

Le Terme di Agrippa, ricordiamolo, nacquero come di enorme balneum privata a uso della gens Iulio Claudia: l’averle cedute, a titolo ereditario, al popolo romano, probabilmente, provocò diversi mal di pancia alla corte imperiale. Se Tiberio, detestando abitare a Roma, non si pose il problema, Caligola non ebbe il tempo di affrontarlo e Claudio, ovviamente, riteneva di avere altre priorità da affrontare, rispetto ai bagni caldi dei suoi cortigiani.

Le cose cambiarono con Nerone, che oltre a essere un gaudente, basava la sua politica interna su due pilastri: il primo mantenere la plebe di Roma, piuttosto che con distribuzioni gratuite di cibarie, l’equivalente dell’epoca del nostro reddito di cittadinanza, con una serie di grandi lavori pubblici, in una sorta di politica keynesiana ante litteram. Il secondo, rafforzare il potere, sempre traballante, con una sorta di culto dell’immagine, nel tentativo di trasformare il Principato in una sorta di versione moderna delle monarchie ellenistiche, cosa già tentata e fallita da Caligola.

Per questo, Nerone non si tirò indietro, dinanzi alla richiesta di costruire un Balneum per la corte. Da una parte, per evidenziare sia la continuità del suo operato con quello del bisnonno Agrippa, scelse di costruire questo nuovo edificio proprio accanto alle sue terme. Si trovavano nell’area delimitata dalle attuali piazza della Rotonda, la piazza del Pantheon, via del Pozzo delle Cornacchie e via della Dogana Vecchia, per un’estensione di circa 25.000 mq e misurare circa 190 x 120 m. La scelta, ovviamente, aveva anche un motivo pratico: sfruttare per la loro alimentazione l’Acquedotto Vergine, che già riforniva le Terme di Agrippa.

Dall’altra si rese conto che il progetto di Cocceio, derivato dalle terme campane di Cuma e di Baia, era poco funzionale: per cui incaricò probabilmente gli architetti della corte, Severo e Celere, di ripensare la disposizione degli spazi, articolandoli secondo quello che oggi definiremmo una sorta di percorso salute.

Disposizione che conosciamo più o meno bene, grazie alle piante rinascimentali di Palladio e Antonio da Sangallo il Giovane, da cui si può notare un impianto con al centro, da nord a sud, gli ambienti della “natatio”, dell’aula basilicale, del tepidario e del calidario fortemente absidato e sporgente dal blocco dell’edificio; sui due lati est ed ovest, simmetricamente disposti da una parte e dall’altra, si nota un grande peristilio (all’altezza della “natatio”) identificabile con la palestra, con un’ampia abside verso l’esterno, seguito in asse da una grande aula al fianco del tepidario e da quattro ambienti affiancati ai lati del calidario. Pianta, che avrà talmente tanto successo, da diventare lo standard per questa tipologia di edifici nell’età imperiale. La loro decorazione doveva essere sfarzosa, come testimoniato dai numerosi ritrovamenti di statue durante i lavori di costruzione di Palazzo Giustiniani e dalla testimonianza di Marziale che non trovava nessuno peggiore di Nerone, ma niente meglio delle sue terme

Con l’ascesa al trono di Vespasiano, anche queste terme divennero pubbliche: ai tempi di Alessandro Severo, che ristruttura profondamente l’area di Campo Marzio, furono ampliate, assumendo il nome di Terme Alessandrine. Inoltre, l’imperatore ordinò di demolire alcuni suoi privati edifici privati, che stavano accanto alle terme per crearvi un bosco in cui potessero passeggiare al fresco i cittadini. Infine, le fece alimentare dall’Acquedotto Alessandrino. Secondo la testimonianza di Sidonio Apollinare erano ancora in uso nel V secolo.

Tra il VII e VIII secolo, parte dei loro spazi vengono riutilizzati come chiese e conventi: solo dopo l’anno Mille comincia la massiccia attività spoliativa che compromise, ad esempio, ampi settori dei paramenti originari in mattoni, seguita nel XII secolo da quella delle statue e dei marmi. A questo si associa una sorta di ricostruzione complessiva del tessuto urbano della zona, dovuta a una molteplicità di fenomeni:la maggiore parcellizzazione proprietaria degli antichi spazi monofunzionali, che sembrano ancora conservare però una certa percepibile unità volumetrica; l’incremento del costruito; la diffusione, fenomeno nuovo, di una matrice fortificata sul paesaggio con torri disseminate e la definizione di unità insediative con mura merlate ; una vera e propria invasione di chiese che compongono reti complesse e variabili di proposte devozionali, di afferenze liturgiche e amministrative. Nonostante questo, rimane memoria storica dell’edificio neroniano, tanto che è usato come riferimento per numerosi atti notarili medievali.

Molti avanzi di queste terme permanevano sino ai secoli scorsi. Il Marliano ne scorse i resti dalla chiesa di S. Eustachio fino alla casa di un certo Gregorio Narien. Flaminio Vacca scrisse che ai suoi tempi si rinvennero molti resti di colonne di granito, il cosiddetto granito dell’Elba, in piazza di S. Luigi dei Francesi, e tre vasche di granito accanto alla Chiesa di S. Eustachio, attribuite fin da allora alle terme. Altre grandi colonne si rinvennero accanto alla stessa Chiesa, impiegate da Papa Alessandro VII per rimpiazzare quelle mancanti nel portico del Panteon.

Nel cortile del palazzo Madama rimanevano visibili sino al tempo di Benedetto XIV resti di grandi mura appartenenti alle terme alessandrine e nei lavori della casa che sta all’angolo tra la salita dei Crescenzi e piazza della Rotonda furono scoperti altri muri di queste terme. La Chiesa di S. Luigi secondo lo studioso Nibby fu edificata su una sala delle terme, infatti la pavimentazione conserva parti marmoree di quella romana antica. Alcuni avanzi in forma di abside restano nell’albergo situato sulla piazza Rondanini.

Proviene da queste terme il capitello monumentale conservato attualmente nei Musei Vaticani (Cortile della Pigna), dove fa da base al Pignone. Una cornice e due colonne sono attualmente rialzate presso i resti delle terme a piazza Sant’Eustachio, mentre una ulteriore colonna di granito rosa trovata nella salita dei Cescenzi nel 1875 fu rialzata davanti alla breccia di Porta Pia in occasione del venticinquesimo anniversario della presa di Roma.

Una monumentale vasca, già nelle raccolte di villa Medici, si trova oggi nell’anfiteatro del Giardino di Boboli, a Firenze. Durante i lavori di risistemazione della centrale termoidraulica del Senato della Repubblica fu scoperta alla fine degli anni Ottanta del XX secolo una grande vasca di granito bicromica (nero-rossa, del tipo importato dall’Egitto in epoca imperiale), probabilmente utilizzata per il bagno nel ‘calidarium’ delle terme. Restaurata nei suoi tre punti di frattura, fu donata dal presidente del Senato Giovanni Spadolini alla cittadinanza di Roma con una cerimonia pubblica e collocata – a mo’ di fontana – su di un piedistallo rinascimentale nello slargo da allora ribattezzato ‘piazza della Costituente’, che collega via degli Staderari con via della Dogana vecchia e piazza Sant’Eustachio.

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