Marcello contro Archimede

Come raccontato nello scorso post, Marcello era abbastanza sicuro di chiudere la questione Siracusa in tempi rapidissimi, contando sulla sproporzione di forze a suo vantaggio. Non si può dire che il comandante romano non mancasse d’ottimismo. Siracusa infatti possedeva 27 km di mura costruite all’epoca di Dionisio I di Siracusa, che le garantivano una completa difesa, sia dalla parte del mare, sia da quella di terra. Proprio per queste difese la città non era mai stata prima di allora espugnata.

Così la descrive Polibio

La città di Siracusa ha sicure protezioni naturali, poiché le sue mura, di forma circolare, sorgono su postazioni elevate e dominate da profonde rupi, di difficile accesso

Il piano di Marcello prevedeva un doppio assalto contemporaneo. Le legioni avrebbero attaccato le mura lato terra all’altezza della Porta di Kexapylon, i cui resti si trovano nell’arera di Santa Panagia nei pressi della ex Cintura ferroviaria.

Questa era la porta principale della polis siciliana da cui partiva la strada che la collegava alle città di Thapsos, Megara Hyblea, Leontinoi, e all’attuale Catania. Da questa porta poi iniziava una grande strada che la collegava all’agorà cittadina: come fa intuire il nome, la porta era caratterizzata dalla presenza di sei aperture.

La flotta romana, invece avrebbe assaltato le mura all’altezza di Akradina, uno dei quartieri della Pentapoli, il cui nome significa “Terra dei peri selvatici”; questa si estendeva a nord di Ortigia sino alla costa est, negli odierni quartieri di Santa Lucia e Grottasanta. Esso era separato da Tyche dalle mura dette di Gelone. Il punto scelto per l’assalto portico dei calzolai, dove le mura poggiano sul molo a picco sul mare.

E poiché i Romani avevano già pronti i graticci, i materiali da lancio e tutto ciò che era necessario, pensarono di poter portare a termine tutti i preparativi per l’assedio in cinque giorni; in particolare, Marcello, contava di sfruttare al meglio la sua arma segrete, le sambuche. Si trattava di alcune scale, protette sui fianchi, posizionate sulla prua delle navi, in modo tale che sporgessero verso l’esterno. Attraverso un sistema di corde, questo lungo corridoio poteva essere sollevato: la nave si avvicinava, il graticcio si abbassava quel tanto che bastava per appoggiarsi alle mura e dall’interno delle sambuche i legionari sarebbero sbucati per assaltare la città.

A sentire Plutarco, ma probabilmente è solo un artificio retorico, i Siracusani era consapevoli della situazione drammatica

I Siracusani, quando videro i Romani investire la città dai due fronti, di terra e di mare, rimasero storditi e ammutolirono di timore. Pensarono che nulla avrebbe potuto contrastare l’impeto di un attacco in forze di tali proporzioni.

Per cui, belli tranquilli, nel giorno stabilito, Appio Claudio Pulcro guidò l’assalto da terra, mentre Marcello, mosse la sua flotta: 60 quinquiremi, con archi, fionde e giovellotti, avrebbero infastidito i difensori, mentre su altri 8 quinquiremi, che erano state legate a coppie, erano state montate le sambuche: tramite queste, i legionari sarebbero saliti sulle mura

Il problema è che Marcello non aveva considerato la questione Archimede, il quale, era figlio di astronomo siracusano di nome Fidia, che un cugino di Gerone II; il che lo rendeva molto invischiato nelle complesse vicende della politica locale. A quanto pare, Archimede, era schierato nella fazione anti romana, per cui, non si tirò indietro quando si trattò di applicare i sui studi teorici sulla leva e sulle macchine semplici agli ordigni bellici.

Per prima cosa riempì le mura di Siracusa di catapulte, per lanciare pietre sfruttando l’elasticità di torsione prodotta da fasci di fibre elastiche, e di baliste, una sorta di grosse balestre: in paricolare,iniziò a utilizzare prima le macchine più grosse e potenti, e poi man mano che si avvicinavano alle mura quelle più piccole, per tenere il nemico sempre sotto il fuoco siracusano, a seconda della lunghezza del tiro. I marinai e i legionari romani, che tutto si aspettavano, tranne che essere vittima di questo tiro a piccione, entrarono in sciopero.

Marcello, preso dallo sconforto, fu costretto a bloccare l’avanzata e ad operare l’avvicinamento alle mura, solo di notte, dato che i difensori avrebbero avuto maggiore difficoltà a prendere la mira. Archimede aveva previsto anche questo, disponendo sulle mura gli scorpioni, balestre mobili di medie dimensioni, a sua volta protette da ampi scudi di legno, per evitare che i lor artiglieri fossero colpiti dalle frecce romane. Appena le sambuche si appoggiarono sulle mura e i legionari cominciarono a salirvi sopra per assalirle, furono accolti con quantià industriali di freccie, senza possibilità di danneggiare il nemico: fu una strage.

E per evitare che i Romani si avvicinassero troppo alle mura con le loro sambuche issate, Archimede inventò le gru, sfuttandole in duplice modo: appena le navi romani si avvinavano troppo, le faceva sporgere dalle mura, e liberare su queste e sulle navi pietre del peso non inferiore a dieci talenti (360 kg) oppure blocchi di piombo.

Gru che potevano essere utilizzate anche in un altro modo, creando il cosiddetto artiglio di Archimede: grazie a uno specifico gancio, attaccato ad una corda in grado di sollevare parzialmente le navi nemiche dall’acqua, per poi farla rovesciare o cadere; tra l’altro Il funzionamento di questa invenzione fu testato nel 1999 all’interno di un programma della BBC, Secrets of the Ancients, e poi di nuovo nel 2005 da Discovery Channel in Superweapons of the Ancient World riunendo un gruppo di ingegneri. In sette giorni riuscirono a testare la loro creazione. Furono in grado di sollevare ed affondare una nave romana.

Tutti questi marchingegni, mai visti prima d’ora dai Romani, generarono non poco sconforto tra le file degli assedianti e nel loro comandante, Marcello, che a detta di Polibio esclamò:

Archimede continua a prelavere acqua dal mare con le navi, quasi fossero dei bicchieri, mentre le mie sambuche sono picchiate come delle estranee e cacciate dal banchetto.

Analoghe traversie dovette subire Appio Claudio Pulcro, con i suoi legionari presi a pietrate, a frecciate o sollevati in aria e fatti cadere a terra dalle gru: per cui, dopo un paio di giorni di questo trattamento, i due comandanti romani decisero di cambiare strategia, cercando di catturare Siracusa per fame, incominciando uno sgradito assedio, perché bloccando a oltranza le legioni, lasciava l’iniziativa nelle mani cartaginesi.

Come potete notare, non ho ancora accennato ai famigerati specchi ustori: spesso e volentieri, questi sono messi in discussione con tre argomenti estremamente validi. Il primo è che non sono citati dalle fonti prossime agli eventi. Alcuni autori antichi, anche alquanto tardi rispetto agli aventi, come Silio Italico, Galeno e Liciano di Samostrata, accennano genericamente al che le navi romane vennero bruciate da Archimede, ma questo poteva avvenire, molto semplicemente, tramite frecce incendiarie scagliate dalle baliste. Gli accenni gli specchi ustori risalgono infatti alla tarda antichità e al periodo bizantino

Il secondo è che i genieri romani adottarono rapidamente in massa tutte le invenzioni di Archimede, tranne questi specchi ustori. Infine è che vari esperimenti, hanno dimostrato che paraboloidi, oltre ai problemi di realizzazione pratica, non potevano essere utili, perché non erano in grado di generare abbastanza calore da incendiare il legno e perché questa concentra i raggi troppo vicino, per avere un utilizzo contro le navi romane.

Ciò non impedì lo sviluppo di un’impressionante letteratura in materia, che a partire dalla tarda antichità attraversò il mondo arabo e il Medioevo latino per arrivare almeno fino al Seicento. Merito di questo mito fu di far sviluppare la ricerca sulle proprietà ottiche delle sezioni coniche.

Però, forse dovremmo affrontare il problema da un diverso punto di vista. La scienza ellenistica ha una passione smodata per le proprietà ottiche delle coniche. Il primo ad affrontare il problema è stato un geometra alessandrino di cui sappiamo ben poco, Diocle, che usò la cissoide per risolvere il problema della duplicazione del cubo

Oltre alle informazione che ci ha dato nei suoi commentari di Archimede il matematico bizantino Eutocio di Ascalona, possediano alcune notizie su di lui grazie a un antico manoscritto arabo, risalente al 1462, contenente la traduzione della sua opere “Gli specchi ustori”, ritrovato in Iran nel 1970. Testo in cui Diocle non solo affronta le proprietà matematiche degli specchi circolari, ellittici e parabolici, ma parla anche dei loro utilizzi pratici, come ad esempio come utilizzarli per accendere i falò durante i sacrifici agli dei. Purtroppo, il copista, nella sua trascrizione, non ha però riportato gli schemi che corredavano il testo originario.

Nell’introduzione Diocle racconta l’interesse dei suoi contemporanei proprio per gli specchi ustori

Pitia, il geometra scrisse una lettera a Conone per chiedergli come trovare una superficie tale che, posta di fronte al sole, ne rifletta i raggi su una circonferenza. Inoltre quando Zenodoro, l’astronomo, venne da noi, ci chiese come realizzare una simile superficie specchiante tale da concentrare i raggi solari in un solo punto e così produrre fuoco

Ora dato che il brano dell’Arenario che ha permesso di identificare il nome del padre di Archimede è abbastanza corrotto e che siamo certi dei rapporti tra Conone di Alessandria e lo scienziato siracusano, non è detto che Fidia e Pitia non siano la stessa persona. Questo spiegherebbe l’interesse di Archimede per il tema, tanto da scrivere il trattato Catottrica sulla riflessione della luce, perduto, ma su cui abbiamo alcune informazioni indirette.

Apuleio sostiene che era un’opera voluminosa che trattava, tra l’altro, dell’ingrandimento ottenuto con specchi curvi, di specchi ustori e dell’arcobaleno. Secondo Olimpiodoro il Giovane vi era studiato anche il fenomeno della rifrazione. Uno scolio alla Catottrica pseudo-euclidea attribuisce ad Archimede la deduzione delle leggi della riflessione dal principio di reversibilità del cammino ottico; è logico pensare che in quest’opera vi fosse anche questo risultato.

Il primo a parlare degli specchi ustori e di Archimede è Antemio di Tralle (474d.c. – 534 d.c.), famoso per essere stato l’architetto della basilica di Santa Sofia a Costantinopoli nel 532. Antemio scrisse un piccolo trattato in greco “paradossi meccanici”; una trascrizione in arabo dell’opera, recentemente scoperta e risalente al IX secolo, riporta il passo all’impresa di Archimede

Come monteremo un apparato in modo che si verifichi accensione, per mezzo dei raggi solari, in un luogo dato che disti non meno di un tiro d’arco. Se ci basiamo su quelli che espongono le costruzioni dei cosiddetti ustori, sembra quasi che quanto proposto sia impossibile: vediamo infatti gli ustori guardare sempre verso il sole quando producano l’accensione, di modo che, se il luogo dato non è proprio in linea retta con i raggi solari, ma punta da un’altra parte o da quella opposta, non è possibile che si produca quanto proposto per mezzo dei detti ustori; e inoltre prendere in considerazione una distanza sufficiente fino all’accensione comporta necessariamente che anche la grandezza dell’ustorio, se ci basiamo sulle esposizioni degli antichi, venga ad essere praticamente impossibile.

Antemio, che era un valido ingegnere, afferma come Archimede non avesse utilizzato i paraboloidi, ma un altro accrocco che poi provvede a descrivere. Accrocco, che con qualche lieve variante, è descritto anche dallo storico bizantino più tardo Giovanni Tzetzes.

aveva costruito uno specchio a forma esagonale e ad una determinata distanza da questo dispose quattro specchi quadrati del medesimo tipo. Questi ultimi potevano essere mossi mediante cerniere di metallo . Con questo congegno prendeva i raggi del sole di mezzogiorno sia in estate che in inverno. I raggi riflettendosi in quel congegno , causavano una tremenda fiamma che accendeva le navi, che alla distanza di un tiro di freccia venivano ridotte in cenere.

Entrambi facevano quindi riferimento a una comune fonte tardo antica, purtroppo perduta: confrontando i due testi, possiamo ipotizzare la struttura così descritta in un post di Legio III Italica

Alla base del tutto , un grande anello di legno o di metallo ruotante su di una base fissa anch’essa rotonda, simile a una rotaia del treno e della sua ruota e mosso da leva ruotante o da un verricello, per poter mirare l’ obiettivo dello specchio principale esagonale sulle navi in qualsiasi direzione; poi, fissati alla base, sull’anello ruotante, i quattro specchi piani quadrati spostati a due a due a sinistra e destra e di rimpetto al grande specchio in modo da lasciare libera d’ innanzi la sua riflessione e che incernierati sul perno di fissaggio fisso , potevano a loro volta seguire , azionati a mano , lo spostamento del sole , per poter indirizzare i loro raggi sul grande specchio principale , grandi abbastanza da poter coprire singolarmente tutta la superficie dello specchio esagonale principale posto innanzi a loro e anch’ esso fissato sulla grande ruota mobile, il tutto mosso da 4/6 persone ; infine il grande specchio esagonale

Questo non era un blocco unico, ma costituito da sei specchi singoli, probabilmente a curvatura iperboloide, in modo da concentrare i loro singoli fuochi in uno solo. Tale accrocco fu riprodotto, parzialmente da Buffon, che dimostrò come potesse incendiare oggetti.

Ma l’esperimento principale fu eseguito da Giuseppe Venanzio Marvuglia nella Palermo di inizio Ottocento, dove il nostro genialoide architetto, schiavizzando i suoi allievi della cattedra di “Geometria pratica, architettura civile e idraulica” dell’Accademia degli Studi locale e scroccando i fondi ai Borboni, con la scusa di trovare un metodo per difendere il porto cittadino; esperimento eseguito sia sui tetti della Cattedrale, sia sulla torre Pisana, che oltre lasciare perplesso il palermtiano medio, dimostrò tre cose.

La prima è di come la portata dell’accrocco fosse di un centinaio di metri; la seconda è che fosse insufficiente a bruciare il legno, ma lo facesse senza problemi con la tela delle vele; la terza è che un effetto collaterale, che visto le lamentele dei palermitani, portò alla sospensione degli esperimenti, non citato dalle fonti antiche, ossia che era efficacissimo nell’abbagliare il prossimo. Per cui, l’arma era utilizzabile solo contro le navi che si avvicinavano alle mura con la sambuche. Immaginiamoci di essere nei panni del legionario romano che vi era sopra, tra pietre e frecce che offuscavano il cielo con il loro numero, le navi vicine lanciate in aria da enormi gru, vedere all’improvviso e senza apparente spiegazione la vela andare a fiamme e trovarsi accecati: l’impatto psicologico non poteva essere dirompente.

Ovviamente, quest’arma, complicata e costosa da costruire, poteva essere utilizzata in un contesto specifico: proprio questa mancanza di flessibilità, di cui i romani dovevano essere consapevole, a differenza delle altre invenzioni archimedee, ne bloccò l’adozione generale

Un pensiero su “Marcello contro Archimede

  1. Pingback: Combattendo in Sicilia | ilcantooscuro

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...