Atene contro Siracusa (Parte XV)

Mentre gli Ateniesi si preparavano a svernare, a Siracusa si discuteva assai sulla sconfitta ricevuta. La preoccupazione era tanta, ma a sentire Tucidide, intervenne Ermocrate, a rasserenare le acque e ridare un minimo di lucidità ai suoi concittadini: come detto altre volte, lo storico ateniese utilizza Ermocrate come una sorta di modello per il politico ideale. Questa rappresentazione, costruita a tavolino, lo porta ad accentuarne le doti, a nasconderne i difetti, come l’aspirazione alla tirannide, ancora più spinta di quella di Alcibiade e a minizzarne gli errori.

Ermocrate, sempre secondo Tucidide, evidenziò come la battaglia era stata una sconfitta tattica, anche limitata, visto il numero dei caduti, ma un successo strategico: gli Ateniesi non erano riusciti a distruggere l’esercito siracusano, né a tentare un assalto alla città. Inoltre, i Siracusani avevano perso più per demerito proprio che per merito del nemico

Elaborato questo disegno di massima, gli Ateniesi passarono a Nasso e a Catania con la flotta intenzionati a svernarvi. I Siracusani,seppelliti i propri morti, convocarono l’assemblea. Allora si fece avanti Ermocrate figlio di Ermone, uomo di geniale talento in tutti i casi della vita, a nessuno secondo, che in più aveva fornito prova di possedere una personalità militare spiccata e sicura, per competenza e chiaro valore. Costui ridiede coraggio ai compatrioti e non permise che per lo scacco subito si lasciassero invadere dalla prostrazione. Il loro ardimento era uscito indomito dalla prova: piuttosto la carenza di disciplina li aveva perduti. Eppure avevano accumulato uno svantaggio inferiore a quello che tutte le premesse inducevano a temere: tanto più che avevano affrontato sul terreno i primi in Grecia per abilità bellica, da dilettanti, si può dire, opposti a tecnici della scienza e della pratica militare.

La battaglia infatti aveva mostrato i due grossi limiti dell’esercito siracusano: la fanteria oplitica era di fatto poco addestrata e male armata, nonostante la superiorità numerica, non era riuscita a sfondare il centro avversario, ma se non fosse stato per l’errore di Lamaco, sarebbe stata accerchiata e distrutta e una linea di comando troppo numerosa e frammentata: di fatto valeva il vecchio detto

Con troppi galli a cantare non si fa mi giorno

Per cui, Ermocrate proponeva di utilizzare la pausa invernare per migliorare l’addestramento degli opliti e fornire loro armi e corazze decenti-.

Un elemento di grave intralcio s’era mostrato il numero eccessivo di strateghi e il frazionamento troppo spinto della direzione tattica (i Siracusani avevano in forza quindici strateghi), aggiunta alla sconnessione caotica di una turba di gente sommariamente inquadrata. Disponendo di pochi strateghi, ma valenti, che utilizzassero il periodo invernale per allestire un corpo efficiente di opliti, procurando a chi ne era privo l’armatura, per accrescerne al massimo la forza numerica, e li sollecitassero con rigore costante a ogni specie di allenamento, Ermocrate fidava per Siracusa in una pronta riscossa sul nemico. Essa, potendo già contare sul valore dei suoi uomini, ne avrebbe anche impiegato nei momenti critici l’acquisito senso di disciplina. Qualità destinate entrambe a progredire: la disciplina indurendosi a costante confronto con i pericoli, mentre la virtù naturale del coraggio, sorretta dalla coscienza d’aver raggiunto un livello tecnico di notevole pregio, avrebbe guadagnato in solidità.

In più, molto pro domo sua, ricordiamo come il suo obiettivo era diventare tiranno di Siracusa, propose di semplificare la linea di comando, concentrando la direzione dell’esercito in un numero ridotto di generali, i quali, al termine della guerra, contando su truppe scelte e fedeli, avrebbero potuto orchestrare un golpe

Era inoltre indispensabile nominare un collegio ristrettissimo di strateghi con pieni poteri, e obbligarsi con giuramento a lasciar loro dirigere le operazioni come meglio dettava la competenza militare. Con questo metodo, si sarebbero più sicuramente protetti i segreti strategici, e gli altri preparativi si sarebbero eseguiti con più ordine e prontezza.

Data la drammaticità del momento, i Siracusani, anche quelli più sospettosi delle ambizioni Ermocrate, assecondarono le sue richieste, affidando a lui e due suoi stretti collaboratori la direzione dell’esercito. In più, spedirono ambasciate a Sparta e a Corinto, la loro antica madrepatria, sia per ottenere aiuti, sia per chiedere la riapertura delle ostilità in Grecia: gli ateniesi con la guerra in casa, se ne sarebbero andati più di fretta che di paura dalla Sicilia.

Peccato per i Siracusani che gli Spartani la pensassero esattamente all’opposto: più gli ateniesi fossero stati impegnati in terre lontane, meno avrebbero avuto ambizioni di qualche tipo nell’Ellade.

Siracusani, dopo averlo ascoltato, approvarono senza eccezioni il programma suggerito da Ermocrate, e scelsero lo stesso Ermocrate. Eracleide figlio di Lisimaco e Sicano figlio di Essecesto, limitandosi a questo terzetto. Spedirono poi ambasciatori a Corinto e a Sparta per sollecitare l’alleanza e persuadere Sparta a riprendere con più vigore e senza mezzi termini l’offensiva contro Atene, a loro vantaggio: per strapparla dalla Sicilia o costringerla a sostenere il corpo di spedizione con l’invio a rinforzo di effettivi meno potenti.

Ateniesi che non rimasero con le mani in mano: memori della precedente spedizione in Sicilia, sia per controllare i traffici commerciali sul Tirreno e mettere pressione su Siracusa, sia per convincere Rhegion a schierarsi senza sé e senza ma dalla loro parte, tentarono un colpo di mano su Messina, tentando di replicare quanto fatto in precedenza a Catania. Il partito filo ateniese avrebbe orchestrato una sorta di golpe, aprendo le porte alle truppe di Lamaco e Nicia. Il problema è che cominciarono a palesarsi gli effetti nefasti dello scandalo delle erme: Alcibiade, desideroso di vendetta nei confronti di una patrai ingrata, aveva avvertito dell’intrigo il partito filosiracusano di Messina, che lo sventò. Di conseguenza, gli Ateniesi dovettero tornarsene indietro con la coda tra le gambe.

Intanto le truppe Ateniesi di stanza a Catania passarono rapidamente a Messene, fidando in una resa per tradimento. Ma gli intrighi già avviati non condussero all’esito sperato. Era accaduto questo: Alcibiade, quando aveva rinunciato al comando in seguito al richiamo di Atene, sicuro ormai di subire l’esilio, svelò al partito filo-siracusano di Messene la trama di prossima esecuzione, a lui ben nota. Questo gruppo pensò subito di eliminare gli elementi del complotto e sollevandosi in armi impose in seguito a Messene di respingere gli Ateniesi. Costoro, protratta per circa tredici giorni l’attesa, battuti dalle condizioni pessime del tempo, sforniti di vettovaglie e ormai rassegnati al fallimento del piano, ripiegarono a
Nasso, dove fissarono i confini del campo piantandovi una palizzata e si prepararono a svernare.

Inoltre, Nicia e Lamaco, mandarono una richiesta di aiuti ad Atene: fondi per continuare la guerra, il che diede ragione a chi, come Socrate, temeva che la spedizione si trasformasse in una sorta di pozzo senza fondo per le finanze cittadine e visto che il problema tattico si era presentato troppe volte, un contingente di cavalleria.

Inviarono una trireme ad Atene con la richiesta, all’arrivo della nuova stagione, di altri fondi e di un corpo di cavalleria.

Nel frattempo i Siracusani, memori di quanto successo, costruirono una fortificazione avanzata, in modo da impedire agli Atenesi di stringere d’assedio la città e per impedirne un nuovo sbarco. In più, con un raid della famigerata cavalleria, misero a ferro e fuoco il territorio di Catania, compreso l’accampamento ateniese

Durante l’inverno anche i Siracusani elevarono, nei pressi della cinta, un baluardo, seguendo tutta la fascia rivolta alle Epipole e includendovi il colle Temenite, per evitare che, nel caso di una loro sconfitta, il nemico trovasse comodo isolarli erigendo intorno alla città un bastione di breve raggio. Megara ospitò installazioni fortificate e un secondo caposaldo fu allestito al santuario di Zeus Olimpo. Nei punti di facile approdo, aperti a uno sbarco, la riva fu resa irta di palizzate. Sapendo che gli Ateniesi stavano a Nasso per l’inverno, i Siracusani promossero un’offensiva generale contro Catania: ne desolarono il territorio e dopo aver distrutto con il fuoco le tende e il campo ateniese si ritirarono in città.

Il fronte diplomatico non rimaneva inattivo: l’attenzione dei due contendenti era concentrata su Camarina, un’importante colonia di Siracusa, fondata e costruita dai siracusani alla foce del fiume Ippari, nel sud della Sicilia, nel territorio della nostra Ragusa, che era in perenne lite con la madrepatria.

L’obiettivo era da una parte accedere alla ricchezze di Camarina, per coprire le spese della spedizione, dall’altra sfruttare la sua posizione geografica, che permetteva di controllare le rotte con l’Africa, per ottenere ulteriori aiuti da Cartaginese: per fare queste applicava la sua solita strategia di favorire ribellioni tra gli alleati dei nemici, a favorirne l’indipendenza e, come in questo caso, a tentare di stipulare un’alleanza pur di distaccarli dal vero nemico, Siracusa.

Ovviamente Ermocrate, consapevole di questo, non poteva permetterlo…

Informati inoltre che gli Ateniesi, fidando sull’alleanza sancita a suo tempo per i buoni uffici di Lachete, tentavano Camarina per indurla, attraverso contatti ufficiali, dalla propria parte, i Siracusani reagirono con l’invio, a loro volta, di una propria ambasceria. Poiché il contegno di Camarina non appariva limpido: in occasione dello scontro precedente l’invio di effettivi modesti era risultato indizio di scarso impegno. E forse anche per l’avvenire quelli covavano il progetto di astenersi da un sostegno concreto, apprendendo il trionfo ateniese sul campo di battaglia e addirittura, ispirati da quell’antica amicizia con gli Ateniesi, di cogliere quell’occasione per accostarsi a loro. Sicché a Camarina si incontrarono, in arrivo da Siracusa, Ermocrate e gli altri membri della legazione, dal campo Ateniese Eufemo, alla guida del suo comitato

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