Porta Asinaria

La via Asinaria era un’antica strada che nell’antica Roma, usciva dalla porta Celimontana delle mura serviane che serviva di congiunzione, con un percorso trasversale da Ovest a Est, fra le vie Ardeatina, Appia, Castrimeniese e Latina, andandosi a ricollegare con quest’ultima nella tenuta chiamata di Roma Vecchia; a riprova di questo vi sono le testimonianze di Procopio di Cesarea e di Rufio Festo, proconsole dell’Africa sotto l’imperatore Valente, che scrisse una sorta di bignami dell’epoca di storia romana.

Probabilmente, parte del suo tracciato doveva coincidere con la nostra Appia Nuova: il suo nome, alquanto bizzarro, ha scatenato, negli eruditi rinascimentali, una ridda di ipotesi sull’origine. Alcuni lo ricollegavano a qualche antico rito religioso, altri a un presunto “foro degli asini”, destinato alla vendita delle bestie da soma, che doveva trovarsi in un imprecisato punto dell’Esquilino. Molto probabilmente, questo deriva da un membro della gens Asinia che costruì la strada verso la fine della Repubblica.

Il proseguo all’interno della città della via Asinaria era, cosa assai peculiare, era un tratto della cosiddetta via Papalis, chiamata così per i cortei pontifici che vi passavano in occasione della cavalcata per la “presa di possesso” che il novello papa effettuava, in qualità di Vescovo di Roma, per recarsi da San .Pietro alla basilica di San Giovanni in Laterano.

Quando furono costruite le Mura Aureliane, dato che la via Asinaria era utilizzata essenzialmente al traffico locale, le fu dedicata una porta che era poco più di una posterula, essendo a era ad un solo fornice tra due torri quadrangolari. L’area su cui cui sorge la porta, fu espropriata a un privato che stava costruendo un’insula: la sua costruzione fu interrotta e quanto eretto interrato, in modo da fungere da fondazione per le mura.

L’insula, a sua volta, era sul luogo di una struttura precedente, più antica (II secolo) e distrutta probabilmente da un incendio: si trattava di un laboratorio di marmorari, dove si realizzavano lastre per opus sectile ottenute rilavorando marmi colorati di scarto. Il ruolo della Porta Asinaria, però, con il tempo mutò radicalmente: da una parte, ci si rese conto che he l’intera area compresa tra la Porta Metronia e la Prenestina-Labicana (oggi Porta Maggiore) non era sufficientemente sicura; dall’altra la vicinanza con la sede papale del Laterano, ne incrementò esponenzialmente l’importanza urbianistica.

Il primo a metterci mano fu Massenzio, che provvide al rivestimento in travertino tuttora visibile sul lato esterno e all’apertura delle finestre per le baliste: il grosso dei lavori fu però eseguito da Onorio, che la monumentalizzò con la costruzione di due torri semicircolari che si affiancarono alle preesistenti torri quadrate, da allora riutilizzate come vani scala. Nel corso di questi lavori, inoltre, venne realizzata una controporta e un cortile di guardia. Come ben documentabile lungo tutto il percorso della cinta difensiva, anche Porta Asinaria venne in questo momento rialzata e l’altezza della costruzione venne quasi raddoppiata, passando da due a quattro piani nelle torri e a tre nella corte interna.

I due piani inferiori delle torri semicircolari sono ciechi (e l’ambiente inferiore della torre orientale non è di fatto accessibile), mentre gli altri due piani sono forati ciascuno da cinque finestre arcuate. I piani sono marcati da due o tre filari di mattoni che sporgono dalla muratura. Le torri quadrangolari, che come detto risultano utilizzate come vani scala, presentano feritoie (torre occidentale) o feritoie e finestre (torre orientale). La Porta, che si apre nel corpo centrale, era ad un solo fornice rivestita di travertino e la fronte si sviluppava su tre piani, corrispondenti ai due camminamenti di ronda coperti e ad un corridoio scoperto merlato, oggi completamento scomparso. In corrispondenza dei camminamenti, poi, si aprivano delle finestre: cinque al primo piano e sei al secondo. In prossimità delle finestre del primo piano ad est del fornice sono ancora visibile le tracce dei merli originari della struttura aureliana, poi obliterati dai lavori di restauro successivi. Gli ambienti soprastanti la Porta erano utilizzati – oltre che come camminamenti – come camera di manovra per il funzionamento della saracinesca che chiudeva il fornice. Verso l’interno, invece si aprono una serie di finestre di varie grandezze, mentre le due grandi aperture arcuate che si aprono sulle torri semicircolari verso l’interno sono forse da collegare con lo scomparso camminamento di ronda scoperto.

Il 17 dicembre 17 dicembre 546, durante la guerra gotica, i soldati di Totila entrarono nella città, che poi saccheggiarono, proprio da Porta Asinaria. Non perché non fosse solida ma per il tradimento di alcuni soldati isauri, che si erano accordati col nemico. Così racconta l’evento Procopio di Cesarea

Totila, appena si fece notte, messo in armi tutto l’esercito, lo menò alla porta Asinaria, ed ordinò a quattro Goti distinti per coraggio e gagliardia di salire per le funi insieme agli Isauri sui merli, cogliendo, s’intende, quel momento della notte in cui a quegli Isauri toccava la guardia di quella parte delle mura, mentre agli altri toccava il turno di dormire. Costoro, entrati dentro alle mura, scesero dalla porta Asinaria senza che alcuno di loro si opponesse e con le scuri ruppero il legno che, innestato nel muro da ambo le parti, tien chiusi i battenti delle porte, come pure tutti i ferramenti nei quali i guardiani, introducendo le chiavi, chiudevano le porte o al bisogno le aprivano; e così, spalancata a lor piacimento la porta, facilmente fecero entrare in città Totila e l’esercito dei Goti

Nel Medioevo la porta era nota anche come Porta Lateranensis, Porta S. Johannis Laterani o Porta de Laterano. Nel 1084 passarono da qui anche l’Imperatore Enrico IV e l’antipapa Clemente III per scacciare l’allora papa “legittimo” Gregorio VII, il cui liberatore, Roberto il Guiscardo, mise a ferro e fuoco tutta l’area lateranense, arrecando gravi danni alla porta e alle mura circostanti. Nel 1122 Callisto II vi condusse l’Acqua Mariana, che azionava ben quattro mulini, i cui resti sono stati trovati durante i lavori di costruzione della metro C. Anche il re Ladislao I di Napoli entrò da qui nel 1404, e quattro anni dopo ne ordinò, per la prima volta, la chiusura per motivi difensivi. Ma fu riaperta dopo solo un mese.

Nel corso del Medioevo prima e del Rinascimento poi, la Porta subì una serie di adattamenti legati alle nuove tecniche di difesa: da notare le finestre del primo piano del corpo centrale ristrette per l’uso delle nuove armi da fuoco. A seguito del progressivo innalzamento del livello del suolo circostante, la porta venne abbandonata e chiusa nel 1574 e sostituita dalla vicina Porta S. Giovanni che venne inaugurata l’anno seguente in occasione del Giubileo. Prima del completo abbandono, il fornice della Porta venne completamente spogliato del rivestimento in travertino e delle soglie.

Alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, si effettuarono degli importanti lavori di restauro che permisero il recupero della struttura: la Porta venne allora completamente liberata dall’interro che l’aveva parzialmente sepolta, venne realizzata una nuova decorazione in travertino del fornice (in sostituzione di quella asportata nel XVI secolo) e si rimise in luce la controporta, nota fino ad allora soltanto dalla documentazione grafica precedente al 1574. Tra il 2004 e il 2006, infine, è stato eseguito un intervento di restauro, pulizia e consolidamento delle cortine murarie esterne dell’intera struttura monumentale.

Nei pressi della porta venne rinvenuta una delle “pietre daziarie”, sistemate nel 175 e scoperte in tempi differenti nelle vicinanze di alcune porte importanti (ne sono state trovate solo altre due, vicino alla Salaria ed alla Flaminia; erano poste ad individuare una sorta di confine amministrativo, dove si trovavano gli “uffici di dogana”. Ma se questi uffici provvedevano alla riscossione delle tasse sulle merci in entrata e in uscita dalla città, in epoca medievale, dal V secolo e almeno fino al XV, vennero adibiti anche alla riscossione del pedaggio per il transito dalle porte, alcune delle quali, secondo una prassi divenuta normale, erano addirittura di proprietà di qualche ricco possidente o appaltatore.

In un documento del 1467 è riportato un bando che specifica le modalità di vendita all’asta delle porte cittadine per un periodo di un anno. Da un documento del 1474 apprendiamo che il prezzo d’appalto per la porta Asinaria era pari a ”fiorini 74, sollidi 19, den. 6 per sextaria” (“rata semestrale”).

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