L’acquedotto di Ficarazzi

Come raccontato altre volte, una delle basi dell’economia palermitana del Medioevo era la coltivazione e la lavorazione della canna da zucchero, la cannamele. Questa coltura fu introdotta con successo dagli Arabi; sotto il regno dei Normanni si ebbe una fase di ulteriore sviluppo a cui seguì la crisi del XIII secolo, dovuta alla concorrenza cipriota. Nel Quattrocento seguì, invece, un periodo di impetuosa crescita, che fu una sorta di canto del cigno: l’industria saccarifera entrò progressivamente in crisi per due motivi.

Il primo, la concorrenza delle piantagioni dei Caraibi e del Sud America. Il secondo, meno scontato, fu il cambiamento climatico: la piccola era glaciale del Seicento e del Settecento, oltre ad abbassare le temperature medie, diminuì l’evaporazione media del Mediterraneo, diminuendo di conseguenza le precipitazioni e rendendo molto più arida la Sicilia: questo fece crollare la produttività delle piantagioni di canna da zucchero siciliane, pianta che un clima caldo, molta acqua e lavorazioni accurate, prerogative che inizialmente l’assimilano agli orti “urbani”, dove, soprattutto a Palermo, se ne sviluppò la coltura.

Tanto era diffusa, che parecchi la riguardano diversi termini del dialetto parlermitano: così ne parla l’Enciclopedia della Sicilia di Franco Maria Ricci

Ha una vita triennale e per ciascun anno prende un nome diverso (“gidida”, “cannamela”, “stirpimi”). Quindi veniva estirpata (“stirpuniari”) e sostituita con le piantine (“chiantimi”) ricavate dai germogli. L’impianto si effettuava in marzo, il taglio in novembre, imponendo un sistema di irrigazione complesso e la costruzione di acquedotti

Raccolta in “fasci” e trasportata nell’impianto industriale, “trappeto”, veniva macinata da una ruota idraulica, ottenendo un impasto messo in “sacchi”, spremuto da “stringitori”, presse a vite, mossi da uomini. Il liquido, fatto bollire in grandi caldaie di rame che conferiva all’ambiente un aspetto “infernale”, era posto quindi in vasi dalla forma conica,”furmi”. da cui le impurità, scorrevano attraverso un foro in altri vasi a forma cilindrica, “cantarelli”, dove si raccoglievano per una successiva lavorazione. Raffreddati e raggiunta una consistenza solida, i “pani” di zucchero venivano lasciati ad asciugare per 40 giorni su scaffali (“scaffe”).

Come si può ben capire la sua lavorazione richiedeva una notevole mano d’opera, tanto che Palermo, per decenni, fu tra i principali mercati per gli schiavi del Mediterraneo, ricordiamo che uno dei protettori della città, San Benedetto il Moro, era il figlio di due ex schiavi etiopi, sia una notevole disponibilità di acqua, cosa che costringeva a notevoli investimenti nell’ambito dei canali e degli acquedotti.

Un esempio è l’acquedetto di Ficarazzi, nella valle del fiume Eleuterio: nel febbraio del 1441 tre illustri “cavalieri nobili et famosissimi”, nomi altisonanti della Palermo dell’epoca, Pietro Speciale (già pretore di Palermo), Aloisio del Campo (barone di Mussomeli), e Ubertino Imperatore, membro di una delle famiglie più potenti della città, acquisirono in enfiteusi da donna Eulalia Talamanca, vedova di Ubertino La Grua barone di Carini e Misilmeri, una vasta area agricola nel territorio di Ficarazzi, nell’agro bagherese, proprio per impiantarvi una piantagione di canna da zucchero.

Successivamente, nel 1443, i suddetti maggiorenti, dopo aver ottenuto dalla corona il diritto di censo sulle acque del fiume Eleuterio, affidarono all’ingegnere spagnolo Antonio de Zorura e al magister fabricatorum palermitano Nicolaus de Nucho i lavori per la realizzazione di un imponente ponte-acquedotto sul corso del fiume Eleuteri, sia per irrigare la piantagione, sia per alimentare le ruote dei mulini, caratterizzati daalla posizione orizzontale dell’unica macina rotante su un basamento fisso.

Antonio de Zorura era uno dei principali ingegneri idraulici dell’epoca, mentre Nicolaus de Nucho era capomastro del Senato Palermitano, impegnato nella progettazione e nella direzioni dei principali cantieri di opere pubbliche della città: questo perché l’opera, oltre al valore “industriale”, doveva testimoniare sia la ricchezza, sia l’importanza dei committenti.

Il primo ottobre del 1443, vennero assunti un gran numero di maestranze, muratori, “muqqunì” (maestri d’acqua) e maestri lapicidi alle dipendenze dei due progettisti costruttori; nel 1444 l’opera poteva considerarsi compiuta ed essere ufficialmente inaugurata. L’opera, ovviamente colpì la fantasia dei contemporanei: l’umanista Pietro Barzano lo descrisse così

“Pietro Campo un poco innanti (edificò) lo conducto di lo quali essendo edificati multi et assaissimi archi altissimi et a vidirsi mirabili, undi indussi lo curso di l’acqua multo amplissimo chiamato Bacharia di uno vocabulo arabico; opera certo tanto nobili, chi non senza causa si purria equiparari ali antiquissimi operi di qualunque generationi li quali perfina a lo presenti ormai durano sei miglia lontano di Termini…”.

paragonandolo all’acquedotto romano di Termini Imerese. E ne aveva ben donde: l’accquedotto di Ficarazzi, nonostante la forma monumentale e la sua struttura possente, si caratterizza per la sua essenzialità composta ed eloquente. Presenta 17 eleganti campate a sesto leggermente acuto che poggiano su pilastri a pianta quadrangolare. Nel pennacchio di due arcate del lato orientale del ponte campeggia lo stemma marmoreo con le armi della famiglia Campo, uno scudo bipartito con tre piccole aquile in basso sormontato da elmo e cimiero.

Nel 1468 lo Speciale appalta ad un certo Perosino De Jordano la costruzione di una grande torre , manufatto di difesa del trappeto “suprano” e dell’annesso baglio. Dopo lo Speciale, il Trappeto passò al genovese F: Doria che lo lasciò per testamento in eredità ai Padri Teatini di Palermo. Questi dopo il fallimento della coltivazione della cannamela vendettero tutto al nobile Luigi Giardina che trasformo la Torre nell’attuale Palazzo detto “ Castello”di Ficarazzi prolungando l’ala est e nobilitando la costruzione con una superba monumentale scalinata d’accesso. Nel XVI sec. fu costruita la Torre Compagnone eretta a difesa della foce del fiume ma anche per tutelare gli interessi agricoli connessi alla coltivazione della cannamela. Oggi la torre è in parte distrutta ma la sua struttura originaria è ancora leggibile. E’ di piccole dimensioni con una pianta quadrata;presenta una base leggermente più ampia marcata da una modanatura e pregevoli cantonali in pietra d’Aspra. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale la foce del fiume venne considerato un punto strategico da difendere visto che furono realizzati dei bunker di cui ancor vi è traccia.

L’acquedotto, nonostante la coltivazione della canna da zucchero terminasse nel Seicento, fu utilizzato sino agli anni Sessanta, per irrigare agrumeti e limoneti e le serre dedicate agli alberi da frutto.

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