Atene contro Siracusa (Parte XVI)

L’interesse dei Siracusani e degli ateniesi per Camarina era soprattutto legato alle vicende della prima spedizione ateniese in Sicilia. Camarina, in perenne faida con Siracusa, si era schierata con la polis greca, poi al congresso di Gela aveva mercanteggiato il suo schierarsi con le posizioni di Ermocrate, favorevoli all’unione e della pace fra le città della Sicilia e sull’indipendenza della Sicilia rispetto alla minacce esterne, in maniera invereconda.

Alla fine, per farla cedere, Siracusa dovette concedere a Camarina, oltre a un abbondante sussidio in denaro, il possesso della polis di Morgantina: da una parte, questa possedeva fertili terreni particolarmente adatti alla produzione cerealicola, pertanto Camarina poteva incrementare la produzione granaria e destinare il surplus all’esportazione proprio verso Atene; dall’altra, costituiva una sorta di “zona cuscinetto” in grado di spezzare l’accerchiamento dorico di Siracusa e Gela

Di conseguenza, Ermocrate aveva due compiti primari: evitare che Camarina replicasse le scelte politiche e militari del passato e che nel mercanteggiare la propria alleanza con Siracusa, non esagerasse con le richieste. Ovviamente, non sappiamo come si svolse la trattativa, ricordiamoci che Tucidide ricostruisce i discorsi, basandosi sul sentito dire, sul senno del poi e sulla sua visione del mondo.

Però il discorso di Ermocrate, è interessante proprio perchè, in controluce, ci permette di analizzare molte delle riflessioni dello storico sulla natura della sua città. Come detto altre volte, l’imperialismo ateniese era intrinseco nella struttura sociale ed economica della polis: ovviamente, però i suoi cittadini non potevano dichiarare pubblicamente

“O ci espendiamo, o crolla la baracca”

Dovevano infiocchettarlo con una serie di frasi fatte, relative, per usare termini moderni, relativi alla difesa della libertà e all’esportazione della democrazia. Ermocrate, o meglio Tucidide, inizia il proprio discorso, svelando l’ipocrisia di quella retorica, colpendo addirittura proprio quello che era il principale vanto di Atene, l’avere difeso la Grecia dall’invasione persiana.

In fondo, evidenzia Ermocrate, questo non ha portato la libertà alle città greche dell’Anatolia, le quali hanno soltanto cambiato padrone,definito più spietato: se gli Ateniesi, per tenere in piedi i loro domini, usavano soprattutto il bastone, i Persiani puntavano sulla carota, essendo disposti a coinvolgere i Greci stabilitisi in Asia Minore nella gestione ed amministrazione dei territori occidentali dell’impero, concedendo loro vasti possedimenti e rendite in cambio di obblighi militari e finanziari.

Lo stesso destino, sottolinea Ermocrate, potrebbe, visto il procedente, accadere alle città siciliane. E ricordando questo, viene citato un tema che, per noi moderni è difficile da comprendere in tutte le sue sfumature, quello della syngeneia,l’identità etnica tra Dori e Ioni.

Per noi, sempre antichi greci sono: al massimo, potevano parlare in modo lievemente differente. In realtà, premesso che la loro diversità linguistica risale per lo meno alla tarda età del Bronzo, Ioni e Dori si percepivano come entità profondamente diverse, l’uno come uno specchio distorto dell’altro, su cui costruire la propria identità.

Ermocrate, per rafforzare il suo discorso, cita l’insieme dei pregiudizi che i Dori avevano degli Ioni: decadenti, amici dei barbari, schiavi per natura.

La nostra venuta in ambasceria, gente di Camarina non è attribuibile al sospetto che alla vista della poderosa macchina da guerra ateniese vi prenda lo sgomento, ma più al timore che l’eloquenza ateniese v’incanti, prima di aver prestato attenzione anche ai nostri motivi. Costoro approdano in Sicilia, voi sapete bene di che pretesto valendosi e noi tutti intuiamo di che specie sia, in realtà, il loro disegno. In breve dubito che intendano strappare a noi Siracusa, più che restituire Leontini ai proprietari. È innaturale: mentre spopolano in Grecia intere città, verrebbero qui a ricostituirne? E quella pretesa poi di prendersi tanta pena per quelli di Leontini originari di Calcide, dicono per affinità di ceppo, quando tengono sotto il giogo i Calcidesi di Eubea, di cui costoro sono colonia!

È la solita smania di conquista: assicuratisi i possessi greci, ora ritentano il colpo in Sicilia. Quando per istintivo consenso degli Ioni e dei paesi che, per riconoscere in lei la madrepatria le erano alleati, Atene si assunse il compito di potenza-guida, chi per renitenza alla consegna di forze armate, chi per interne rivalità, sfocianti in conflitti locali, altri per imputazioni almeno formalmente corrette di cui fu loro fatto carico, a uno a uno finirono per divenire sudditi di Atene. Così costei non brandì le armi per la liberazione dei Greci, come i Greci non si ersero contro la Persia per affrancare se stessi: ma l’una aspirava a veder chini quei Greci di fronte non all’impero persiano ma a sé, e gli altri ottennero puramente un passaggio di poteri: dall’antico a un nuovo padrone, non meno scaltro, ma più spietato.

Ma il nostro ufficio non è qui di elencare in dettaglio i soprusi troppo noti a voi tutti, perpetrati dallo stato ateniese: compito eccessivamente facile per chi accusa. Siamo giunti piuttosto per vibrare una denuncia contro noi stessi. Possediamo un modello: i Greci d’oltremare che con spontanea rinuncia a reagire, si lasciarono adattare i ceppi. Ora ecco da noi gli Ateniesi ostinati con i consueti tranelli: ci sono i compatrioti di Leontini da ristabilire nella loro propria sede! I Segestani da soccorrere, sono alleati! Ebbene noi rifiutiamo di coalizzarci, e di mostrare a costoro in blocco,con la più vigorosa intransigenza, che qui non allignano Ioni e genti dell’Ellesponto o isolani, pronti sempre a servire un diverso padrone, ora la Persia, ora uno nuovo, non importa chi sia: qui sono uomini liberi, Dori venuti dal libero Peloponneso a colonizzare la Sicilia.

Dopo questo incipit, Ermocrate, o meglio, sempre Tucidide, evidenzia anche la strategia politica che alla base dell’imperialismo ateniese, il divede et impera, il frammentare il fronte nemico, sfruttando le sue divergenze di interessi e creando dissapori tra fazioni, in modo che non possa riunirsi contro un obiettivo comune.

Nel caso specifico della Sicilia, Atene evidenziava come il suo nemico fosse solo Siracusa, che appoggiava Selinunte e negava il ritorno a casa agli abitanti di Leontini, e la cui potenza costituiva un pericolo per le altre polis dell’isola; Ermocrate evidenzia invece, come dichiarato da Alcibiade, che la conquista di Siracusa non fosse il primo passo per la sottomissione della Sicilia greca.

Per rafforzare questo concetto, mentendo spudoratamente, data l’antica rivalità, arriva ad affermare che Siracusa, se fosse stata attaccata per prima Camarina, non si sarebbe tirata indietro nel soccorrerla

Intendiamo tardare, e cadere, città dopo città, nella rete Ateniese? Anche coscienti che è proprio questo l’unico contegno responsabile di una futura conquista ai nostri danni e vedendo che gli Ateniesi hanno già intrapreso questa via: tanto che con la propaganda s’ingegnano a crear dissidi al nostro interno, o a frantumare dal di dentro il nostro fronte opponendoci l’un l’altro con la promessa di un’alleanza, o danneggiandoci, nella misura del possibile, largendo proposte gradevoli ora a questo ora a quello di noi? O si confida che per un compatriota caduto anzitempo in un paese lontano dell’isola, il medesimo abisso non s’apra davanti ai passi di ciascuno di noi? E che, precedendoci nel tormento, questa vittima
sia destinata a un solitario patire?

Ma se qualcuno si fissa nell’idea che per gli Ateniesi il nemico è Siracusa, non lui, e quindi giudica odioso esporsi al rischio per una terra che, in fondo, è la mia, non la sua, quest’uomo rifletta che il duello avrà per teatro il mio paese, ma per posta oltre al futuro della mia patria, anche, in misura perfettamente identica, quello della sua: e la certezza del trionfo finale starà più salda, quando gli sia concesso, se il nemico non mi avrà prima distrutto, di proseguire fino in fondo la lotta, sorretto dalla mia alleanza. E non creda che gli Ateniesi agiscano unicamente per castigare Siracusa della sua ostilità: badi ch’io le giovo egregiamente da pretesto, perché Atene obblighi proprio lui a una più stretta e ‹devota› solidarietà. E se smuoviamo in qualcuno la gelosia, o forse anche la soggezione (poiché gli stati grandi sono sovente bersaglio di questi affetti) e in conseguenza auspica che Siracusa patisca una percossa rude, perché torni in lei e si limiti, ma sopravviva, per garantirgli un sostegno fermo, costui sappia che il desiderio che nutre valica il confine del potere umano. Poiché non si concede che in una sola volta l’identica persona possa farsi ministra dei propri desideri, e con pari successo, della sorte; e se s’inganna nel prevedere, forse un giorno, dopo aver sparso il pianto sulle proprie ferite, potrebbe sentir risorgere in lui la nostalgia di quell’invidia che la grandezza della mia città gli ispirava in tempi passati. Ma non potrà, se ci avrà abbandonato rinunciando ad affrontare, non in nome di motivi giocati su pure parole, ma di ragioni positive e concrete, i nostri medesimi rischi.

Poiché formalmente si potrà dire che proteggete la nostra posizione di forza, ma in realtà voi difenderete la vostra salvezza. E a voi, uomini di Camarina, a voi più e prima che a chiunque altro toccherebbe, secondo l’umana logica, nella vostra condizione di confinanti e, quindi, di immediato obiettivo per la seconda ondata offensiva, di prefigurarvi l’attacco, di liberarvi da quell’inerzia che vi rende ora così torpidi a balzare in armi al nostro fianco. Dovreste esser voi distinto, a precipitarvi a Siracusa: e come, se gli Ateniesi avessero scelto per primo bersaglio Camarina, voi ci avreste scongiurato di intervenire, nella presente occasione era dover vostro, con la stesso spirito e intento, di far sentire viva la vostra presenza a Siracusa, a rianimare, a sorreggere, a esigere la resistenza più incrollabile. Ma, almeno finora, né in voi né in altri si nota questo risveglio.

Altro tema che Ermocrate affronta, è quello del trattato di alleanza tra Camarina e Atene, dietro cui gli abitanti della polis siciliana di nascondevano per tergiversare. Lo statista siracusano evidenzia come questa fosse però difensiva e come in questo caso specifico, nessuna potenza esterna stesse attaccando Camarina o Atene… Insomma, una sottigliezza degna di un giurista bizantino

O è la viltà, forse, a suggerirvi un ossequio così severo delle regole giuridiche, nei rapporti con noi e con gli invasori? Avete sempre sulle labbra quella vostra alleanza con Atene. Ma l’intesa non contempla l’attacco contro paesi amici: l’avete stipulata per il caso che una potenza ostile vi offenda. Agli Ateniesi, se ben guardiamo, dovete soccorso qualora subiscano un’aggressione da paesi esterni, non quando, come ora, se ne facciano promotori contro stati stranieri: poiché neppure gli stessi Reggini, che provengono da Calcide, si dicono disposti a condividere con Atene lo sforzo per restituire ai Leontinesi, anch’essi proprio di Calcide, la loro sede. Che stranezza, se quelli, fiutando al di là del bel velo giuridico l’autentico nocciolo dell’affare, subordinano alla politica il rispetto ai principi logici, e voi, invece, siete tanto sottili in logica da indovinare un appiglio che, mentre vi invita ad appoggiare genti che la natura vuole a voi ostili, vi spinge ad annientare, complici del più accanito nemico, coloro cui vincoli d’affinità naturale ancor più palesi vi gridano d’esser fratelli!

Per ribadire i suoi concetti, da politico navigato, Ermocrate ricorre alla fake news. La battaglia di Siracusa, benché fosse stato un fallimento strategico da parte degli Ateniesi, si era conclusa con una sconfitta dei soldati della polis siciliana; inoltre, era assai incerto che Sparta, in quel momento, volesse organizzare una spedizione a soccorso di Siracusa, dato, in fondo il fatto che i suoi nemici fossero impegnati nel lontano Occidente, piuttosto che nel loro cortile di casa, egoisticamente non poteva che fargli comodo

È ingiusto il vostro atto: collaborate con noi, senza timore per l’apparato offensivo degli Ateniesi. Non può ispirare spavento se ci stringiamo in quadrato, ma solo disunendo le nostre forze: ed è la loro mira. Poiché fallirono tutti i loro scopi, perfino quando ci sorpresero isolati e uscirono in vantaggio dal confronto, anzi, preferirono ritirarsi di gran carriera. Sicché non si ammettono spiriti depressi, almeno finché si sta uniti in blocco. Animo, rafforziamo l’alleanza, tanto più che dal Peloponneso giungerà un corpo di soccorso: e quelli del Peloponneso, per la guerra, vantano su costoro un vantaggio incolmabile.

Inoltre, la neutralità, tende a sottolinearlo, non porterebbe nessun vantaggi agli interessi di Camarina

Nessuno concepisca il pensiero che sia equa nei nostri confronti, oltre che al riparo da sorprese per voi, quell’accortezza politica di non prestar aiuto né all’uno, né all’altro per non violare le alleanze contratte separatamente con entrambe le parti. Sul piano legale può parer giusto, non si discute: ma nella realtà politica è tutt’altro discorso. Giacché poniamo che voi vi ostiniate nel non intervento: l’uno cederà e sarà disfatto, l’avversario lo soverchierà trionfante. Che bel frutto avrà riscosso proprio la vostra rinuncia? Che non avrete dato una mano agli uni per salvarsi, e non avrete distolto gli altri da una politica di sopraffazione.

Tucidide, qui accenna di sfuggita, come a un artificio retorico, a un tema a lui scomodo, ma che di certo era nell’agenda dell’ambasciata siracusana a Camarina: la possibilità che la polis potesse fungere da mediatrice, tra Atene e Siracusa, portando a una pace di compromesso. Mettiamoci nei panni dei due leader degli eserciti. L’obiettivo dell’Ermocrate reale, era quello di conquistare il potere assoluto a Siracusa; dal suo punto di vista, era meglio conquistare una città prospera, che una impoverit da una lunga guerra. Nicia, sin d’inizio, considerava questa spedizione uno spreco di uomini, tempo e denaro.

Per cui, un accordo poteva fare comodo ad entrambi. Probabilmente, l’Ermocrate reale sarebbe stato disponibile a cedere sulle questioni Segesta e Leontini, e avrebbe accettato una sorta di protettorato ateniese su Rhegion. Nicia, qualche mese prima, avrebbe fatto carte false per avere una proposta del genere: ma ora, accettarla, avrebbe significato la sua morte politica e l’ostracismo. Probabilmente, rilanciò, chiedendo il controllo di Messina e di Catania, cose che Siracusa non poteva accettare. Di conseguenza, la trattativa fallì miseramente.

Ucronicamente, se le cose fossero andate diversamente? Temo che sarebbe cambiato ben poco. Ermocrate avrebbe anticipato il suo tentativo di golpe, fallendo miseramente. Un’Atene che avesse concluso con un successo la spedizione siciliana, avrebbe spaventato ulteriormente Sparta, la quale, per reazione, dando retta ad Alcibiade, si sarebbe accordata in anticipo con la Persia… Di conseguenza, la sconfitta ateniese sarebbe stata solo posticipata

Non è evidentemente un contegno irreprensibile; schieratevi piuttosto con le vittime dell’ingiustizia, per giunta uomini prossimi di stirpe, e fate scudo all’integrità della Sicilia, che è un bene comune, impedendo agli Ateniesi, se è proprio vero che vi sono tanto amici, di compiere questo crimine.

Per finire, Ermocrate espresse l’ultimo argomento, che riteneva decisivo, visto il pragmatismo della politica estera dei suoi interlocutori: in caso di vittoria ateniese, Camarina non avrebbe ottenuto nulla. Invece, in caso di vittoria siracusana, la rappresaglia sarebbe stata tremenda, e la polis avrebbe perso tutto quello che aveva ottenuto negli anni precedenti

Riepilogando, noi Siracusani affermiamo che non è difficile mostrare a dito sia a voi, come a chiunque altro, la soluzione di problemi che non vi sono meno noti e facili. Va a voi la nostra preghiera e, nello stesso tempo, una ferma protesta: mentre gli Ioni che sono i nostri eterni nemici, ci tendono il laccio noi Dori da altre genti doriche, precisamente da voi, subiamo il tradimento. Se Atene ci avrà piegato in suo potere, trionferà grazie alle vostre idee di rinuncia: ma sarà solo il suo onore a ricevere lustro, e premio della vittoria non si aggiudicherà altro se non la terra che il successo le avrà propiziato e offerto. Se prevarremo noi, sarete pur sempre voi a rispondere a vostre spese, per le responsabilità nei pericoli che ci costringete a correre. Riflettete ora, e scegliete o una schiavitù pacifica (ma solo per il futuro immediato) o, superando al nostro fianco il nemico, la facoltà di scuotervi da costoro, dall’infamia di questa soggezione, e di sottrarvi, in rapporto a noi, a un’ostilità che non si estinguerebbe davvero in breve arco di tempo

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