Lo Stadio di Antonino il Pio

Gli ultimi anni della vita di Adriano furono alquanto problematici, sia a causa di una dolorosa malattia, sia per il problema della successione: Dione Cassio riporta l’episodio, non necessariamente vero, di una conversazione al tavolo da pranzo in cui si fecero i nomi di dieci possibili candidati.

Uno di questi era Gaius Iulius Servilius Ursus Servianus, il cui praenomen, nell’Historia Augusta è stato storpiato in Lucius, grande amico di Traiano e cognato di Adriano; il problema era nell’età di Serviano, che era prossimo ai novant’anni… Insomma, se fosse diventato imperatore, sarebbe durato assai poco. Venne scelto dunque come erede il nipote di Serviano, il giovane Gneo Pedanio Fusco Salinatore, figlio di Giulia, che ricevette un rango speciale all’interno della corte imperiale.

Le cose però cambiarono alla fine del 136, quando Adriano rischiò di morire per emorragia. Convalescente nella sua villa di Tivoli, non si sa bene perché, l’imperatore scelse inizialmente Lucio Ceionio Commodo (conosciuto poi come Lucio Elio Vero) come suo successore, adottandolo come suo figlio contro la volontà delle persone a lui vicini.

Questo perchè, nonostante Ceiono fosse un buon generale e beneficiasse di grande alleanze politiche, non era molto apprezzato dall’opinione pubblica romana, dato che i suoi gusti erano lussuriosi e stravaganti e la sua vita frivola. Si diceva che avesse vicino al letto un libro di poesie erotiche di Ovidio e “un libro riguardo Apicio” (presumibilmente Sulla lussuria di Apicio di Apione) e che avesse anche inventato il lussurioso tetrafarmacum, un costoso e complicato piatto culinario, che conteneva mammelle di scrofa, fagiano, cinghiale e prosciutto.

Serviano e Salinatore non la presero sportivamente, tanto che che intesero impugnare l’adozione: Adriano, per evitare contrasti, ordinò la morte di Serviano e del proprio pronipote. Secondo Cassio Dione Cocceiano, Serviano si suicidò esclamando:

la mia unica preghiera è che Adriano soffra a lungo, pregando la morte, ma incapace di morire

Nel frattempo Ceionio, dopo una vittoriosa campagna contro i Quadi e i Marcomanni, tornò a Roma per pronunciarvi, il primo giorno del 138, un discorso davanti al Senato riunito. La notte prima del discorso, però, si ammalò e morì di emorragia nel corso della giornata. Il 24 gennaio del 138 Adriano scelse allora Aurelio Antonino come suo nuovo successore, che era noto per essere alquanto parsimonioso.

Nel frattempo, la maledizione di Serviano sembrò avverarsi: la salute di Adriano continuava a peggiorare tanto da desiderare la morte anche se questa non arrivava, tentando anche il suicidio, impedito dal successore Antonino. L’imperatore, ormai gravemente malato, lasciò Roma per la sua residenza estiva, una villa a Baiae, località balneare sulla costa campana. Le sue condizioni però continuavano a peggiorare tanto che Adriano disattese la dieta prescrittagli dai medici, indulgendo in cibo e bevande, morendo infine di edema polmonare il 10 luglio del 138.

Ora, Adriano aveva pessimi rapporti con il Senato, che non aveva dimenticato come l’imperatore avesse diminuito l’autorità dell’assemblea e ne avesse mandato a morte alcuni membri. Per cui, i Padri Coscritti fecero resistenza passiva, tardando in ogni modo la celebrazione dei suoi funerali a Roma. Di conseguenza, fu sepolto nei giardini della villa puteolana di Cicerone, ereditata dal suo amico Cluvio, la cui posizione, ai margini della città antica.

Villa che sino al Settecento fu confusa con l’altra, in cui Cicerone ambientò l’Accademia – perfettamente localizzata da Plinio, il quale ne segnala l’ubicazione sul litorale, sulla strada tra l’Averno ed il Lucrino e ricadente dunque, amministrativamente, nel territorio cumano – equivoco che durò sino al 1977.

Dopo un anno di serrate trattative, le ossa di Adriano furono traslate a Roma, al suo Mausoleo, che diverrà il nostro Castel Sant’Angelo, che tra l’altro non piaceva ai suoi contemporanei, che lo consideravano troppo grosso e ingombrante, tanto che Dione Cassio scrisse

Dopo la morte di Adriano gli fu eretto un enorme monumento equestre che lo rappresentava su una quadriga. Era così grande che un uomo di alta statura avrebbe potuto camminare in un occhio dei cavalli, ma, a causa dell’altezza esagerata del basamento, i passanti avevano l’impressione che i cavalli ed Adriano fossero molto piccoli.

Nel frattempo, però, Antonino il Pio, per celebrare la chiusura della questione della sepoltura del padre adottivo, organizzò giochi “alla greca”, detti Eusebeia, divisi in due sezioni; la prima, dedicata all’agone ginnico, la seconda, a quello musicale. Per dare loro una degna sede, fece costruire a Pozzuoli, adiacente alla villa di Cicerone, uno stadio

Il monumento, a pianta rettangolare (circa m. 260 x 73), lungo 260 metri, con uno dei lati brevi curvi (sphendone) e l’altro appena curvilineo, si presenta attualmente attraversato dalla moderna via Domiziana, realizzata nel 1932. Esso sorge nel suburbio occidentale della città, con il lato lungo settentrionale prospiciente la via Domitiana (oggi via Luciano) e quello opposto – oggi quasi del tutto scomparso a seguito dei vari movimenti franosi che hanno interessato nel tempo la collina della Starza- affacciato sul Golfo di Pozzuoli.

Si accedeva allo Stadio da più ingressi: a Nord- Est, da un varco monumentale con accesso diretto sulla pista; a Nord, da differenti avancorpi facilmente accessibili dalla via Domitiana, attraversati i quali gli spettatori venivano introdotti nell’ambulacro. Il prospetto settentrionale è scandito da alti archi in opera laterizia rivestiti d’intonaco chiaro, dei quali si conservano soltanto le parti inferiori dei pilastri, con semicolonna quasi a tutto tondo.

Dall’avancorpo nord, e da altri purtroppo non ancora indagati, il pubblico veniva introdotto all’interno dell’ ambulacro. Esteso quanto i due lati lunghi del monumento, questo corridoio presenta il prospetto settentrionale costituito da una serie di alte arcate in opera laterizia su pilastri decorati da lesene, al di sopra delle quali s’impostano le mensole in pietra vulcanica destinate al sostegno dei pali del velarium; la parete meridionale è, invece, costituita da un muro a doppia cortina, con paramento in opus mixtum.

La cavea mostra la canonica tripartizione in ima, media e summa ed è separata dalla pista da un balteus. Della sua originaria sistemazione si conservano soltanto due file di sedili relativi all’ima cavea, realizzati in grandi blocchi rettangolari di “piperno”; rimasto a vista nel tempo si conserva, invece, l’estradosso della volta sulla quale poggiavano le gradinate.

Il ricordato varco monumentale est, con accesso diretto alla pista, è costituito da una doppia cortina di archi realizzati in piperno dei quali si sono trovati in situ solo i pilastri mentre i conci, rinvenuti tutti in crollo, fenomeno ricollegabile sempre all’eruzione del Montenuovo, sono stati oggetto di un articolato intervento di anastilosi, che ha messo in evidenza come il sistema non presenti un andamento rettilineo descrivendo, invece, una leggera curva. Il piano della pista, che misurava ca. m. 232 x 39, era costituito da più livelli di battuto sovrapposti.

La frequentazione dello Stadio sembra protrarsi almeno fino alla fine del III – inizi del IV sec.d.C. : è a questo periodo che risalgono, infatti, differenti strati d’abbandono ed è a questa stessa epoca che riportano le ultime testimonianze antiche di cui disponiamo. Tra queste, appaiono di particolare interesse alcune fiaschette vitree dove, tra i monumenti più rappresentativi della città di Puteoli, compare un edificio accompagnato dalla didascalia “STADIV”.

In questa fase, alcuni ambienti dell’ambulacro iniziano ad interrarsi, mentre la pista ed il piazzale esterno all’ingresso monumentale vengono sepolti in seguito ad un’alluvione. Il piano di frequentazione immediatamente ad Est dello Stadio si va, così, ad innalzare ed è in questo momento che inizia una progressiva rifunzionalizzazione di alcuni ambienti e spazi aperti dello Stadio.

Una prima trasformazione si deve all’edificazione di un complesso a pianta polilobata in opera vittata mista, parzialmente messo in evidenza dalle recenti campagne di scavo: esteso dall’area esterna al varco monumentale fino all’ingresso settentrionale, questo complesso sembrerebbe presentare le caratteristiche proprie di un impianto residenziale tardo-antico, del cui apparato decorativo, andato in massima parte perduto, si conservano abbondanti frammenti di pavimentazioni marmoree in opus sectile.

In seguito, anche questo complesso viene modificato e subordinato ad esigenze di tipo rustico/produttivo. L’area del portico settentrionale dello Stadio, da un lato, è adibita ad attività di lavorazione e spegnimento della calce, dall’altro, è attraversata da una canaletta che va ad immettersi in uno dei vomitoria dell’ambulacro. Anche la cavea, in questa stessa fase, è arginata con muri a secco realizzati con materiali di spoglio analoghi a quelli adoperati per la costruzione, a ridosso dell’ima cavea, di un sistema di tre vasche, verosimilmente destinate alla produzione di olio o vino.Dopo quest’ultima frequentazione del sito, l’area viene gradualmente abbandonata fino ad essere sepolta, nel 1538, dalle ceneri vulcaniche del vicino Monte Nuovo.

Soltanto intorno agli inizi dell’800 – come testimoniato anche dalla litografia di Domenico Cuciniello e Lorenzo Bianchi, autori del Viaggio Pittorico nel Regno delle due Sicilie (1829-1832) – un settore dell’ambulacro dello Stadio è inglobato da una masseria. Lo stadio è stato riportato alla luce nell’ottobre 2008 attraverso una serie di campagne di scavo finanziate dalla Regione Campania con 5 milioni di fondi euro

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