Borgo Vecchio

Non so le diano ancora in televisione, la vedo sempre di meno, ma la Palermo di Mery per sempre, così pumblea, uggiosa e allucinata, sembra così diversa dalla città solare e caotica che spesso mi capita di vivere: in realtà sono due facce di una stessa medaglia.

Gli stessi luoghi, a seconda delle ore del giorno, delle stagioni o degli stati d’animo di chi li vive, possono appartenere alla chiassosa Balarm, con le sue medine e i suoi suk, e a Zyz, malinconica come un sogno perduto. Questa coesistenza di città invisibili, che avrebbe fatto impazzire Italo Calvino, raggiunge il suo culmine in un quartiere, che, pur essendo centrale, è lontano dai soliti circuiti turistici: si tratta di Borgo Vecchio, che si estende dal Porto al Politeama.

Questo lo rende una sorta di frontiera, tra due mondi differenti: quello della città alto borghese e liberty, sopravvissuta a fatica al sacco degli anni Sessanta e il porto, in cui si incrociano storie e culture, dove tira avanti l’umanità più varia e dove il concetto di legalità, forse non è labile, ma di certo declinato con creatività in mille modi differenti.

Borgo Vecchio nasce nel 1556, in seguito alla costruzione del nuovo porto e all’acquisto della tonnara di S.Giorgio da parte del Senato di Palermo. Divenne sede abitativa di pescatori e marinai, che si spostarono dai rioni Kalsa e La Loggia.

In origine il Borgo si estendeva in quell’area compresa fra la porta S. Giorgio e la chiesa S. Lucia. L’esponenziale crescita del quartiere fu dovuta all’immigrazione di artigiani e commercianti che, dalle altre zone d’Italia, vennero a stabilirsi al Borgo, sospinti dalle promesse di sviluppo che la recente costruzione del nuovo porto aveva già infuso ai cittadini palermitani.

Il centro spirituale di questa realtà composita era la confraternita di Sant’Anna fondata dai pescatori e mastri bottai nel 1555. Ancora oggi, gli abitanti di Borgo Vecchio sono devoti a Matri Anna, la cui festa si celebra la domenica successiva al 26 luglio, con una solenne processione che si reca sino dentro il porto di Palermo, accolta dal suono delle navi, dove con l’ausilio di una navetta della Capitaneria, viene gettata in mare una corona di fiori, in memoria dei marinai morti in mare. La Santa Patrona viene condotta in tutte le strade e vicoli del quartiere, girandola e fermandola per qualche tempo anche sotto i balconi degli ammalati. Come le altre processioni del quartiere, la Santa viene portata al carcere Ucciardone di Palermo per un momento di preghiera.

Borgo vecchio è di certo un quartiere con tanti problemi, che ogni tanto appare negli articoli di cronaca nera, le contraddizioni sono ancora più accentuate dalla recente gentrificazione, però è anche sede di grandi esperienze sociali: ad esempio, è uno dei cuori pulsanti della street art palermitana, che non è calata dall’alto, ma frutto di un progetto partecipato, al“Borgo Vecchio Factory”, proposto dall’organizzazione no profit “Push”, che prevede la realizzazione di cicli semestrali di laboratori di pittura creativa per 20 bambini del quartiere.

I disegni e i dipinti prodotti durante i laboratori sono stati utilizzati poi come bozzetti per dei murales realizzati a più mani sui prospetti delle case del quartiere, coinvolgendo i principali street artisti italiani. L’altro è ovviamente il Mercato, meno noto degli altri presenti a Palermo, che occupa una zona che insiste sulle vie Scinà, Principe di Scordia, Ximenes e piazzetta Nascè. Al suo interno, sono posizionati anche esercizi commerciali e aziende artigianali tradizionali, quali lavoratori del legno e del ferro, mentre ai margini di piazzetta Nascè troviamo officine meccaniche.

Anche qui domina il cibo da strada, caponate, verdure cotte d’ogni tipo, insomma, il Mercato è una sorta di paradiso per i vegetariani e quando è stagione, i babbaluci, le lumache estive, piccole e bianche che si raccolgono in campagna fra le “restucce” (la rimanenza del grano raccolto), fra i rami rinsecchiti o sugli steli dei cardi. In Calabria, da bambino, ne raccoglievo chili sulla massicciata della ferrovia che univa Salerno a Reggio Calabria: era una sorta di gara o di gioco.

Lumachine che si cucinano con aglio e prezzemolo, che si mangiano con lo stuzzicadenti, per tirare fuori il mollusco dal guscio, oppure come fanno i palermitani, cu scrùsciu, succhiandole assieme al condimento che le accompagna. Sull’origine del loro nome, ci sono due ipotesi: una la fa derivare dal termine greco boubalàkion o dall’arabo babush, termini che significano entrambi lumaca. Babbaluci che hanno ispirato tanti proverbi come

babbaluci a sucari e fimmini a vasari nun ponnu mai saziari

ossia

lumache da mangiare e donne da baciare non saziano mai!

o

cu mancia babaluci e vivi acqua , sunati li campani picchì è mortu

che suggerisce come il modo migliore di accompagnare questo piatto sia un buon bicchiere di vino e una famosa canzone popolare, che così comincia

Vidi chi dannu ca fannu i babbaluci
ca cu li corna spingiunu balati,
su unn‘era lestu a jittarici na vuci
vidi chi dannu ca facianu i babbaluci.

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