Atene contro Siracusa (Parte XVII)

Ovviamente, Eufemo, l’ambasciatore ateniese dovette ribattere punto per punto i ragionamenti di Ermocrate: nel farlo, però, lui, o meglio Tucidide, evidenziò le contraddizione in cui si dibatteva l’imperialismo ateniese, tra la il realismo, quasi alla Kissinger, che motivava le sue azioni e la rappresentazione che voleva dare di sè

Ermocrate espresse, in sostanza, queste ragioni. Si fece avanti, dopo di lui, Eufemo, ambasciatore ateniese, e disse:

Il primo argomento, proprio a evidenziare la differenza tra noi e gli antichi, è proprio sul concetto di ethnos, sulla differenza di natura tra Dori e Ioni. Non è vero, come dice Ermocrate, che quest’ultimi siano schiavi di natura: il loro sottomettersi alla Persia, è stata una libera e consapevole scelta, figlia della contingenza di rapporti di forza.

Al contrario, sono i Dori ad essere tiranni per natura; Atene ha costruito il suo dominio non per volontà di potenza, ma come strumento di difesa dall’imperialismo del Peloponneso… Di fatto, riappare per l’ennesima volta quella che, per lo storico, è la causa prima della politica degli stati: la paura.

Atene ha creato l’impero per paura di essere dominata prima dalla Persia, poi da Sparta; quest’ultima invece ha scatenato la guerra contro Atene, per paura che la polis attica, alterando gli equilibri di potere della Grecia, mettesse in pericolo le basi del suo potere.

Siamo venuti a rinnovare la precedente alleanza: ma, di fronte agli attacchi a fondo del rappresentante siracusano, riteniamo indispensabile partire da qualche riflessione sul nostro dominio: in particolare, sui diritti che ce ne garantiscono la legittimità. A questo proposito, ci fornisce un attestato risolutivo quella parola d’Ermocrate stesso: l’accenno all’ostilità eterna che oppone gli Ioni ai Dori. Lo stato dei rapporti è proprio questo. Poiché noi, di discendenza ionica, da sempre abbiamo tentato ogni via per interporre tra noi e l’autorità dei Peloponnesi, di ceppo dorico, nostri confinanti e sempre soverchianti di numero, un distacco via via più netto.

Per tale scopo, allestita dopo il duello con la Persia una flotta, ci siamo sottratti all’egemonia imperialistica di Sparta, poiché dall’equilibrio di forze non risultava necessario che noi sottostassimo ai loro comandi, più di quanto loro fossero tenuti ad osservare i nostri, salvo in misura limitata a quel breve margine di vantaggio di cui, in quell’epoca particolare, la loro compagine bellica poteva disporre. Quindi ci siamo stabiliti noi alla testa di quelle nazioni, suddite un tempo del Gran Re, stimando di poterci staccare con più comodo dalla stretta del Peloponneso, se ci premunivamo, con questa mossa, di risorse difensive potenti.

Per esser precisi, l’imposizione della nostra sovranità agli Ioni e alle genti dell’arcipelago non fu un attentato ai diritti umani, benché i Siracusani protestino al vostro cospetto che noi, sordi ai richiami del sangue, li abbiamo tenuti in soggezione. Poiché quelle genti a fianco della Persia assalirono noi, loro metropoli; e non bastò loro l’animo, come a noi che lasciammo la nostra città, di esporre alla distruzione, con la rivolta, ogni proprio bene. Scelsero di conservarsi perenne la umiliazione della schiavitù, anzi di coinvolgervi anche la nostra città.

Motivi seri per reclamare, a doppio titolo, il diritto all’impero: da una parte, poiché fornimmo ai Greci il nerbo più agguerrito di forze marittime e uno slancio sciolto da esitazioni e pretesti, mentre coloro, prodigandosi con pari impeto, ma a favore della Persia, ci avevano messo in difficoltà. D’altra parte noi miriamo al traguardo di una opposizione energica nei confronti del Peloponneso.

Non ci gioviamo di commemorazioni eloquenti per giustificare il nostro ruolo di dominatori: che cioè isolati abbiamo infranto la prepotenza barbara, o che siamo corsi a quel rischio più per proteggere l’indipendenza delle nazioni ioniche che quella di noi stessi e dell’intera Grecia. Si può criticare qualcuno se s’ingegna per apprestare all’incolumità propria un fidato riparo? Anche ora, preoccupandoci della nostra sicurezza, ci presentiamo in questo paese e ci rendiamo conto che i nostri interessi collimano con i vostri.

Siamo qui a confermarvelo, prendendo a spunto quella politica che suscita così vivo sdegno nei Siracusani qui presenti e in cui a voi pare di intravedere chissà quali sinistri intrighi. Noi sappiamo che può molto, su quelli in cui l’apprensione moltiplica i sospetti, la suggestione
gradevole di una dialettica appropriata alle circostanze; ma in seguito, quando scocca l’ora d’agire, è sempre il proprio utile l’elemento direttivo della condotta pratica. Ora, abbiamo asserito che la nostra egemonia in Grecia è una misura preventiva. Per l’identico fine ci
rechiamo qui, per imporre, fiancheggiati da forze amiche, uno stato di sicurezza politica e militare dai benefici effetti per il nostro paese.

Il passo successivo è un’esaltazione della Real Politik: non esiste un’etica superiore, un fato, una legge divina che guida le relazioni tra stati. Queste costituiscono un sistema caotico dominato da una pluralità di centri di potere, gli stati, ciascuno dei quali detta le leggi a se stesso senza riceverne da altri, dato che non vi è tra di essi un potere che eserciti un ruolo di governo superiore alle parti. Per questo, nonostante sia sempre possibile stipulare tra gli stati alleanze in funzione degli interessi di volta in volta prevalenti, non esiste alcuna possibilità di uscire dalla logica del reciproco antagonismo, destinato a sua volta a fomentare una condizione di cronica instabilità.

L’interesse generale di Atene è in generale, legato alla creazione e al mantenimento di una flotta, che funge da strumento di dissuasione nei confronti dei potenziali nemici: per questo, alcuni alleati possono collaborare fornendo navi, altri invece, pagando tributi. In funzione della loro capacità di supportare la flotta, i presunti alleati godono di maggiore o minore autonomia.

Flotta che per svolgere tale compito, deve stazionare nell’Egeo: una campagna prolungata fuori da questo, ne indebolirebbe il deterrente e non sarebbe sostenibile in termini di costi. Per questo, fa intuire Eufemo, Atene non ha ambizioni territoriali nei confronti della Sicilia: sarebbe contrario ai sui interessi concreti.

L’utile di Atene, è invece avere delle teste di ponte sull’isola e una rete di alleanze, al fine di costituire un cordone sanitario attorno a Siracusa e impedire che possa mandare aiuti a Sparta: una posizione ben diversa da quella di Alcibiade e forse molto simile a quella di Nicia. L’utile di Siracusa, invece, è trasformarsi nella potenza dominante della Sicilia, sottomettendo tutte le altre polis.

L’utile di Camarina è mantenere la propria indipendenza: questo coincide con quello di Atene, per cui è razionale che la polis siciliana si allei con questa, piuttosto che con Siracusa.

Nessun intento di far schiava la Sicilia: di preservar noi, piuttosto, con la forza, da un così tristo destino. Nessuno voglia obiettare che la nostra sollecitudine per voi non sia legittimata da affinità d’interessi. Si pensi che se la vostra salvezza è garantita, e l’integrità della vostra potenza giunge a contrastare il passo a Siracusa, costringendola a rinunciare all’invio di contingenti armati nel Peloponneso, noi ne trarremo un notevole sollievo. Ed è già un motivo perché voi diventiate un affare d’importanza capitale per il nostro paese. Per una ragione identica, di coerenza politica, siamo in obbligo di rimpatriare quelli di Leontini, non per renderli sudditi, come i loro confratelli d’Eubea, ma per aumentarne il peso militare, al fine di poterne disporre, quasi fossero una nostra base offensiva avanzata – si trovano alla frontiera con Siracusa – per puntare in profondità contro i Siracusani.

In Grecia per tener testa ai nostri avversari, sono sufficienti anche le nostre sole forze. Calcide, la cui sudditanza, come rileva Ermocrate, sarebbe una vivente smentita ai nostri proclami di libertà per le genti di questo paese, ci offre miglior guadagno così, priva d’armi, con il suo tributo. In Sicilia, invece, è vitale che i Leontinesi e gli altri alleati conservino e potenzino la propria indipendenza Per chiunque esercita un potere egemonico – persona o stato – non deve esistere logica diversa da quella dell’utile: nessun legame d’affinità ha senso se non vi corrispondono sicurezza e fiducia.

L’ostilità e l’amicizia obbediscono alla politica: ed i rapporti esterni si colorano dell’una o dell’altra a seconda dell’occorrenza. E ora, in questi luoghi il nostro interesse esige: nessun attentato alla sicurezza degli amici, massimo impegno per garantire agli alleati potenza
sufficiente a paralizzare i nemici. In questo caso la diffidenza che voi nutrite è assurda. In Grecia la nostra egemonia poggia su questa base: esaltare le facoltà peculiari di ogni singolo alleato e distribuire in conformità gli impegni, per ricavarne l’utile migliore. Chio e Metimna, ad esempio, grandi fornitrici di navi, restano indipendenti: ma il resto, in maggioranza, ha vincoli più stretti e contribuisce in valuta. Altri devono la loro libertà incondizionata – sebbene abitino le isole e siano quindi facili da sottomettere – alla circostanza che costituiscono punti d’importanza strategica intorno al Peloponneso.

Risulta quindi normale che noi qui intendiamo regolare le condizioni di ognuno secondo il nostro vantaggio, badando, lo ripetiamo, a tener d’occhio soprattutto Siracusa. Poiché essa brama di dominarvi e vuol stringervi in una lega, sollevando sospetti nei nostri confronti, per stabilire – quando gli eventi bellici o l’isolamento avrà provocato il nostro ritiro a mani vuote dalla Sicilia – il proprio dominio assoluto su questo paese. Esito inevitabile, se fate blocco con Siracusa: poiché ci verrà meno l’animo e il vigore per piegare un simile compatto fronte di potenze ostili, mentre Siracusa, quando noi mancheremo, disporrà sempre di forze bastevoli per volgersi contro di voi.

La realtà s’incarica di smantellare le obiezioni degli increduli. Non ci invocaste la prima volta sbandierandoci innanzi proprio questa eventualità tremenda, che permettendo a Siracusa di sottomettervi, presto saremmo stati noi stessi esposti alla medesima minaccia? Quindi non è giustificato il sospetto vostro per quello stesso argomento di cui voi stessi vi siete avvalsi, pretendendo la nostra adesione: né è fondata la diffidenza che nasce dalla vastità del nostro apparecchio bellico, eccessivo, secondo voi, rispetto alla potenza dei Siracusani. A costoro piuttosto s’indirizzi la vostra sfiducia.

Almeno noi, se rifiutate l’appoggio, non potremo nemmeno sostare su quest’isola, e se pure con astuzie perfide la piegassimo al nostro volere, come saremmo in grado di mantenere il possesso a tanta distanza marina dalle nostre basi, paralizzati dall’impossibilità pratica di arginare via via le reazioni di città popolose e vaste, dotate di risorse terrestri?

Per contro i Siracusani che si trovano appena al di là delle vostre frontiere, non con un campo militare, ma da una base che è addirittura una città più poderosa dell’armata che abbiamo recato con noi approdando, non solo vi tendono agguati di ora in ora, ma quando intravedono, nella compagine di uno stato, il varco favorevole non allentano più la loro pressione (ne è esempio fin troppo chiaro la loro politica con Leontini). E ora hanno l’impudenza di correre a voi, stimandovi evidentemente idioti, contro la gente che si propone di sbarrare il passo a così alte ambizioni e che fino ad oggi s’è prodigata per sottrarre la Sicilia alla loro frenesia d’espansione.

A nostra volta, bandiamo a voi un proclama, ma questo di sicurezza autentica: invitandovi a non tradire quella garanzia che consiste nella disposizione a prestarsi, all’evenienza vicendevole soccorso. Considerate che Siracusa anche isolata dalle forze alleate, può sempre contare su mezzi bastevoli a tagliarsi la strada fino a voi, tra le vostre difese; e un appoggio così fermo e agguerrito come il nostro non sarà poi tanto di frequente a portata di mano. Se indulgendo ai vostri sospetti lascerete che la presente armata si ritiri, senza un risultato positivo, o addirittura distrutta, potreste un tempo, in avvenire, ridurvi al desiderio cocente di auspicarne in arrivo fors’anche la millesima parte, quando però la sua comparsa non potrà più servirvi in nulla.

Né voi di Camarina, né gli altri, dovete dar peso alle insinuazioni calunniose di costoro: per questo vi abbiamo rivelata intera la verità sui fatti che destano in voi il dubbio sulla nostra rettitudine e, nell’intento di convincervi, ne richiamiamo alla memoria i capi essenziali. Vi ripetiamo che la nostra signoria sulla Grecia è il baluardo eretto a protezione della nostra autonomia da ingerenze straniere; che il nostro sforzo di liberazione in Sicilia ci pone in salvo dai colpi nemici; che l’intervento su molteplici fronti risponde all’urgente bisogno di protezione costante che in molte zone del mondo siamo spinti a soddisfare; che da alleati, da benefattori degli oppressi, ora come nelle occasioni precedenti, siamo qui giunti a
raddrizzare le ingiustizie, non senza invito, ma insistentemente richiesti.

La frase seguente evidenzia una questione su cui Tucidide, per ragioni filosofiche e narrative, ha glissato: come affrontato nello scorso post, probabilmente ci furono trattative, proprio mediate da Camarina, tra gli ateniesi ed Ermocrate, che probabilmente fallirono….

Quanto a voi, non provatevi, intromettendovi come arbitri o moderatori (tentativo ormai arduo badate) della nostra politica, a sviare le linee d’azione da noi tracciate: si scrutino piuttosto, e si pongano a frutto, quando coincidono con il vostro profitto, le imprese di quella multiforme solerzia che rappresenta l’espressione più genuina del nostro ingegno ateniese.

Il problema della Real Politik propugnata da Eufemo è proprio nella sua transitorietà: oggi l’utile di Atene e di Camarina coincidono, ma in futuro ? Se cambiasse, per un motivo qualsiasi l’interesse ateniese, come le impedirebbe di mettersi contro la polis siciliana, tradendo i patti ? Per rassicurare l’alleato, l’ambasciatore, dovette rimangiarsi tutto, ricorrendo all’artificio retorico, assai poco convincente e trito e ritrito, degli ateniesi difensori dei più deboli e della loro libertà…

Considerate che le nostre iniziative son ben lontane dal recar danno a tutti indistintamente: è più il numero, anzi, di stati Greci che ne traggono vantaggio. Poiché in ogni luogo del mondo, anche dove non presidiamo tutti, sia chi si sente minacciato da una ingiustizia, come chi trama un’offesa, si vedono necessariamente nell’obbligo costui di ritirare la mano benché di malanimo, dal colpo, l’altro nella possibilità d’uscire, senza eccessive noie da quel suo incaglio; in entrambi infatti ferve un sentimento d’attesa: questo di trovare in noi un ricovero all’imminente pericolo, il secondo di non dover rispondere appena a viso a viso con noi, da una posizione di aperto rischio, del suo criminale tentativo. Non scartate questo strumento di sicurezza, che vi è dato condividere con chiunque ne faccia richiesta, quand’esso è qui che vi si porge: modellate sugli altri la vostra politica futura, e deponendo questa antiquata mentalità di difesa passiva contro Siracusa, unitevi finalmente a noi nella lotta, e risolvetevi a replicare, ad armi uguali, ai suoi intrighi e ai suoi attacchi

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