La battaglia di Grandson

L’obiettivo di Carlo il Temerario non era di sottomettere la Svizzera: da una parte conosceva l’ostinazione dei nemici, dall’altra, il gioco non valeva la candela, per le limitate risorse economiche dell’area. Il suo scopo era di eseguire una Shock and Awe: un’azione rapida, distruttiva, per costringere i confederati a ritirarsi dalla coalizione anti borgognona. Per questo, si era organizzato per una campagna limitata nel tempo e nello spazio, allo scopo di saccheggiare il contado di Berna ed eventualmente occupare la città.

Il primo obiettivo di tale strategia era il castello di Grandson, che permetteva il controllo del lago di lago di Neuchâtel. Sempre nell’ottica di spaventare gli svizzeri con una dimostrazione di forza, il Duca di Borgogna si era portato dietro un ampio parco di artiglierie, che dopo i primi colpi, scatenarono il panico nella guarnigione nemica.

Berna, però, non aveva nessuna intenzioni di vedere i vigneti della zona, che costituivano alcune delle sue principali entrate economiche, messe a ferro e fuoco dai borgognoni. Per cui, organizzò una spedizione di soccorso e mandò un messaggi ai difensori di Grandson, dicendo di tenere duro e di non mollare. Così una barca si accostò alla fortezza con la notizia dei soccorsi, ma non abbastanza, a causa del timore di essere cannoneggiata dall’artiglieria borgognona. Gli uomini dell’imbarcazione gesticolarono verso gli assediati, cercando di comunicare che gli aiuti erano in marcia, ma i difensori capirono l’inverso, ossia che Berna li aveva abbandonati a se stessi e decisero di arrendersi. Erano abbastanza convinti, per la fama cavalleresca di Carlo, che il duca non avrebbe torto loro un capello.

Non avevano però considerato la strategia borgognona di terrorizzare i confederati: per cui, tutti i difensori, ben 412, furono impiccati. Ignari di questo massacro, l’esercito svizzero, forte di 20.000 uomini, proseguiva la sua missione di soccorso. Per loro fortuna, Carlo convinto che tempi di mobilitazione svizzera fossero più lunghi, non aveva ordinato alla sua cavalleria di compiere delle missioni di ricognizione: così quando spuntò l’avanguardia nemica, il duca la scambiò per l’intero esercito confederale

Gli svizzeri, avendo capito che presto sarebbero scesi in battaglia, si inginocchiarono a pregare. Dopo aver recitato tre Padre nostro e tre Ave Maria. I borgognoni in armi, da quel che si dice, fraintesero tale condotta, interpretandola come un segno di sottomissione. Nella frenesia, si precipitarono contro gli svizzeri gridando “Non riceverete pietà, dovrete morire tutti”. Subito i cavalieri borgognoni circondarono l’avanguardia svizzera e cominciarono a massacrarla.

Carlo, però, nota la pessima fama dei picchieri nemici, non voleva mettere a rischio i suoi cavalieri: di conseguenza, diede loro ordine di ritirarsi, per lasciare all’artiglieria l’incarico di finire il presunto esercito confederale. Sfortuna volle che mentre la cavalleria compiva questa manovra, il grosso dell’esercito svizzero emerse dalla foresta che ne aveva occultato l’avvicinamento.

Risultato, il panico si diffuse nell’esercito ducale e nonostante il tentativo di Carlo di mantenere un minimo d’ordine, cominciò il fuggi fuggi generale. A seguito di questa situazione fantozziana, senza neppure combattere, l’esercito che di fatto aveva subito, tra difensori di Grandson e caduti dell’avanguardia, aveva subito più perdite, si ritrovò padrone del campo e quindi vincitore…

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