L’ipogeo di via Dino Compagni

Come detto in precedenti post, i piani regolatori dell’Urbe, non riservarno la stessa tutela dell’Appia Antica alla via Latina, il cui consistente patrimonio archeologico fu letteralmente distrutto dell’urbanizzazione intensiva dell’area. Nel 1954, la stessa sorte stava per toccare all’ipogeo di via Dino Compagni; mentre si stavano realizzando le fondazioni di alcuni edifici residenziali, il terreno crollò e venne alla luce questa struttura sotterranea, ma i lavori andarono avanti. Solo in seguito, a lavori praticamente ultimati, il direttore dei lavori Mario Santa Maria, avvertì del ritrovamento la Pontificia Commissione di Archeologia Sacra, che con i Patti Lateranensi del 1929, aveva acquisito competenza anche sulle catacombe presenti nel territorio di tutto lo Stato Italiano.

La Pontificia Commissione affidò l’esplorazione di questa presunta nuova catacomba, che non appare ovviamente nei testi classici che ogni tanto cito, a uno dei suoi maggior esperti, il sacerdote gesuita Antonio Ferrua, che, nel 1940, fu chiamato da Pio XII a lavorare agli scavi della tomba di Pietro nella necropoli vaticana.

Paradossalmente Antonio, nonostante fosse un sacerdote, fu tra i principali critici degli studi di Margherita Guarducci, sul presunto ritrovamento delle reliquie di San Pietro, disputa che si trascinò sino al termine delle sua vita. Antonio, per esplorare questa presunta catacomba fece scavare un pozzo di 16 metri e, calatosi all’interno, oltre a rimanere a bocca aperta per le sue decorazioni, si rese conto degli ingenti danni provocati dai lavori sovrastanti: il crollo di parte degli intonaci, provocato dai pilastri di fondazione che avevano invaso alcuni ambienti, colate di cemento e danni prodotto da improvvisati tombaroli che avevano cercato di trafugare i dipinti staccatesi dalle pareti.

Nonostante tutto questo, dopo una lunga opera di recupero e restauro, iniziata il 2 novembre 1955 e terminata il 15 giugno 1956, ci si rese conto di tre cose: del fatto che, per le dimensioni, la struttura sotterranea era riconducibile più a un ipogeo diritto privato, scavato per ospitare le tombe di una o più famiglie imparentate tra loro, che a una catacomba vera e propria, del fatto che vi fossero sepolti sia cristiani e sia pagani e soprattutto della bellezza e ricchezza delle decorazioni pittoriche presenti che la romanista Leonella De Santis definì

Nei sotterranei l’atmosfera è magnetica, l’emozione è grande. I colori, luminosi, avvolgono il visitatore con caldi toni rossi, bruni e violacei, con chiare pennellate gialle, ocra, arancione e vibranti tocchi azzurri, verdi e grigi: le scene dipinte, oltre un centinaio, rimbalzano da una parete all’altra creando un caleidoscopio variopinto e variegato. A ragion veduta viene definita dagli studiosi la “pinacoteca del IV secolo”

A questo cimitero privato, in cui sono presenti circa quattrocento inumazioni, si trova ad una profondità variabile (tra i 12,92 e i 16,20 metri dalla quota di Via Dino Compagni) non si accede dall’antico ingresso, oggi ostruito da un edificio di recente costruzione, ma da una botola nel marciapiede all’altezza del civico 258, proprio all’incrocio con via Dino Compagni.

L’ipogeo è formato da due gallerie parallele di 30 metri, distanti circa 18 metri l’una dall’altra, tagliate perpendicolarmente da un corridoio di oltre 40 metri, intorno a cui si dispongono 14 ampi cubicoli forniti di camere, nicchioni ed arcosoli, ai quali sono collegati ambienti poligonali con camere dipendenti da ciascun lato. Elementi decorativi quali stucchi, colonne e modanature, particolarmente curati, sono distribuiti con una certa abbondanza.

Le maestranze che vi lavorarono non utilizzarono solo i vani principali per eseguire le loro opere ma, in un tripudio di colori e una varietà di soggetti che non ha eguali, utilizzarono pareti laterali e d’ingresso, colonne, timpani, architravi e zoccolature; ovunque sono dipinte ghirlande, fiori, genietti, uccelli, amorini ed animali; anche le volte degli ambienti non fanno eccezione, lavorate a cassettoni con mattonelle di varie figure geometriche. Benché non si conosca chi commissionò questa struttura, vista la totale assenza di epigrafi, sappiamo che la sua realizzazione, , avvenne durante quattro fasi comprese trail 320 e il 360 d. C. circa.

Dalla scala di accesso si accede ad una galleria su cui si aprono due cubicoli, decorati con scene del Vecchio e del Nuovo Testamento (la caduta di Adamo e Eva, Noè ubriaco, la cena di Isacco). In fondo a questa galleria, tramite scale, si accede ad altri due cubicoli, il primo dei quali con colonne agli angoli e volta a crociera; il repertorio figurativo delle pitture affronta temi del Vecchio Testamento che compaiono per la prima volta nelle catacombe, oppure presenta temi tradizionali affrontati con originalità. Tra questi una probabile rappresentazione del Diluvio Universale, Sansone che strozza il leone, il sogno di Giuseppe, Mosè salvato dalle acque, Adamo ed Eva insieme a Caino e Abele, il passaggio del Mar Rosso.

In una terza fase viene realizzata un’altra galleria, a metà circa della precedente, che conduce ad un vestibolo su cui si aprono altri due cubicoli. In uno di questi sono rappresentati temi pagani (la gorgone, la Tellus, elementi zoomorfi), mentre nell’altro, di forma ovale, sono presenti temi cristiani anche originali, come Sansone che uccide i Filistei con una mascella d’asino. Proprio questo cubicolo, con la sua particolare pianta ellittica che trova rari confronti nel panorama catacombale romano, viene da alcuni considerato una sorta di manifesto dell’arte del periodo costantiniano in cui, sul sostrato delle tradizioni precedenti, s’insinuano nuove idee dettate da un nuovo ordine sociale e spirituale. Da un altro vestibolo partono due gallerie, una con loculi e l’altra con scale che conducono a un pozzo.

Nella quarta e ultima fase viene realizzato un ambulacro in direzione ovest che conduce ad un vestibolo a pianta esagonale con colonne angolari e volta a vela. Su questo vestibolo si aprono due ambienti e due arcosoli. La galleria prosegue fino all’ultimo ambiente: un cubicolo quadrato con volta a botte e nicchie laterali, separato dagli ambienti precedenti da una transenna di marmo. Quest’ultima tomba si differenzia dalle altre per la presenza preponderante di marmi, per la solarità delle rappresentazioni, con serti di fiori e spighe e per la presenza in larga parte d’immagini femminili, tra cui spicca, nel sottoarco dell’arcosolio, quello di una giovinetta, forse la defunta, dai grandi occhi scuri ed i capelli raccolti dietro la nuca. Un altro vestibolo, chiuso da una transenna, conduce ad altri tre cubicoli, dove si alternano pitture con temi pagani (imprese di Ercole, Cerere) e scene del repertorio cristiano (i soldati che si giocano la tunica di Gesù, Giobbe con la moglie, la consegna della Legge).

Questa coesistenza di immagini crisitiane e soggetti desunti dalla vita quotidiana ed immagini simboliche, come le finte porte, aperte come rappresentazione dell’ingresso nella vita ultra terrena, e quadri, ispirati alla mitologia pagana, fanno datare il complesso proprio all’età di Giuliano l’Apostata.

Alcune di queste immagini restano a tutt’oggi di difficile interpretazione, come quella della cosiddetta “lezione di medicina o di filosofia”, in cui alcuni personaggi in tunica e pallio ne circondano un altro vestito come un filosofo greco, che mostra il corpo di un bambino sdraiato a terra. Questo dipinto fronteggia le rappresentazioni Uomini a mezzo busto con “rotuli” e codici, separati da cassette di “rotuli”: è evidente che questa decorazione ha voluto caratterizzare come intellettuali i defunti sepolti in questo ambiente.

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