Le Terme Antoniane

Continuando il nostro viaggio per le Terme dell’antica Roma, giungiamo alla penultima tappa, le Terme di Caracalla o Antoniane, dal nome completo del figlio di Settimio Severo: secondo un’ipotesi, alquanto contestata, fu proprio quest’ultimo a dare avvio alla costruzione di questo edificio. Tuttavia, i bolli laterizi confermano l’ipotesi tradizionale, con i lavori compresi tra il 212 ed il 216 d.C.

Questo non significa che con l’inaugurazione di Caracalla, le Terme fossero complete: sappiamo dalle fonti dell’epoca che sia Eliogabalo, sia Alessandro Severo, provvidero alla costruzione e decorazione del recinto esterno dell’edificio. Caracalla, per la costruzione delle sue Terme, destinate a un pubblico popolare, i residenti della I, II e XII regione augustea, ossia l’area densamente popolata tra Aventino e Celio, circa 400 m al di fuori dell’antica porta Capena e poco a sud del venerato bosco delle Camene, le antiche divinità oracolari della Roma arcaica.

Per l’approvvigionamento idrico delle terme nel 212 fu creata una diramazione dell’Acqua Marcia, chiamata aqua Antoniniana, che valicava la via Appia appoggiandosi sul preesistente arco di Druso. Le terme di Caracalla hanno i pavimenti alla quota di 23 m sul livello del mare; ma l’acqua poteva innalzarvisi fino a m. 39,65, in modo che, con questo dislivello di quasi 17 metri, potesse servire tutte le piscine, calde o fredde, dell’edificio.

Per la realizzazione del complesso fu necessario abbattere gli edifici preesistenti e sbancare un ampio settore della collina, colmando con la terra di risulta il lato opposto fronteggiante la via Appia. L’accesso al grandioso complesso fu garantito dalla via Nova, ampia strada probabilmente alberata. Vari lavori di restauro furono realizzati da Aureliano, Diocleziano, Teodosio e in ultimo dal re goto Teoderico. Polemio Silvio, fu funzionario presso il palatium imperiale prima del 438, autore del Laterculus, un calendario giuliano annotato per l’anno 449, che costituisce un tentativo di integrare il tradizionale ciclo festivo romano con le nuove festività cristiane, le le citava come una delle sette meraviglie di Roma, famose per la ricchezza della loro decorazione e delle opere che le abbellivano.

Come le altre terme romane, furono abbandonate a seguito del taglio degli acquedotti dovuti alla guerra gotica. Abbandonato e riutilizzato a varie riprese anche a fini abitativi (la parte centrale utilizzata come xenodochio, mentre l’area circostante fu usata come cimitero per inumazioni), l’intero complesso venne infine sfruttato come zona agricola, vigneto in particolare, ad uso di proprietari di ville vicine o di enti ed associazioni ecclesiastiche. Dall’abbandono nel VI secolo non venne però mai meno lo sfruttamento dei ruderi come cava per materiali anche di pregio (marmi e metalli) e per intere strutture (architravi, colonne, ecc.) da riutilizzare per l’edilizia di qualità: il duomo di Pisa e la basilica di Santa Maria in Trastevere contengono, ad esempio, strutture architettoniche prelevate dall’area termale. Da rilevare anche la prolungata presenza, nelle vicinanze, di calcare per la trasformazione in calce dei marmi pregiati.

Le terme furono oggetto di scavo sin dal XVI secolo, quando, sotto il pontificato di papa Paolo III si rinvennero qui celebri statue, sopravvissute alle distruzioni medievali, che entrarono nella Collezione Farnese. L’ultima colonna di granito intera venne rimossa dalla “natatio” nel 1563 per essere donata da papa Pio IV al primo granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici, che la fece collocare al centro di piazza Santa Trinita a Firenze, dove divenne la colonna della Giustizia. Anche nel XIX secolo furono condotti nel sito numerosi scavi. Nel 1901 e nel 1912 furono liberati i sotterranei, lavoro che continuò nel 1938, quando si scoprì il mitreo, il più grande esempio conosciuto a Roma. Durante le Olimpiadi di Roma del 1960, le Terme di Caracalla ospitarono le gare di ginnastica. A causa del terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 l’edificio ha subito lievi danni

Dal 1937 la parte centrale delle terme è utilizzata per concerti e rappresentazioni teatrali all’aperto e in particolare per la stagione estiva dell’Opera di Roma. Da allora la stagione estiva dell’opera a Caracalla fu interrotta solo durante la guerra e negli anni 1993-2003, quando il sito venne restaurato e liberato dalle strutture fisse aggiunte per gli spettacoli. Gli spettacoli tuttavia ripresero dal 2003, in uno spazio meno critico dal punto di vista archeologico, con impianti teatrali più moderni e una platea ridotta a 3500 posti dagli 8000 tradizionali, e la stagione di opera all’aperto è tornata ad essere uno degli eventi fissi dell’estate romana.

Ovviamente, la Terme di Caracalla riprendono in grande la pianta inventata dagli architetti neroniani: un vasto recinto quadrangolare adibito a servizi vari racchiude un giardino e un corpo centrale contenente gli spogliatoi, le sale da bagno e le palestre. Nella sua più ampia estensione, recinto compreso, il complesso misura 337×328 metri (comprendendo le esedre si giunge a 406 metri di larghezza), con un corpo centrale di 114×220 metri (includendo la sporgenza del calidarium si arriva ad una lunghezza di 140 metri). L’orientamento del complesso, come nelle terme di Traiano, sfruttava al meglio l’esposizione solare, con il calidarium posto sul lato sud, illuminato da grandi finestre e sporgente dalla struttura principale come un avancorpo.

Il recinto esterno in corrispondenza della facciata nord-est (lato verso l’attuale viale delle Terme di Caracalla) era preceduto da un portico, di cui si conservano scarsissimi resti, dietro il quale si aprivano una serie di concamerazioni (celle comunicanti tra loro, parzialmente visibili) disposte su due piani a sostegno del terrapieno sul quale sorgeva il complesso. Tutta la parte anteriore del recinto, assieme a brevi tratti dei lati minori, era pertanto adibita a scopi commerciali e aperta verso l’esterno. Al centro della facciata nord-est doveva trovarsi un accesso monumentale provvisto di scalinata per introdurre i visitatori al piano del giardino.

Nei due lati minori del recinto, nord-ovest e sud-est, due grandiose esedre simmetriche contengono ciascuna una grande sala absidata, accessibile dal giardino tramite un colonnato, da cui si accedeva a due ambienti minori di forma diversa: il primo verso ovest a forma di basilica absidata riscaldata con ipocausto e l’altro verso est ottagonale, polilobato e coperto da una cupola su pennacchi non conservata. La funzione delle tre sale incluse in ciascuna delle esedre non è accertata.

Sul lato di fondo verso sud-ovest, dalla parte dell’attuale viale Guido Baccelli, il terreno era sostenuto da 64 celle comunicanti tra loro e su due piani, che costituivano una enorme cisterna d’acqua con una capacità massima di 80.000 litri, collocata nel punto terminale dell’aqua Antoniniana; davanti alla cisterna, al centro di questo lato si apre un’esedra rettangolare, munita di gradinate, alla cui base si svolgevano gare atletiche e agoni teatrali. Ai lati di tale sorta di mezzo stadio vi erano due sale absidate adibite probabilmente a biblioteche, delle quali si conserva solo quella di destra. Una passeggiata sopraelevata era addossata al recinto sul lato interno ed era probabilmente porticata. Lo spazio compreso tra il recinto ed il corpo centrale era occupato, come oggi, dalle aree verdi comprendenti un lungo xystus (camminamento coperto probabilmente da un pergolato).

Il corpo centrale è un blocco rettangolare di ambienti a pianta diversa; un avancorpo semicircolare sporgeva dal lato sud-ovest. La pianta riprendeva quella delle altre terme imperiali, in particolare quelle di Traiano, con le sale da bagno lungo l’asse centrale e le altre duplicate e disposte simmetricamente.

L’accesso avveniva tramite quattro porte sul lato nord-est: due immettevano nei portici che fiancheggiavano sui lati brevi la grande piscina, la natatio, decorata da quattro enormi colonne monolitiche in granito; la controfacciata presenta gruppi di tre nicchie sovrapposte su due piani, che contenevano statue; le altre due aperture verso l’esterno, presumibilmente gli ingressi principali, introducevano nei grandi vestiboli da cui si accedeva direttamente agli spogliatoi (al plurale apodyteria), posti nello spazio compreso tra i vestiboli e la natatio. Gli apodyteria, che conservano eleganti mosaici, erano su due piani collegati da una scala. Le due grandi palestre, poste simmetricamente lungo i lati brevi e accessibili sia dai vestiboli che dagli spogliatoi, hanno un cortile centrale (50×20 metri) originariamente chiuso su tre lati da un portico con colonne in giallo antico e copertura a volta. Sul lato interno il portico si apriva in un emiciclo con sei colonne sulla fronte che dava accesso al frigidarium; il lato opposto di ciascuna palestra, verso il recinto, mostra un grande ambiente centrale con abside, probabilmente destinato agli esercizi al coperto. Al di sopra dei portici delle palestre correvano grandi corridoi pavimentati a mosaico. Dal lato opposto delle palestre rispetto ai vestiboli si accedeva ad una sequenza di stanze riscaldate, tra cui la maggiore, affacciata a sud e con le pareti concave, fungeva quasi certamente da laconicum (sauna). Al termine della sequenza si giungeva al maestoso calidarium finestrato (parzialmente conservato), a pianta circolare con diametro di 34 metri e con molteplici vasche, coperto da una cupola sorretta da 8 poderosi pilastri, che fuoriusciva dal corpo centrale del complesso per permettere alla maggiore quantità di luce solare di penetrare all’interno.

Nell’area centrale del corpo di fabbrica erano altri ambienti muniti di vasche: il frigidarium, parallelo alla natatio e a pianta basilicale di 58×24 metri, coperto da tre grandi volte a crociera poggianti su otto pilastri fronteggiati da colonne di granito, era munito di vasche per l’acqua fredda (in parte conservate) e svolgeva anche una funzione di raccordo tra i vari settori delle terme, mettendo in comunicazione le due palestre, i portici che fiancheggiavano la natatio ed il tepidarium. Da qui provengono le due vasche di granito che furono riutilizzate per le fontane di piazza Farnese. Il tepidarium era un ambiente più piccolo e temperato, di forma irregolare e contenente ai lati due vasche.

Non stupisce che un edificio di queste dimensioni necessitasse di ambienti di servizio altrettanto estesi: tre sono i livelli nel sottosuolo delle Terme, oggi percorribili per circa 2 chilometri, mentre si stima che vi siano gallerie e condotti non più agibili per altri 4 chilometri. Questo era il cuore dell’edificio: gallerie nelle quali lavorava un vero esercito di schiavi. Alcuni studiosi stimano che per far funzionare le Terme ne servissero 9.000, di cui una buona parte era impiegata per produrre il calore necessario agli enormi ambienti termali. Se sopraterra tutto era finalizzato al benessere dei frequentatori – si calcola un’affluenza di circa 8.000 persone al giorno, suddivise in più turni – e l’ambiente, con altissimi soffitti, era ricco di marmi e statue, il sottosuolo assomigliava probabilmente ad un girone dantesco. Tonnellate di legna erano necessarie per alimentare 49 fra forni e caldaie: ogni giorno decine di carri si addentravano nei sotterranei, lungo le ampie gallerie carrabili, che fungevano anche da magazzino di stoccaggio, per scaricare enormi quantità di legname, circa 10 tonnellate al giorno.

Un ampio arco scandisce il punto di accesso a questo network di gallerie: la prima sala circolare cui si accede ha un grande pilastro centrale che crea una rotonda. L’ambiente all’interno del pilastro fungeva da punto di controllo per tutto il materiale in entrata, mentre la rotonda permettev a di regolare il traffico dei carri. Le gallerie hanno una copertura a botte, e la loro dimensione (6 metri di altezza per 6 metri di larghezza) le rendeva carrozzabili. Sono dotate di ampi e frequenti lucernai per l’illuminazione e il ricambio d’aria. Relativamente all’impianto idraulico,le grandi cisterne poste nel punto più alto del complesso termale contevano 10 milioni di litri d’acqua. Un reticolo di gallerie di dimensioni inferiori fu realizzato sia per il passaggio delle fistulae in piombo che trasportavano l’acqua a bassa pressione; Ulteriori gallerie poste ad un livello inferiore formavano l’impianto di smaltimento delle acque. Nei sotterranei trovano posto anche il famoso Mitreo, un mulino ad acqua ed un sistema per la regolazione delle acque.

Mitreo che è il più grande di Roma, databile poco dopo la costruzione delle terme (inizi III secolo d.C.), si compone di cinque ambienti comunicanti con il piano superiore attraverso una scala accessibile dall’esterno nei pressi dell’esedra di nord – ovest, attraverso una piccola porta. Attraversata la soglia marmorea, superato il vestibolo e altri ambienti di servizio, uno dei quali si presume sia stata la stalla dei tori da sacrificio, si giunge nella sala principale, la cripta sacrale, un’ampia stanza rettangolare con volte a crociera sorrette da pilastri in mattoni; lungo i lati due alti banchi con il piano inclinato verso la parete, i “praesepia”, dove sedevano i fedeli durante le cerimonie; nel pavimento, che conserva ancora la sua copertura originale di mosaico bianco con fasce nere, è interrata una grande olla fittile, chiusa da un anello in marmo, usata verosimilmente per i riti di abluzione.

Poco più avanti una grande e profonda apertura, normalmente utilizzata nei rituali mitraici per la “tauroctonia”, l’uccisione sacrificale del toro sacro, che secondo un identico schema iconografico, era affrescata al centro di ogni mitreo; in questo caso però la presenza di un cunicolo sotterraneo che metteva in comunicazione l’apertura alle attigue sale di servizio, ha spinto molti a supporre l’utilizzo della stessa per i riti del “taurobolio”, riconducibile normalmente al culto della Gran Madre, in cui il sacerdote, posto in una struttura sotterranea sovrastata da un piano perforato, inondato dal sangue del toro ucciso sopra di lui, si presentava ai suoi compagni nella fede purificato e rigenerato.

Numerose opere d’arte furono rinvenute nel corso degli scavi avvenuti in varie epoche, ma soprattutto nel XVI secolo. Citiamo per primo il famoso Toro Farnese, che rappresenta il supplizio di Dirce, con i figli di Antiope (Anfione e Zeto) che, desiderosi di vendicare gli insulti alla madre, hanno legato a un toro selvaggio la matrigna Dirce. Lo stesso soggetto è raffigurato anche in un affresco della casa dei Vettii a Pompei. Nella scena appaiono altri personaggi secondari, aggiunti nel ‘500 o nel ‘700: un cane, un bambino e una seconda figura femminile, quest’ultima raffigurante forse Antiope. Statua che alta circa 3,70 m, tratta da un unico blocco di marmo con base di 2,95 × 3,00 m del peso di 24 tonnellate, che è la più grande che ci è giunta dal mondo classico. Secondo Plinio il vecchio, fu realizzata dagli artisti di Rodi Apollonio di Tralle e suo fratello Taurisco, per poi entrare nella ell’incredibile collezione di sculture e opere d’arte di Asinio Pollione.

Il secondo è l’Ercole a ripso, conservato nella reggia di Caserta, così descritto da Ulisse Aldrovandi

«Hercole grande come colosso; sta ignudo et apoggiato in uno tronco con la spoglia del leone e del toro Marathonio, che egli ancho in su quel di Athena vinse; nel tronco sono affissi carcassi con le saette. A l’Hercole è stata fatta una testa moderna et una gamba»

L’eroe è raffigurato mentre si appoggia alla clava, sulla quale è drappeggiata la pelle del Leone di Nemea, un mostro invulnerabile inviato da Era per distruggere il dio, che nasconde dietro la schiena i pomi delle Esperidi. L’allusione è all’undicesima fatica di Ercole, che propose ad Atlante di reggere il cielo al suo posto purché gli portasse le mele di quel giardino. Alla base della clava è scolpita la testa del toro di Maratona, la cui cattura rappresenta la settima delle dodici fatiche di Ercole. Da questo toro e da Pasifae, regina di Creta, nacque il famigerato Minotauro. Il nucleo originale del gruppo scultoreo è ritenuto di età tardo adrianea ed è costituito da un blocco di marmo bianco a grana fina con ampie chiazzature grigio-azzurre e rosate.

La penultima è l’Ercole Farnese, una copia dell’originale bronzea creata da Lisippo nel IV secolo a.C. Sulla roccia, sotto la clava, è presente la firma del copista Glicone, scultore ateniese del II secolo d.C. L’eroe personificava il trionfo del coraggio dell’uomo sulla serie di prove poste dagli dèi gelosi. A lui, figlio di Zeus, era concesso di raggiungere l’immortalità definitiva. Nel periodo classico, il suo ruolo di salvatore dell’umanità era stato accentuato, ma possedeva anche difetti mortali come la lussuria e l’avidità. L’interpretazione che ne diede Lisippo rispecchiava questi aspetti della sua natura mortale e fornì all’eroe un ritratto al quale si guardò per il resto dell’antichità. Questa statua rappresenta Ercole, stanco al termine delle fatiche, che si riposa appoggiandosi alla clava, tenendo con la mano destra, dietro la schiena, i pomi d’oro rubati alle Esperidi.

L’ultima è il mosaico delle Terme, conservato nei Musei Vaticani. Nell’800 il nobile vicentino Girolamo Egidio di Velo, appassionato di archeologia, intraprese uno scavo archeologico nelle Terme di Caracalla, che gli consentì di riconoscere gli ambienti del corpo centrale delle terme, scoprendo anche due importanti pavimenti musivi: i mosaici furono oggetto di un contenzioso con lo Stato pontificio, concessionario dello scavo, che si concluse con la cessione dei mosaici in cambio di alcune sculture minori in deposito nei Musei Vaticani, ora esposte nel Museo naturalistico archeologico di Vicenza.

Il grande mosaico delle Terme proviene da una delle due grandi esedre semicircolari dei vasti cortili laterali, dove le tessere policrome disegnavano vari riquadri, alternativamente rettangolari (con figure intere) e quadrati (con busti), incorniciati da un motivo a treccia e dentelli. Non possediamo tutta la superficie, ma i resti sono comunque molto abbondanti. I soggetti sono atleti vittoriosi e figure di arbitri (togati, con in mano premi o le verghette che simboleggiano il loro ruolo). Gli atleti in particolare sono nudi e tengono in mano gli attributi della loro specialità sportiva (disco, pancrazio, ecc.) o i premi vinti (palme, corone, ecc.). Talora sopra la testa dei personaggi è scritto il nome.

Le figure atletiche sono rappresentate in modo realistico, evidenziando la poderosa muscolatura, anche le teste sono veri ritratti, resi con efficaci tratti fisiognomici, con tratti angolosi e brutali, gli occhi grandi, l’espressività intensa. Le capigliature sono rasate o a ciuffo. I colori più usati sono prevalentemente di tonalità bruna o bruno-rossastra, con contrasti violenti che sottolineano l’espressività delle figure.

Mosaico attribuito a una bottega attiva a Roma tra il 210 e il 230 e produsse anche i mosaici rinvenuti presso Porta Maggiore con soggetti simili, anche se alcuni storici hanno ipotizzato una datazione in occasione di un restauro che interessò il complesso termale agli inizi del IV secolo d.C.

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